Lettere alla moglie

James Joyce

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Lettere alla moglie

7 settembre 1909

Nora amore mio, voglio che tu rilegga tutto quello che ti ho vergato. Certe cose sono sgraziate, oscene e bestiali, altre pure e sacre e spirituali: ma sono tutte cose mie. Ora penso che tu sappia ciò che provo per te. Non litigheremo più, vero amore? Terrai sempre acceso il mio amore. Stasera sono spossato, mia cara, e vorrei dormire tra le tue braccia, senza farti niente, solo dormire dormire dormire abbracciato a te.

Spero che tu prenda della cioccolata ogni giorno e che il tuo piccolo corpo, o meglio certe parti del tuo corpo, siano più rotonde. Mi viene da ridere, ora, a pensare ai seni meschini che hai. Sei una persona divertente, Nora! Ricordati che hai già ventiquattro anni e che il tuo primogenito ne ha quattro. Accidenti Nora, devi smettere di essere una ragazzina impertinente e diventare la donna piena d’amore che sei.

E tuttavia, che tenerezza mi prende a pensare alle tue gracili spalle, alle tue fattezze da bambina. Che piccola canaglietta sei! E per sembrare ancora ragazzina che ti sei tagliata i peli tra le gambe? Vorrei che tu portassi sottovesti nere. Vorrei che tu imparassi a sedurmi, a provocare il mio desiderio. Ma sento che ci proverai, amore, e così saremo felici…

Mi ami vero? Ora mi terrai sul tuo seno e mi proteggerai e forse avrai pietà di me e dei miei peccati e delle mie pazzie e avrai cura di me come un fanciullo…

2 dicembre 1909

Mia cara,

dovrei cominciare col chiederti perdono, forse, per la lettera delirante che ti ho scritto ieri sera. Mentre la scrivevo, la tua lettera era dinanzi a me ed i miei occhi erano

fissati, come lo sono ora ancora, su una certa parola. C’è qualcosa di osceno e di lubrico nell’aspetto stesso delle parole. La  loro sonorità stessa è simile all’atto in sé, breve, brutale, irresistibile e satanico.

Cara, non ti  offendere per ciò che ti ho scritto. Tu mi ringrazi  per il bel nome che ti ho dato. Sì,  cara, è un bel  nome: “Il mio bel  fiore selvatico dei campi!”

Il mio  fiore blu-notte di pioggia!” Vedi che sono ancora un po’ poeta. Ti mando anche un libro molto grazioso in regalo: ed è il regalo di un poeta alla donna che ama. Ma… molto vicino e  nell’intimo di quest’amore spirituale che ho per te, esiste anche un desiderio selvaggio, bestiale, di ogni centimetro del tuo corpo, di ciascuna delle sue parti segrete e  vergognose, di ognuno dei

suoi odori e dei suoi movimenti. Il mio amore per te mi induce a  pregare lo spirito della Bellezza e dell’Amore eterno  riflesso  nei tuoi occhi, ma anche di rivoltare sotto di me  questo tuo ventre

così morbido e di scoparti da dietro, come fa un maiale in fregola con la sua   troia,  beandomi delle zaffate di  sudore che salgono  dal  tuo  culo ma anche del  pudore che segnalano  le tue mutande bianche di ragazzina e la tua biancheria intima dispiegata  e della confusione che denunciano  le tue  guance bollenti ed i tuoi  capelli in disordine.

Mi induce anche, il mio amore,  a scoppiare in singhiozzi  di tenerezza  e d’amore per una sola parola, di tremare d’amore per te che cogli un accordo  o un  ritmo musicale, ma anche  a stendermi  su di te – testa contro piedi,     sentire le tue dita carezzarmi e titillarmi i coglioni   o ficcarmele nel di dietro, e le tue  labbra calde che mi succhiano il bazzucchello, mentre la mia testa è incastrata tra le tue grosse cosce e le mie mani stringono i cuscini rotondi del tuo culo e la mia lingua   ti lecca avidamente la figa  rossa e carnosa. Ti ho insegnato a  lasciarti andare all’ascolto della mia voce che canta  o sussurra al tuo cuore la passione, la pena ed il mistero della vita, e  allo stesso tempo   ti   ho insegnato a farmi segni osceni con le  labbra e la lingua, ad attizzare le mie voglie con sfregamenti e rumori lubrichi, ed anche a compiere in mia presenza l’atto corporale più imbarazzante e più disgustoso. Ti ricordi del giorno in cui hai  sollevato l’orlo della veste e mi hai lasciato stendere sotto di te per osservarti in piena azione? Tu che avevi  vergogna allora di incrociare soltanto il mio sguardo.

Sei mia,   mia cara, mia! Ti amo. Tutto ciò che ho appena scritto, è frutto di un momento di follia  bestiale.  L’ultima goccia di seme ha appena stillato dentro la tua figa che questa pazzia inizia a placarsi, ed il mio amore sincero per te, l’amore delle mie poesie, l’amore dei miei occhi per i tuoi occhi speciali e tentatori, viene a soffiare sul mio cuore come un vento odoroso.  Il cazzo  è ancora caldo, rigido, tremante  per l’ultima spinta brutale che ti ha inferto, che già si ode un inno leggero salire dai  chiostri bui del mio cuore,   cantare la mia adorazione tenera e pietosa per te. Nora la mia cara fedele, la mia piccola scolara canaglia dagli occhi morbidi, sii la mia puttana, la mia amante, fin quando lo  vorrai (la mia piccola amante che lo sa menare così bene! la mia puttanella da scopare!) sei sempre il mio splendido fiore selvatico dei campi, il mio fiore blu-notte di pioggia.

3 dicembre 1909

Cara monachina mia… come ben sai, non uso mai un linguaggio osceno quando parlo. Ma per qualche ragione, tu mi tra­sformi in una bestia. Sei stata tu, tu piccola svergognata, a comin­ciare. Non fui io il primo, quel lontano giorno a Ringsend. Fosti tu a mettere una mano nei miei pantaloni: scostasti la camicia e mi toccasti il cazzo con quelle tue lunghe dita leggere, e poi a poco a poco lo prendesti tutto in mano, grande e duro, e mi masturbasti lentamente finché venni tra le tue dita, e intanto eri piegata su di me e mi guardavi con quegli occhi da santa. E furono ancora le tue labbra a sussurrare per prima una parola oscena. La ricordo bene, quella notte a Pola. Stanca di stare sempre sotto, una notte ti to­gliesti la camicia e mi venisti sopra, nuda. Ti infilasti il cazzo nella fica e cominciasti ad andare su e giù. E ricorda anche che, forse perché quella notte ero assonnolito uccello compreso, ti piegasti sul mio viso e mormorasti teneramente: “Chiavami di brutto, amore, chiavami”.

Nora cara, è tutto il giorno che muoio dalla voglia di girarti alcu­ne domande… Quando quella persona, a cui vorrei cacciare una pallottola nel cuore, ti mise le mani sotto la veste, ti toccò dall’esterno o ti mise un dito dentro? E se lo fece, arrivò fino a toccare il piccolo promontorio che hai dentro la fica? Ti toccò il culo? Rimase a lungo, lì? E tu, venisti? Ti chiese di toccarlo, e lo facesti? Se non lo toccasti, lui venne io stesso e tu lo sentisti tra le dita?

Un’altra domanda, Nora. Io so di essere stato il primo a chiavarti, ma non c’era stato nessun uomo prima, intendo a sditalinarti? Quel ragazzo che ti piaceva? Dimmi la verità, Nora, sii onesta come lo sono stato io. Quando eri sola con lui la sera, nel buio, gli sbotto­navi i pantaloni, gli mettevi una mano dentro? Lo facevi venire, cara? Hai mai fatto venire nessun uomo o ragazzo prima di sbottonare me?… Cara, cara, stasera desidero così ardentemente il tuo corpo che se tu fossi qui, anche se tu mi dicessi che mezza con­tea di Galway ti ha chiavata prima di me, ti salterei addosso.

Dio mio, che razza di cose scrivo alla mia regina… Ti amo, No­ra, e anche questo fa parte del mio amore. Perdonami! Perdona­mi!

9 dicembre 1909

Mia dolce puttanella Nora

Ho fatto come mi hai detto, sporca figliola, me lo sono menato due volte leggendo la tua lettera. Vado in sollucchero nel vedere che ami essere fottuta di culo. Sì, ora mi ricordo di quella notte in cui ti ho fottuta così a lungo il popò. Cara, quella è stata la scopata più   memorabile che abbia  mai fatto. Il cazzo è restato piantato in te per ore, fottendoti e rifottendoti   la groppa. Sentivo le tue grosse natiche madide di sudore sotto il mio ventre e vedevo la tua faccia spiritata ed i tuoi occhi folli. Ad ogni colpo di coda che ti davo la tua lingua impudica guizzava fra le tue labbra e se ti davo un colpo molto più forte e profondo del  solito, dei peti molli e  grassi fuoriuscivano crepitando dal deretano.  Avevi un culo  pieno di peti quella notte, amore mio, e te li tiravo  fuori a grappoli fottendoti, quei bei  peti grassi, alcuni  lunghi e  ventosi, altri brevi, allegri e sfrigolanti e poi una gragnuola di minuscoli peti  che si concludeva con una  colata di umori che sgorgava dal tuo buco. È meraviglioso fottere una donna piena di peti e farli uscire ad uno ad uno ad ogni colpo di coda. Credo che riconoscerei  ovunque un peto di Nora. Credo che potrei individuarlo  in una sala piena di donne spetazzanti. È un rumore piuttosto leggero non il peto molle che immagino nelle donne grasse. È improvviso e secco e sporco come quello che una ragazza sfrontata mollerebbe  la notte, per ridere, in un dormitorio.  Spero che Nora continui a mollarmeli, questi bei peti, in faccia,   perché  possa respirarne  il   profumo.

Dici che quando ritornerò me lo  succhierai e vuoi che io ti lecchi la figa, piccola sporcacciona. Spero che una volta tu mi sorprenda mentre dormo vestito e che   ti avvicini furtiva con la foia di una puttana negli occhi, e mi sbottoni delicatamente bottone dopo bottone la patta dei pantaloni e delicatamente ti impossessi del  grosso mickey del tuo  amante, e che  lo ingoi con la    tua bocca umida e che lo succhi  ancora e  ancora fino a quando diventa più grosso e più duro, e che te lo fai venire in bocca. Anch’io ti sorprenderò addormentata, ti rivolterò  le sottane ed aprirò delicatamente le tue mutande ardenti, quindi mi  stenderò delicatamente accanto a te ed inizierò a leccarti pigramente tutto attorno all’orlo peloso. Tu inizierai a muoverti e ad agitarti quando leccherò le labbra della figa, mia cara. Inizierai a gemere e grugnire e sospirare e scoreggiare di gioia nel   sonno. Allora leccherò sempre più veloce  e ancora più veloce come un cane vorace fino a che il tuo corpo non si torca selvaggiamente e che  la tua figa non  diventi  una massa di bava.

Buona notte, mia piccola Nora scoreggiona, mio sporco uccellino fottitore. C’è una parola stuzzicante, amore, che hai sottolineato per farmelo menare meglio. Scrivimela  ancora  con dolcezza, e altre più sporche, PIÙ SPORCHE..

13 dicembre 1909 (frammento)

… Sono il tuo bambino, come ti ho detto, e tu devi essere severa con me, piccola madre. Puniscimi quanto vuoi. Sarei pazzo di gio­ia a sentirmi la pelle infuocata sotto le tue mani. Capisci, Nora ca­ra? Vorrei che tu mi picchiassi, frustassi perfino. E non per gioco, cara, ma sul serio e sulla carne nuda. Vorrei che tu fossi forte, amore, molto forte, con un seno enorme e due cosce grandi e tornite. Come vorrei che tu mi frustassi, Nora amore! Vorrei averti fat­to qualcosa di spiacevole, qualcosa di triviale, magari… E poi sen­tire che mi chiami nella tua stanza, dove ti trovo seduta a cosce larghe e la faccia arrossata dalla rabbia e un battipanni in mano. Vorrei vederti indicare ciò che ho fatto di male, e quindi afferrarmi con rabbia e mettermi a faccia in giù sulle tue ginocchia. Poi sentire che mi cali i pantaloni e le mutande e mi rialzi la camicia, e io mi dibatterei nelle tue solide braccia, sentirei che ti pieghi (come la governante che sculaccia il bambino) fino a farmi toccare dalle tue puppone, e infine i colpi di frusta che si abbattono furibondi sulle mie natiche nude! Perdonami cara, se ti sembra ridicolo. Ho cominciato questa lettera così tranquillamente, e devo finirla al mio solito modo folle. Spero tanto che anche tu scriva lettere così sconce e pazzesche…

18 dicembre 1909

Mio dolce, sporco,  uccellino fottitore,
eccoti un’altra banconota per comperarti mutande graziose, calze o giarrettiere. Compera mutande da puttana, amore mio, e non trascurare di spruzzarle con qualche profumo delicato e anche di scolorarle  appena un  po’ di dietro.

Sembri ansiosa di sapere come ho accolto la tua lettera che dici più sconcia della mia. Come, più sconcia  della mia, amore mio? Sì, è più sconcia in un passo o due. Penso al passo dove dici ciò che farai con la lingua (non penso al fatto che lo succhierai) ma soprattutto a quella parola stuzzicante che scrivi a lettere maiuscole e che sottolinei, piccola sporcacciona. Gli è che una tale parola (insieme alle altre due o tre che non hai scritto) eccita di per sé  udirla  sulle labbra di una ragazza. Ma spero che tu parli di te e non di me. Scrivimi una   lettera lunghissima, piena di queste e di altre cose; di te scrivimi, mia cara. Tu sai come farmelo rizzare. Dimmi  le più menome cose di  te,  purché  siano oscene e intime e  zozze. Non scrivere null’altro. Che ogni frase sia piena di suoni e di parole sporche. Sono tutte   stuzzicanti da sentire e  da vedere sulla carta, e le più sporche sono le più belle.

Le   due parti del tuo corpo che fanno le cose sporche sono per me le più eccitanti. Preferisco il tuo culo, amore mio, alle tue tette perché fa una cosa così  sporca. Adoro la tua figa non tanto perché è la parte che scopo ma  perché fa un’altra cosa sporca. Potrei restare coricato a far nient’altro tutto il giorno che  rileggere la parola divina che hai scritto e la cosa che hai detto che   faresti con la lingua. Vorrei poter  udire dalle tue labbra farfugliare queste parole oscene che eccitano divinamente, vedere la tua bocca fare suoni e rumori osceni, sentire il tuo corpo torcersi sotto di me, udire  e gustare le grasse e sporche scoreggine che fuoriescono pop pop dal tuo grazioso culettino  nudo  e fottere fottere fottere fottere all’infinito la figa  del mio dolce, sporco, uccellino fottitore .

Sono felice ora, perché la mia piccola puttana mi dice che vuole che glielo pesti nel  culo e   vuole che la fotta in bocca e   vuole sbottonarmi la patta  ed estrarre il mio mickey e succhiarlo come un capezzolo.  Più di una cosa sporca vuole farmi  la mia piccola fottitrice nuda, la mia spudorata segaiola che si sditalina, la mia piccola morbida scoreggiona.

Buona notte,  piccola fighetta; mi coricherò e me lo menerò fino a che non ce ne sarà più.   Scrivimi cose sempre più sporche, amore. Titillati  il  bottoncino  mentre scrivi, così che te ne vengano di più sconce.  Scrivi le parole sporche a stampatello  e sottolineale e baciale e tienile un po’  pressate contro la tua figa morbida e  bollente, amore, e tirati su la gonna un momento e sfregale contro il tuo culetto scoreggione. Fai di più se vuoi e mandami allora la lettera, mio dolce, sporco,  uccellino fottitore dal culo scuro.

19 dicembre 1909

Ragazza mia dolcissima, finalmente una lettera da te! Devi es­sertela strapazzata parecchio, la tua matta fichetta, per scrivermi una lettera così senza capo né coda. Quanto a me, amore, sono così spompato che dovresti leccarmelo per un’ora prima di farlo indurire abbastanza da potertelo mettere dentro, e non parliamo poi di chiavarti con frenesia. Me lo sono lavorato così a lungo e così spesso che ho paura di guardarmelo e vedere cos’è diventato. Amore, per piace­re, non chiavarmi troppo quando torno. Chiavami quanto vuoi la prima notte, ma poi fammi riprendere. E devi fare tutto tu, amore, perché io ora sono così martoriato e floscio che scommetto non c’è ra­gazza in tutta Europa, eccetto il mio amore, che si proverebbe a farmi zampillare. Chiavami, amore, in tutte le posizioni che la tua lussuria ti detta. Chiavami tutta vestita con tanto di cappello e veletta, la faccia bruciata dal freddo, dal vento e dalla pioggia e gli stiva­letti infangati, a gambe larghe mentre io me ne sto seduto su una sedia e tu mi monti e vai su e giù e mostri le trine delle mutande e io ti tengo il cazzo ben ritto dentro la fica, oppure sulla spalliera del divano. Chiavami tutta nuda eccetto per il cappello e le calze, disteso sul pavimento a gambe larghe, e tu che mi monti come una cavallerizza con le cosce tra le mie e un fiore rosso infilato nel tuo grande culo carnoso. Chiavami in vestaglia (spero che tu abbia ancora quella che mi piace) con niente sotto: apritela quando meno me lo aspetto e mostrami il pube le cosce e il culo e fatti pompare sul­la tavola di cucina. Chiavami lasciandotelo mettere nel culo, piegata come una pecorella sul letto, coi capelli sciolti e le mutande rosa profumate aperte svergognatamente dietro e mezze calate sul culo che fa ca­polino. Chiavami, se puoi, seduta al gabinetto, le vesti rialzate, con grugniti da scrofa che si fa un maiale, e con un qualcosa di sporcamente serpentino che ti scende lentamente dal culo. Chiavami sulle scale al buio, come una serva che sbottona delicatamente i pantalo­ni del suo soldato e gli infila la mano sul pistolone, trova la camicia, la sente bagnata, la scosta e gli tocca le palle infuocate e alla fine gli tira fuori audacemente l’arma di carne che le piace tanto e comincia a masturbarlo con gentilezza, dicendogli all’orecchio parole sconce e storie oscene sentite dalle amiche e cose sporche che lei sa, e men­tre fa tutto questo viene nelle mutande dal piacere e lascia parti­re tante caldi e silenziosi gorgoglii pubici, finché sente il grilletto indu­rito come il cazzo di lui e improvvisamente se lo ficca tutto nella fica e chiava.

Basta! Basta, perdio!

Sono venuto, la festa è finita. Ora rispondo alle tue domande!

Jim

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