Intellettuali e politica. Strani attrattori

Giuseppe Di Gaetano

L’articolo di Giuseppe Di Gaetano che segue riprende e sviluppa i temi trattati nel suo precedente “Lettera aperta a Miro Renzaglia” e nella risposta che quest’ultimo gli dedicò.

La redazione

lettera_fondo-magazineTrovare in pieno agosto un numero de Il Fondo ricco, pieno di sollecitazioni, è insieme un piacere ad una sferzata. Il lettore occasionale che esulta per aver scovato, finalmente, a destra l’ intellettuale masochista si tranquillizzi. Non è quello che immagina. Mi sto dedicando ad un lavoro impegnativo, che mi assorbe completamente. Ma gli amici continuano a scrivere cose interessanti e mai come in questi ultimi mesi la cultura non convenzionale e quindi autenticamente libera, sta manifestando una vitalità straordinaria, fatta innanzitutto di contenuti innovativi ma anche di grande partecipazione e di passione. Dunque, dico a me stesso: rimbocchiamoci le maniche e lavoriamo.

Ripartendo dalla risposta accorata di Miro Renzaglia che ho fatto mia per intero, e che incrocio anzi con l’ intervento di Franco Jappelli dalle colonne de “il Borghese”: gli schemi sono pericolosi quando sono riduttivi, poiché cancellano nel loro istituirsi parti significative del discorso ma possono essere contemporaneamente semplificativi facilitando così la conclusione che non di rado si identifica con la soluzione. Ritorno al concetto sul quale sto dibattendo da tempo, considerandolo preliminare rispetto ad ogni discussione. Tutti i compagni di percorso citati nella lettera/risposta (1), che, a mio modo di vedere andrebbe letta come un unico documento, sono intellettuali di grandissima caratura. Hanno scelto di dedicarsi alla politica e, benché loro proclamino il contrario, questa scelta li condiziona fortemente nella libertà necessaria all’intellettuale. Non possono esprimere compiutamente quello che pensano poiché sono chiamati periodicamente a render conto della loro azione in sede elettorale oltre che per il fatto che “giocano” in una squadra e per la squadra. Che gli elettori poi identificano, o meno, con chi li deve governare. Il risultato tangibile è ciò che conta. Ma questo lo considero un fatto positivo. Un paese privo di amministratori  in grado di mediare sarebbe allo sbando. Fanno il loro lavoro con buoni risultati, trasferendoci tutta la cultura in loro possesso. Operano per il bene comune e in loro mi riconosco come cittadino. Per quel che al cittadino si chiede.

Personalmente non posseggo la capacità di mediare. Se ho di fronte un imbecille rimane un imbecille e non diventa un “diversamente colto” solo perché detiene le chiavi per arrivare al risultato. Per l’uomo politico, per quanto proclami la propria purezza, non è così. E meno male. Con tutti gli imbecilli che dagli anni delle convergenze (parallele) e degli archi (costituzionali) si sono trovati a dirigere lo Stato, saremmo alla paralisi. Il politico e l’intellettuale sono due categorie, oggi, definitivamente separate per cui diventa pericolosissima la pretesa di farle coincidere.

Riprendo così  il discorso interrotto. Mi scuso per i miei tempi lunghi ma contrariamente a quanto sostiene Brignano sono uno scrittore che si alza alle sei e fa finestre di alluminio anodizzato per guadagnarsi da vivere. Aggiungo che non ho la barba lunga. A proposito. Avete notato come l’ironia riesca meglio quando non devi affrontare il problema della quarta settimana?

Il luogo dell’intellettuale oggi è la prima linea o, se si preferisce, la trincea. Non certo la catacomba. Anche quando parlo di marginalità definisco, come lo stesso termine suggerisce di un bordo, un limite che separi e fronteggi altro da sé. E che, comunque, sia ben visibile. C’è tutto l’interesse a sospingere l’intellettuale ben oltre quel limite nell’intento di escluderlo dal dibattito, di privarlo della voce perché egli risulta essere scomodo. Insopportabile la sua pretesa di fare a meno del potere, di non lasciarsene condizionare, festosamente partecipe dei mille rivoli con i quali il grande corso della storia si alimenta, lontano dai palazzi e dalle nicchie laicamente sacrali dove il pensiero è imposto, non di rado ope legis, senza possibilità di essere discusso. Preferisco  la contaminazione con la mia gente, della quale sono figlio, ridendo dietro centinaia di palline che continuano a rotolare da Trinità dei Monti, puntigliosamente rincorse e sanzionate dal magistrato. Il potere non sempre si identifica con quello politico. In epoche non lontane il mondo della cultura, costituitosi in consorzio,  ha espresso un potere che non aveva nulla da invidiare a quello politico.

Sotto gli ombrelloni di Capalbio e all’Argentario si dava continuità all’antifascismo tant’è, e mi sembra del tutto conseguente, che un gruppo di giovanotti, abbia tratto le conseguenze logiche da quelle affermazione continuando ad ammazzare, scavalcando una cesura di trenta anni, il nemico ancora pericolosamente incombente. La cultura non è

asettica. Ogni parola, ogni concetto  ha una sua conseguenza e l’ intellettuale ne assume la responsabilità. Fu osceno quello che accadde allora ma appare ancora più osceno il teatrino al quale assistiamo oggi nel quale i carnefici di allora prendono le distanze, sottobraccio alle potenziali vittime di allora, in nome degli stessi principi (2) che insanguinarono l’Italia nel periodo post bellico. Oggi, almeno quei principi (2) hanno la patetica consistenza di una vecchia signora, imbellettata e cadente, alla perenne ricerca di qualcuno a cui concedere i propri favori, sognando di una cupa giovinezza vissuta inseguendo pulsioni con il sapore dell’odio e del sangue.

Gli intellettuali che, insieme con Miro, abbiamo nominato li considero sodali, in qualche caso amici, ed anche se abbiamo opinioni diverse, e quindi modi di operare diversi, non posso certificare la verità delle mie affermazioni. Sono ragionevoli e le difendo, ma non sono articoli di fede. So che quelli tra di noi che hanno scelto di impegnarsi in politica si sono trovati ad autocensurare molte istanze ma so anche che di questo baratto fanno un gran bell’uso costruendo percorsi e spazi nei quali ciascuno di noi può esercitare la propria libertà.

La seconda riflessione è conseguente. Esiste un condizionamento forte di una parte della politica, un controllo asfissiante e trasversale sugli strumenti di diffusione di massa nel tentativo di impedire pericolose derive eterodosse. Ma ciò riesce solo se l’intellettuale è disposto a lasciarsi condizionare. La Storia non si lascia indirizzare. Prosegue inesorabilmente per la sua strada che sfugge a qualsiasi tentativo di controllo della volontà umana. Altrimenti non si comprende come culture devastate nell’arengo della storia siano poi risultate trionfanti.

Io che sono cattolico vi leggo il disegno della Provvidenza, altri il capriccio del caso, altri ancora l’ineluttabilità del progresso o della volontà. Sta di fatto che la storia possiamo solo compendiarla sommariamente, quando ci riusciamo. Così assistiamo sbigottiti (lo dico senza ironia)  al configurarsi geopolitico di un’Europa  molto simile (per non dire identico) a quella preconizzata da Hitler. Prendo nota, senza che per me abbia alcun significato diverso da quello storico o sociale. La Storia, per chi ha voglia di leggerli, rilascia copiosi segni ed è miopia  lasciarsi rassicurare da schemi che altri hanno preconfezionato con scopi non sempre commendevoli. Se la libertà d’espressione che caratterizza l’intellettuale diventa prudenza nel politico, capacità quindi di distinguere e praticare il bene comune che non deve necessariamente coincidere col vero e col giusto, non ne faccio un dramma e, anzi, ritengo che sia necessario.

L’intellettuale cammina almeno un passo davanti al politico e nessuno dei due può fare a meno dell’altro. Tenendo presente che qualsiasi società è in grado di generare uomini politici  ma non tutte le società sono in grado di plasmare intellettuali. E questo è un altro discorso. Ma il primo segnale della decadenza di una cultura, e della società relativa, lo apprendo dalle esperienze del passato, è l’assenza di intellettuali. Fortunatamente, questa osservazione non riguarda la nostra cultura.

________________________

(1) Riporto i nomi degli intellettuali citati, in ordine d’ingresso:
Giancarlo Lehner, Gennaro Malgieri, Lodovico Pace, Pietrangelo
Buttafuoco, Mauro Mazza, Umberto Croppi, Sandro Giovannini. da  Il
Fondo – 4th mag 2009

(2) L’accento lo disponga il lettore. Va bene comunque.

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