Quando non è possibile dire arrivano i nostri

Annalisa Terranova

Non è un Paese normale, né civile, quello in cui se a compiere un delitto è un uomo in divisa scatta una sorta di rete di protezione, una cortina fumogena di mistificazione, che si conclude con una pena irrisoria nei confronti del singolo che ha infranto la legge. Non è un Paese normale né civile perché in questo tipo di Paese chi ha una divisa ha la missione di tutelare le persone e non di offenderle, di prevaricarle, di ucciderle. Fatta questa premessa essenziale, occorre dire che questa riflessione dev’essere approfondita soprattutto da parte di quella destra che dinanzi a una carica dei carabinieri o degli agenti di polizia pensa meccanicamente: «Ecco, arrivano i nostri!». Ma sono i «nostri» davvero? O non si dovrebbe recuperare un giudizio più distaccato? Nel recente passato, prima dello sciagurato omicidio di Gabriele Sandri, non sono mancati purtroppo casi in cui giovani vittime di uomini in divisa non hanno avuto giustizia, casi che hanno infranto in modo clamoroso il principio-cardine dello Stato di diritto secondo cui tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge.

celerini_fondo-magazineL’elenco è penoso, ma occorre farlo. Partiamo da Giorgiana Masi uccisa durante una manifestazione dei radicali il 12 maggio del 1977. Aveva diciannove anni. L’età, per dirla con Lucio Battisti, in cui si hanno nel cuore “prati verdi che nessuno ha ancora calpestato”. C’erano agenti in borghese armati infiltrati tra i manifestanti, ma l’omertà non consentì di arrivare a individuare un responsabile dell’assassinio. Poi ci sono due ragazzi che riguardano da vicino il mondo della destra. I loro volti li conosciamo bene, così come le loro storie. Stefano Recchioni, 19 anni, centrato in pieno volto da un proiettile sparato  dal capitano dei carabinieri Edoardo Sivori. Anche in quel caso, si tentò il depistaggio d’ordinanza: furono casualmente rinvenuti proiettili nelle tasche dei pantaloni di Stefano. Ce l’avevano messi per dimostrare che era un facinoroso accorso ad Acca Larentia per fomentare disordini. Vi era accorso scioccato, come tutti noi, per la morte di due che erano davvero “dei nostri”. L’altro ragazzo è Alberto Giaquinto, ucciso con un colpo alla schiena dall’agente in borghese Alessio Speranza. Come vogliamo definire queste morti? Omicidi di Stato? In ogni caso gli esecutori materiali dei delitti non hanno fatto nemmeno un giorno di carcere. Sivori se la cavò con la condanna per “eccesso colposo di legittima difesa”, Speranza fu prosciolto da ogni accusa.

Poi ci sono i fatti del G8 di Genova del 2001: disastrosa gestione dell’ordine pubblico e non solo per colpa dei black bloc. Un ragazzo morto: Carlo Giuliani. Dice: stava tirando un estintore contro la jeep da dove sparò il carabiniere Placanica. Vero, ma colpisce di più il fatto che avesse vent’anni. Colpisce il fatto che il Defender assaltato passò due volte sul corpo di Giuliani. Colpisce che non gli spararono alle gambe. Dice: l’agente Placanica era sotto choc, c’era un clima di tensione altissima. Ma perché mandare giovani agenti impreparati in quell’inferno? In ogni caso, alle forze dell’ordine non dovrebbe appartenere il concetto di vendetta che ci fu e che fu messa in pratica nella caserma Bolzaneto, dove venivano portati i manifestanti fermati, picchiati e umiliati, insultati e costretti ad abbaiare o stare in piedi su una gamba sola. E vendetta ci fu con l’irruzione della polizia alla scuola Diaz, di notte, dove dormivano i militanti del Genoa Social Forum. Scene da “macelleria messicana” ebbe a dire un poliziotto, Michelangelo Fournier, che all’epoca dirigeva la missione punitiva in seguito ripudiata. Ovviamente furono trovate molotov, peccato che ce le avessero portate gli agenti stessi, per giustificare la mattanza. Il tragico cerchio di errori, di eccessi, di deviazioni da quello che dovrebbe essere il normale comportamento degli uomini in divisa, addestrati per tutelare i diritti dei cittadini e non per violarli, si chiude con il caso Sandri. La pena irrisoria inflitta all’agente Spaccarotella dimostra ancora una volta che la giustizia diviene magicamente strabica quando si tratta di punire il responsabile di un delitto se quel responsabile si fregia dell’appellativo di membro delle forze dell’ordine. Si replicherà: una mela marcia non pregiudica la bontà dell’intero frutteto. Ma se il contadino anziché buttarla via la spaccia come buona e genuina, su tutta la merce grava il sospetto di avaria.

L’ultimo episodio da citare riguarda gli scontri di piazza Navona tra i militanti di Blocco studentesco e gli estremisti di sinistra che intendevano cacciarli dalla manifestazione degli studenti contro la riforma dell’Università. Scontri che sono durati minuti interminabili senza che le forze dell’ordine intervenissero. I cronisti giunti sul posto subito dopo i disordini raccoglievano commenti tra gli stessi tutori dell’ordine che suonavano così: «Stavolta hanno fatto tutto loro, hanno fatto tutto da soli». E loro, perché non sono intervenuti? Naturale che affiorasse il sospetto di una mancanza di interventismo utile a riprodurre la logica degli opposti estremismi. Un atteggiamento tragico, che ha rappresentato la linea dominante durante i neri anni di piombo italiani la cui lezione, evidentemente, non è stata ancora appieno metabolizzata.

Tutti conosciamo la storia di Pinocchio, che a un certo punto viene “prelevato” da due gendarmi che lo portano in gattabuia. Tutti abbiamo compreso la morale della storia: anche a chi compie monellerie deve essere data una possibilità di riscatto. E nel caso di Pinocchio ciò è utile proprio a far sì che il burattino diventi “umano”. Si tratta di un metasignificato della favola che vale come fondamento di ogni società davvero coesa. Per questo siamo comunque con Pinocchio. E non vorremmo che, dopo la vergognosa sentenza sull’omicidio Sandri, si trattassero i tifosi come tanti Pinocchi su cui esercitare il rigore della legge.

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