La verità

Donatien Alphonse François De Sade

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La verità

Che cos’è questa impotente e sterile chimera,
questa divinità predicata agli imbecilli
da una manica di preti impostori?
Vogliono collocarmi tra i loro credenti?
Ah! Giammai, lo giuro, e manterrò la parola,
mai questo bizzarro e disgustoso idolo,
questo parto di delirio e derisione
farà la minima impressione sul mio cuore.
Contento e orgoglioso del mio epicureismo,
intendo morire in seno all’ateismo
e l’infame divinità che mi vuole spaventare
la concepisco solo per bestemmiarla.
Sì, vana illusione, la mia anima ti detesta,
e per meglio convincerti scrivo qui la mia protesta,
vorrei solo per un momento che tu possa esistere
per godere del piacere di meglio insultarti.
Che cos’è in effetti questo esecrabile fantasma,
questo minchione di Dio, questo essere spaventoso
che si nasconde agli sguardi e allo spirito,
che l’insensato teme e di cui il saggio si beffa,
che non colpisce i sensi, che nessuno può capire,
il cui culto selvaggio ha fatto scorrere in ogni tempo
più sangue di quanto la guerra o la corrucciata Temi
non potessero versarne tra di noi in mille anni?
Ho un bell’analizzare, questo furfante deificato,
per quanto possa studiarlo, la mia mentalità filosofica
non vede nella ragione delle vostre religioni
che un cumulo impuro di contraddizioni
che cade ad un esame non appena lo si approfondisce,
lo si insulta senza motivo, lo si sfida, lo si oltraggia,
prodotto dallo spavento, partorito dalla speranza,
come mai il nostro spirito saprebbe concepire,
diventando di volta in volta, nelle mani di chi lo edifica,
oggetto di terrore, di gioia o di vertigine,
che l’astuto impostore che l’annuncia agli uomini
fa regnare come vuole sui nostri tristi destini,
dipingendoli ora cattivi e ora buoni,
ora massacrandoci e ora facendoci da padre,
offrendo sempre, in base alle passioni,
ai costumi, ai caratteri e alle opinioni:
da un lato la mano che perdona, dall’altro quella che colpisce.
Eccola la divinità con cui i preti ci illudono.

Ma con quale diritto colui che la menzogna stringe
pretende di sottomettermi all’errore che lo degenera?
Ho forse bisogno del Dio che la mia saggezza respinge
per rendermi conto delle leggi della natura?
In essa tutto si muove, e il suo seno creatore
si muove in ogni momento senza l’aiuto di un motore.
Questo doppio ostacolo mi sarebbe utile in qualcosa?
Forse la divinità dimostra la causa dell’universo?
Se essa crea, è a sua volta creata, ed eccomi sempre
incerto, come prima, di accettare il suo soccorso.
Fuggi, fuggi lontano dal mio cuore, infernale imbroglio;
cedi, scomparendo, alle leggi della natura:
soltanto essa ha fatto tutto, tu non sei che il nulla
dalle cui mani un giorno nascemmo improvvisamente.
Svanisci pertanto, esecrabile chimera!
Fuggi lontano da queste zone, abbandona la terra
dove non vedrai altro che cuori induriti
dal gergo menzognero dei tuoi meschini amici!
Quanto a me, ne convengo, l’orrore che provo
è così giusto, così grande, così forte,
che con piacere, vile divinità, con tranquillità…
Che dico? Con trasporto, anche con voluttà,
sarei il tuo carnefice, se la tua debole esistenza
potesse diventare oggetto della mia terribile vendetta,
e il mio braccio con piacere andrebbe fino al tuo cuore
provandoti tutta la potenza della mia avversione.
Ma sarebbe inutile cercare di raggiungerti,
la tua essenza sfugge a chi la vuole afferrare.
Non potendoti schiacciare, almeno, presso i mortali,
vorrei eliminare i tuoi dannosi altari
e dimostrare loro che un Dio assoggetta sempre
che questo vile aborto che la loro debolezza adora
non è fatto per porre termine alle passioni.

O sacri moti, o fiere impressioni,
siate per sempre l’oggetto dei nostri omaggi,
i soli che si possano offrire al culto dei veri saggi,
i soli in ogni tempo che dilettino il cuore,
i soli che la natura offra alla nostra felicità!
Cediamo al loro comando, e che la loro violenza,
sottomettendo i nostri spiriti senza incontrare resistenza,
ci abitui impunemente alle leggi del piacere
ciò che esse ci suggeriscono soddisfa i desideri.
Qualunque sia il disordine che possano causare,
dobbiamo ceder loro senza pena e rimorsi,
e, senza scrutare leggi né consultare costumi,
abbandonarci ardentemente a tutti gli errori
che la natura ci ha sempre suggerito.
Rispettiamo solo il suo divino sussurrio;
tutto ciò che le vane leggi ci impediscono ovunque
è proprio quello che ha sempre avuto maggior valore.
Ciò che all’uomo appare un’orribile ingiustizia
non è altro che l’effetto della sua azione corruttrice su di noi,
e quando, in conseguenza ai nostri costumi , temiamo di fallire,
riprendiamo le forze per accoglierla meglio.
Queste soavi azioni che voi definite crimini,
questi eccessi che gli sciocchi ritengono illegittimi,
hanno valore soltanto ai suoi occhi,
i vizi, le cattiverie che più la divertono;
ciò che imprime in noi è solo sublime,
consigliando l’orrore, ci offre la vittima
affrontiamola senza fremere, e senza mai temere
di aver commesso, cedendole, qualche misfatto.
Osserviamo la folgore nelle sue mani insanguinate,
essa scoppia per caso, e i figli, i padri,
i templi, i bordelli, i fedeli, i banditi,
tutto piace alla natura: ha bisogno dei delitti.
La serviamo allo stesso modo commettendo dei crimini;
più la nostra mano colpisce e più essa la stima.
Usiamo i potenti diritti che esercita su di noi
abbandonandoci senza ritegno ai gusti più mostruosi.
Nessuno può difendersi dalle sue leggi omicide,
l’incesto, la violenza, il furto, il parricidio,
i piaceri di Sodoma e i giuochi di Saffo,
tutto ciò che nuoce all’uomo o lo porta alla tomba,
non è che uno strumento per il suo piacere, siamone certi.
Rovesciando gli dei, rubiamo il loro tuono
e distruggiamo con la folgore sfavillante
tutto ciò che non aiuta il piacere in un mondo spaventoso.
Non ci risparmiamo soprattutto: che queste scelleratezze
servano da simbolo alle nostre nere prodezze.
Non c’è nulla di sacro: tutto in questo mondo
deve piegarsi sotto il giogo dei nostri impetuosi capricci.
Più moltiplicheremo e varieremo le infamie,
meglio la sentiremo affermarsi nell’anima,
raddoppiando, incoraggiando i nostri cinici sforzi,
a poco a poco, giorno per giorno, ci condurrà ai delitti.
Dopo gli anni più belli se la sua voce ci chiama,
infischiandocene degli dei incamminiamoci dietro di essa:
come ricompensa ci attende il suo crogiuolo.
Ciò che il suo potere prende, il suo bisogno ce lo restituisce,
in essa tutto si riproduce, tutto si rigenera;
dei grandi e dei piccoli la puttana è la madre,
e noi siamo sempre altrettanto cari ai suoi occhi,
mostri e scellerati, buoni e virtuosi.

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