2009. Overdose da anniversario

Mario Grossi

Forse era così anche negli anni passati e non ci avevo fatto caso. Ma quest’anno mi sembra che sia in corso un’esplosione di commemorazioni di cui il 2009 è anniversario. Sarà che il mio carattere malinconico mi ha, da tempo, messo in guardia ed io con lungo, lento e penoso addestramento mi sono liberato da questa deformazione che fa ricordare fatti ed avvenimenti considerati pietre miliari del percorso storico.

calendario_fondo-magazineSarà che sono saturo di ricorrenze varie che turbinose in famiglia si susseguono incessantemente di anno in anno. Sarà che non festeggio il mio compleanno da sempre (se si eccettua quello del 2002. Essendo nato il 20 febbraio la data suonava 20 02 2002. Non capita a tutti di festeggiare un compleanno palindromo e convincersi che quell’inversione è un percorso capovolto che mi riporta alla gioventù). Ma tutta questa frenesia della commemorazione mi lascia un po’ perplesso e tendenzialmente interdetto.

Forse è pure giusto festeggiare, che so, la scoperta dell’America, ma le contraddizioni che queste commemorazioni si portano dietro mi fanno pensare che forse è meglio lasciar perdere. Si festeggia Cristoforo Colombo come scopritore dell’America perché fa parte ormai del nostro immaginario collettivo, perché quella data è forse uno spartiacque che ci torna utile ricordare, a prescindere dal fatto in sé. Furono i Vichinghi, i primi scopritori, oppure secondo qualcun altro i Romani, ma si parla anche di navigazioni atlantiche precedenti. Così non si mai bene che cosa si ricorda e se quello che stiamo festeggiando sia giusto.

Quest’anno sono due gli avvenimenti che hanno riempito i giornali, le TV, i libri. La scoperta della Luna, o meglio il primo allunaggio sul pianeta e Woodstock, l’evento assoluto, che ben più del primo è stato ricordato un po’ da tutti.

L’allunaggio da parte di Armstrong è sicuramente un avvenimento che ha segnato la nostra storia recente. Di portata maggiore del fatto in sé. In realtà si portava dietro una lunga corsa tra USA e Urss e rappresentava, in un certo senso, una vittoria militare, realizzata in quel periodo di congelamento reciproco delle due superpotenze che non potendosi affrontare, pena la fine delle ostilità causata dalla distruzione della terra, scelsero anche questa palestra per dimostrarsi le proprie forze e le proprie qualità. Quell’allunaggio, ricordato come un compimento di un percorso tecnologico, come del resto succede in ogni percorso, si porta con sé l’ombra di una fine. La conquista della Luna rappresentò, in qualche modo, la fine di un sogno prometeico che verrà, di lì a poco, abbandonato. Stiamo in realtà commemorando una morte non una nascita. Il progetto spaziale della NASA, anche se proseguirà negli anni, in realtà si fermò lì. Se si pensa poi che gli astronauti di quella missione, hanno avuto tutti vite successive marchiate da depressione, alcolismo, emarginazione, litigi si capisce meglio che ciò che noi ricordiamo con tanta enfasi si portava dentro insieme alla Luna anche la sua parte buia (the dark side of the moon).

Anche Woodstock, celebrata come l’apoteosi del movimento hippie, come l’evento che trasformò per sempre l’immaginario giovanile, come l’esperimento ed il capostipite di un modo di vivere e di vedere le cose (ed è senz’altro vero), fu anch’essa una sorta di capolinea di un movimento e di un pensiero che non si sarebbe più riproposto negli anni successivi e che il ribollire d’animi di cui fu la punta d’iceberg più appariscente venne completamente sommerso dal dopo. In parte digerito dall’industria discografica che tramutò quel sogno collettivo, in un sogno dorato per pochi e in un incubo per molti (l’eroina di massa degli anni settanta per me ne indica comunque un sintomo esplicito).

E che quel sogno si portasse dietro delle colossali contraddizioni è testimoniato dal fatto che il 2009 è anche il 40° anniversario della strage di Bel Air da parte della comunità soggiogata da Charles Manson, il paranoico fissato con Helter Skelter la canzone dei Beatles che fece da colonna sonora per quegli omicidi.

E a proposito di Beatles, il 2009 rappresenta anche il 40° anniversario della famosa foto che fece da copertina all’LP Abbey Road. Quella foto, che ritrae i quattro scarafaggi che attraversano in fila indiana con passo cadenzato, su delle strisce pedonali, proprio Abbey Road, diede origine ad uno dei miti più duraturi della storia della musica. Si disse che era un chiaro riferimento alla morte di Paul McCartney, l’unico dei quattro, scalzo. In realtà quella commemorazione si porta dietro, come quella dell’allunaggio e di Woodstock, la stessa contraddizione. Festeggiamo la copertina di un disco che, di fatto, rappresenta la morte del celebre quartetto di Liverpool.

Di questo passo si potrebbe parlare a lungo di molte cose. È il 50° anniversario della conquista del potere di Fidel Castro a Cuba, che molto fece sperare e che oggi, mentre Fidel sta compiendo 83 anni, sembra anch’essa la commemorazione di un sogno svanito, seppellito da un potere che cerca ormai solo di sopravvivere a se stesso aiutato nella dissoluzione da un embargo infame che continua a chiedere sangue. L’Europeo in questi giorni è uscito nelle edicole con un numero dedicato a Cuba in cui le foto che alternano i barbudos sorridenti che entrano, festeggiati all’Avana, e le pose di Cuba oggi, ben rappresentano iconograficamente ciò che sto descrivendo. Si ricorda un evento, sicuramente fondamentale per la storia ma come se si fosse consapevoli che si tratta di un funerale.

E se si volesse continuare su questa scia, a novembre ci sarà il ventennale del crollo del muro di Berlino, che sancì il ritorno alla libertà della DDR, la fine della Cortina di Ferro e del mondo ingessato della Guerra Fredda. Ma nel commemorare quel ritorno alla libertà nessuno potrà negare che, decretò la morte (magari benefica) di una geografia fondata sulla paura atomica e che non ha trovato un nuovo assetto ed un nuovo equilibrio oggi. E che pertanto anche qui si commemora una fine più che un inizio.

Ci sarà anche il 40° della strage di Piazza Fontana, con i soliti cortei, le solite corone di fiori, i soliti discorsi, i soliti fischi, le solite piste battute, i soliti ignoti impuniti. Le messe funebri alla memoria.

Così come si ricorderanno gli 80 anni della Capannina, mitico (per alcuni, non per me) locale di Forte dei Marmi dove passarono tutti i dinosauri di un passato seppellito e che oggi vive ancora di quelle nostalgie.

Non se ne può più di questo torcicollo perenne, come se non ci fosse più strada davanti, come se fosse necessario ricordare un fatto, un volto, una battuta per essere sicuri che quelle stagioni vivono ancora.

Quando morì mio padre, io sconvolto mi confidai con mia sorella maggiore, confessandole la mia più grande paura. Temevo che rapidamente avrei scordato il suo volto, la sua voce. È come se da un buco della serratura – le dissi – una luce trapelasse sempre più fioca ed io rimarrò al buio presto e per sempre. E lei saggiamente replicò di non aggrapparmi ai ricordi. Nostro padre – aggiunse – vive in quel che ci ha insegnato, in quello che di lui è rimasto in noi. Idee, valori, aspirazioni che non hanno bisogno di facce, voci, suoni cui aggrapparsi. Aveva ragione lei e forse è per questo che mi infastidiscono tutte queste solenni commemorazioni. Ciò che eventualmente rimane di Woodstock, della Luna, del crollo del Muro di Berlino è quello che hanno prodotto e che continuano a produrre oggi. Sono quei germi, quei semi che hanno originato effetti positivi e duraturi (ammesso che li abbiano generati) e che non hanno bisogno di commemorazioni perché VIVONO.

E se proprio devo mettermi a commemorare qualcosa ricorderò, come faccio ogni anno, la nascita del “Capitano” sono 110 anni ormai da quel 13 settembre 1899 che vide nascere Corneliu Zelea Codreanu. E in sovrappiù rileggerò, alla faccia di tutti gli ipocriti e di tutti i doppi pesisti, Pan e Fame visto che nel 2009 ricorre il centocinquantesimo della nascita di Knut Hamsun, premio Nobel e gran letterato che sarà ricordato solo in Norvegia e con imbarazzo visto che ebbe idee politiche che lo avvicinarono al nazismo.

Ricorderò le nascite di due giganti che, nonostante tutto, VIVONO. Insomma queste estenuanti commemorazioni mi sembrano più delle profanazioni che degli omaggi postumi alla storicità di certi eventi.

A proposito di ricorrenze. Il 2009 è il centenario dell’azione di Aleksej Bakruscin che nel lontano 1909 profanò la tomba del grande Gogol. Ne trafugò il cranio che andò ad arricchire la sua collezione di raccoglitore di cimeli letterari. Ecco renderò omaggio alla vera essenza delle commemorazioni. Profanazione.

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