Albert Camus e il caso Brasillach

Romano Guatta Caldini

Quanti innocenti all’orrenda agonia
votaste decidendone la sorte
e quanto giusta pensate che sia
una sentenza che decreta morte?

Faber – Recitativo

Furono molti gli intellettuali che si mobilitarono perché Robert Brasillach [nella foto di copertina] avesse salva la vita, tra questi è giusto citare François Mauriac, Paul Valery, Jean Cocteau e Maurice de Vlaminck, i più noti. Oltre a questi figurò inaspettatamente Albert Camus [nella foto sotto], il redattore-capo di Combat, l’organo di stampa resistenziale. Nessuno aveva previsto che il giovane esistenzialista apponesse  la sua firma sull’appello alla grazia redatto dagli intellettuali, soprattutto dopo le accese polemiche con François Mauriac, circa la necessità di una severa punizione per tutti coloro che si erano macchiati “d’intelligenza con il nemico”. In questi termini, Camus giustificò la sua scelta:

albert-camus_fondo-magazine«Ho sempre provato orrore per la pena di morte e sono giunto alla conclusione che, almeno come individuo non potevo avervi parte, sia pure per astensione. E’ tutto. Ed è uno scrupolo personale, credo farà ridere gli amici di Brasillach. Non è per lui che aggiungo la mia firma alla vostra. Non è per lo scrittore, che disprezzo con tutte le mie forze. Se pure avessi la tentazione basterebbe il ricordo dei miei amici mutilati o uccisi dai suoi amici grazie al suo giornale. Voi dite che in politica regna la probabilità, e io non lo so. Ma so che non c’è niente di casuale nello scegliere di fare ciò che ti disonora come pure nel fatto che la mia firma sia accanto alla vostra, mentre Brasillach non ha mai agito in favore di Politzer e di Jacques Decour»

Nonostante le drammatiche vicende personali e le sue spesso discordanti prese di posizione in merito, Camus non poté accettare le decisioni di un processo farsa, un processo alle idee. Vi è da ipotizzare, inoltre, che il futuro autore dell’Etranger, s’identificasse con l’imputato più di quanto egli stesso volesse ammettere. Durante il periodo d’occupazione tutti avevano collaborato con i tedeschi, con gli occupanti, anche gli intellettuali, compreso l’insospettabile Sartre, ma anche Camus e Cocteau non furono da meno. Dopo il tragico epilogo della vicenda, Camus si ripromise di scrivere un libro sulle tesi politiche di Brasillach, ciò però non avvenne; in compenso arrivò La Peste. Al di là di ciò, già nel ’42, ne Il mito di Sisifo, Camus scriveva:

«Vi è un solo problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta (…) vedo che molti muoiono perché reputano che la vita non valga la pena di essere vissuta, e ne vedo altri che si fanno paradossalmente uccidere per le idee o le illusioni che costituiscono per loro una ragione di vita, ciò che si chiama ragione di vivere è anche un’eccellente ragione di morire».

La vita, per assurdo, è una partita già decisa, ma abbandonarla significa perderla volontariamente, la dignità di un uomo consiste nel suo impegno «in una guerra in cui è già vinto». E la scelta di Brasillach, quella di continuare a perorare la causa nazionalsocialista, nonostante tutto stesse crollando, non era forse un suicidio e una vittoria al contempo? La tragicità del caso Brasillach sta proprio nella presa di coscienza della fine imminente e dell’assurdità di un processo alle intenzioni. Sempre parlando di Sisifo, in un parallelismo fra quest’ultimo e l’operaio, Camus scrive:

«In che consisterebbe la pena, se, ad ogni passo fosse sostenuto dalla speranza di riuscire? L’operaio d’oggi si affatica ogni giorno della vita, dietro lo stesso lavoro e il suo destino non è tragico che nei rari momenti in cui egli diviene cosciente. Sisifo, proletario degli dei, impotente e ribelle, conosce tutta l’estensione della sua miserevole condizione.(…) La perspicacia, che doveva costituire il suo tormento, consuma, nello stesso istante, la sua vittoria. Non esiste destino che non possa essere superato dal disprezzo. Se codesta discesa si fa, certi giorni, nel dolore, può farsi anche nella gioia». Ecco la chiave di volta, il grimaldello che ci apre le porte dell’assurdo svelandoci un mondo oltre la sua essenza tragica, e assurda appunto: «il faut imaginer Sisyphe heureux. E’ questa la risposta. E’ così che si dovrebbe ricordare Brasillach! Sprezzante e felice, prima di fronte alla giuria e poi di fronte al plotone d’esecuzione».

Per uno scherzo del destino o per assurdità della vita, Albert Camus muore il 4 gennaio 1960 in un incidente automobilistico, l’auto, dopo essere uscita di strada, incontrerà sulla sua traiettoria un albero. Nelle parole di  Ezra Pound: «uno schianto, non una lagna».

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