Rino Gaetano e il manifesto di Casapound

miro renzaglia

Mio fratello è figlio unico


rinowebOh, bella ciao… una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor. L’invasore, nella fattispecie, è il manifesto di Casapound recante in effige il volto di quel funambolo della canzone, un po’ anarchico, molto controverso, assai ribelle che fu Rino Gaetano e che, da qualche giorno, fa mostra di sé su parecchi muri delle italiche città. Immagino lo strabuzzar degli occhi dell’ignaro passante progressista (o giù di lì) che, alla firma dei Fascing Stones targati CP, pensava dover prendere nota di, chessò?, un elogio ad Augusto Pinochet Ugarte, un osanna a Georgios Papadopoulos, un memento per Idi Amin Dada o ad altre alabarde della reazione mondiale con cui volentieri, nel suo immaginario, preferisce associare il reprobo in camicia nera. Spiacenti della delusione provocata: pare che dalle parti di Via Napoleone III a Roma  abbiano altri gusti. “Che c’entra Casapound con Rino Gaetano?”  si sarà chiesto, allora, l’incredulo antifa. E qui viene il bello. Perché probabilmente la risposta, nuda e cruda, è:  niente. Fateci caso: il manifesto ha tre elementi significanti e significativi: la foto solarizzata di Rino Gaetano,  la sua data di nascita e di morte e lo stemmino della tartaruga, in basso a destra. Punto. Ovvero? Ovvero, il messaggio appare essere: “A noi ce piace. E tanto basta…”. Insomma, nessuno si appropria di alcun chi o di alcun che. Pare non gliene freghi niente se Rino Gaetano era di destra o di sinistra. Magari, nella profonda convinzione che l’autore di Mio fratello è figlio unico appartenga a quell’estremo-centro-alto dove “contraria sunt complementa“. Inaudito.

Inaudito? Non so. Forse, ha ragione Massimo Ilardi nel suo articolo: “Ribelle è bello. La destra lo ha capito, la sinistra no” pubblicato sul quotidiano L’Altro, ripreso e commentato  qui, su Il Fondo quando dice che: «Oggi è tempo di ribelli e non di partigiani». Dove la differenza di sostanza fra ribelle e partigiano sta nel fatto che il primo se ne frega del “chi non è con me è contro di me”, tanto caro al secondo. Putacaso, questa delle contrapposizioni pregiudiziali è caratteristica di tutte le dicotomie moderne. Ma non viviamo, forse, noi, oggi, nell’anno 2009 dell’era volgare, altrimenti detta postmoderno?  Ecco: c’è chi ha capito che borderline  è bello e chi, invece si ostina a trincerarsi dietro le barricate dell’identitarismo di maniera, dell’ideologia retrodatata, di un purodurismo che non arrivando mai ad essere del tutto diamantino si riduce alla carboneria prossima a definirsi, con una parola sola ed appropriata: setta.

Pur tuttavia,  bisogna tentare una risposta all’indovinello che aleggia intorno alla pro-vocazione situazionista di Casapound: perché proprio Rino Gaetano? Era un ribelle? E’ fuor di dubbio ma non basta: di ribelli, a sua somiglianza, ce ne è una valanga nella nebulosa nera. Basta cogliere nel mazzo senza scomodare il crotonese. Ha cantato, il crotonese, qualcosa che lo assimili ai fascio rivoltosi? Come dire: “Ma il cielo è sempre più blu” è una versione riveduta e corretta del “Me ne frego” di ardimentosa memoria? Forse, ma con tanta, tanta fantasia translitterativa. O gliene incolse solo perché è morto e i morti non possono dissociarsi?

Per essere morto, è morto. Ed è pure morto strano: a quanti capita di essere coinvolti in due incidenti stradali nel corso della stessa settimana e alla seconda, più infausta, di essere rifiutati in cinque, dicasi cinque, siti ospedalieri, fino a farti schiattare? Pochi, direi. Ma che il fatto sia anomalo lo dice un controcanto a Pasolini. Sarà che fra poeti ci si intende e che a volte gli capiti di avere dei colpi di divinazione fino a fargli prevedere con esattezza di quale morte moriranno e, addirittura, con quali modalità. Non ci credete? Vabbeh, allora mi costringete alle citazioni: «Il canale del porto di Fiumicino / sono come un gatto bruciato vivo, / pestato dal copertone di un autotreno, / impiccato da ragazzi a un fico, / come un serpe ridotto a poltiglia di sangue, / un’anguilla mezza mangiata / le guance cave sotto gli occhi abbattuti, / i capelli orrendamente diradati sul cranio / le braccia dimagrite come quelle di un bambino / un gatto che non crepa…» (Pier Paolo Pasolini, Una disperata vitalità).  E, di paragone: «Quel giorno Renzo uscì, / andò lungo quella strada e una Ferrari contro lui si schiantò / il suo assassino lo aiutò e Renzo allora partì / verso un ospedale che lo curasse per guarir. / La strada era buia si andò al San Camillo / e lì non l’accettarono forse per l’orario / si pregò tutti i Santi ma s’andò al San Giovanni / e lì non lo vollero per lo sciopero. / Era ormai l’alba andarono al Policlinico / ma lo si mandò via perché mancava il vicecapo. / C’era in alto il sole e si disse che Renzo era morto…» (Rino Gaetano, La ballata di Renzo).

E’ vero: a schiantare Pasolini non fu un autotreno ma un’Alfa Romeo. Né fu una Ferrari a tagliare la strada di Gaetano, ma un autotreno. Eppure, il resto non vi sembra di una disarmante preveggenza? E a chi si addice lo specchietto avanvisore della storia se non, da sempre, ai poeti? Oddio! Le profezie, le veggenze, il maledettismo, la ribellione, il morir giovani caro agli dèi, gli apparenti nonsense, l’essere fuori e l’essere oltre, gli inclassificabili, gli “adulti, mai…”.  Sta’ a vedere che pure a Casapound masticano di poesia e di poeti e che per questo, solo per questo hanno imbandierato l’Italia alla memoria di Rino Gaetano. Senza manco una ricorrenza da celebrare. Senza manco pretesti di causa e di lotta. Solo perché il punto primo di ogni estetica è proprio quel: “A noi ce piace…”. E tanto basta.

httpv://www.youtube.com/watch?v=9wemH4qg6rQ
(Rino Gaetano, La storia siamo noi, 2007)

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