Cosmo “patriottismo” e nazionalismo di popolo

Luca Leonello Rimbotti

La Patria: una realtà che per noi europei viene da lontano, che rimonta all’antichità, se esposta alle irradiazioni del freddo intelletto di un cosmopolita democratico si sbriciola, fino a perdere qualunque significato. In mani liberali, l’idea di Patria non è che una trovata per garantirsi la sicurezza personale. Vedete con quanta facilità gli Stati Uniti hanno inglobato situazioni del tutto disomogenee tra di loro, senza porsi tante domande. Per dire, che c’entrano le Hawai con la Lousiana? Nulla, non c’entrano nulla. Ma sono entrambe Stati Uniti. La “patria” liberale è il luogo dove si svolgono in sicurezza i propri traffici privati. Tendenzialmente, gli Stati Uniti d’America non sono che l’antefatto dei futuri Stati Uniti del Mondo, continuamente richiamati nella patristica puritano-liberale anglosassone.

Si tratta di un cosmopolitismo planetario che è la più radicale negazione del concetto di nazione e di identità etnica. Nessuna tutela della diversificazione popolare, della tradizione culturale, della discendenza genealogica. Nessun interesse per i patrimoni ereditari di cultura, di lingua, di avvenire. Per il libertario la “patria” è dappertutto, basta che sia garantito il sicuro procedere dei suoi affari. Il famoso “patriottismo” a stelle e strisce non vuole saper nulla di eredità storiche, di identità etniche, di memorie condivise, di comunità di destino. Tutte parole estranee, sconosciute. Tutte balle idealistiche. Il liberale vuole ben altro. Niente sacrifici, lotte, conflitti, se non per difendere il profitto liberamente perseguito.

La guerra d’indipendenza americana? Noi sappiamo che fu una lotta dei ricchi proprietari del New England per sfuggire alla presa di uno Stato nazionale. Il re d’Inghilterra rappresentava un potere liberale e oligarchico, certo, ma, allora, pur sempre nazionale. Aveva le sue leggi storiche, i suoi diritti consuetudinari che derivavano da un lungo passato, da una tradizione e da un popolo ben precisi. I ricchi proprietari americani volevano invece essere semplicemente padroni di disporre a loro piacimento dello spazio. Storia, tradizione, memoria, per il perfetto liberale sono vuote parole. Latifondisti e ricchi proprietari di schiavi come Washington o Jefferson poterono inventarsi la “libertà” americana e i “diritti universali dell’uomo”. Con questo giochetto, ripetuto a volontà dai loro eredi ideologici, è stato facile mettere la museruola a una buona metà del mondo. La mossa di Lincoln di “liberare” gli schiavi dai campi di cotone del Sud per ammassarli nelle fabbriche del Nord, anziché un disegno di sfruttamento razzialista è passata alla storia come il nobile gesto di un eroe della libertà…Attraverso simili grotteschi rovesciamenti della verità, oggi il liberalismo è a un passo dal dominio mondiale, nei fatti e nelle coscienze degli uomini.

Il liberalismo si nutre da sempre di questi paradossi e di queste menzogne. E il “patriottismo” liberal è solo una di queste menzogne. L’autogoverno del popolo americano non esiste, è semplicemente l’autogoverno dei ricchi. La guerra di George Washington contro il re d’Inghilterra per sottrargli la proprietà della terra e per sfuggire alle tasse è la medesima di quella condotta da Roosevelt per abbattere l’insidia dell’Asse all’accesso alle risorse mondiali. Il “patriottismo” dello zio Sam è questo…Il grande petroliere che fa le guerre che gli convengono nei luoghi che gli tornano comodi: i Bush e le loro guerre irakene sono un classico macroscopico. Come è possibile credere a simili mistificatori, quando parlano di “democrazia” e di “libertà”?

Questo “patriottismo” ritagliato sugli interessi di pochi nababbi fondamentalisti della proprietà privata e della tutela del profitto è l’eterna negazione della nazione, nel Settecento illuminista come nel Duemila mondialista.

Sotto gli occhi del mondo, nel secolo scorso è avvenuta una saldatura ideologica tra questi liberisti “patrioti” e i cosmopoliti illuministi. L’abbraccio tra liberali e progressisti, avvenuto sulle macerie dell’Europa, sta costando al mondo la tragedia della globalizzazione. Essa non è altro che la sintesi tra Jefferson e Voltaire. E i popoli provano sulla loro pelle la catastrofe di un cosmopolitismo armato e aggressivo, che si è anche dotato di una “ideologia” di facciata. Questa, accanto alla rapina a mano armata e al “diritto” privato di sfruttare ovunque le risorse della Terra, ha posto l’ingegneria illuminista di una tecnocrazia al potere. Che si abbevera di parole d’ordine ancora pienamente giacobine. Anche se di un giacobinismo particolare: “pacifista” e “democratico”. I neo-con, frutto marcio della sintesi teologica tra puritanesimo e trozkijsmo, sono al potere negli Stati Uniti con il preciso intento di realizzare il profitto privato nel nome degli ideali di Voltaire.

viroli_-fondo-magazineLo storico Maurizio Viroli, nel suo libro Per amore della patria. Patriottismo e nazionalismo nella storia (Laterza), molto giustamente ha scritto che «quando il cosmopolita Voltaire parla di patria non menziona la cultura comune di un popolo, o il linguaggio o la comune discendenza etnica…La sua interpretazione dell’amore della patria come amore di sé è perfettamente coerente con la sua concezione della patria: se la patria è solo la struttura politica e giuridica che protegge i diritti dei cittadini, essa può solo ottenere un amore che viene dall’interesse…». Il cosmopolita Voltaire è il perfetto padre spirituale dei “patrioti” americani, tutti mobilità e speculazione. Facciamo dunque caso a come gli Stati Uniti siano la formula perfetta della “patria” illuminista. Essa è solo l’armatura di potere, all’ombra della quale si fanno i propri interessi. Ma non è questo forse l’opposto della Patria nazionale e popolare, che vive nell’anima del popolo anche quando non esiste uno Stato che la difenda, e che vive perché la sua idea è un sentimento vivo di solidarietà, di comunanza e di eterna appartenenza, che va molto oltre la tutela della sicurezza?

Ma ascoltiamo ancora Viroli, quando ci parla di come il “cittadino” cosmopolita concepisce la sua degradata idea di “patria”: «I cittadini amano la patria fin quando trovano conveniente essere cittadini di quella patria; se mutano d’avviso, cercheranno una nuova patria altrove…Il loro patriottismo è un amore tipico di individui razionali che sanno calcolare il proprio interesse. Non c’è più traccia della pietas e della caritas che caratterizzavano l’immagine del patriottismo antico…».

Questa caricatura del patriottismo è dunque al servizio dello sradicamento e dell’indifferenza per ogni segno dell’identità. L’individuo liberal mondializzato si serve dell’idea di patria così come si serve delle leve dello Stato. Questo “cittadino” della repubblica universale è di una razza diversa da tutti coloro che amano la Patria anche contro il loro interesse materiale. Nulla potrà mai unire la tensione patriottica al martirio dei giovani di Langemarck, che nel 1914 andarono a morire al fronte cantando le loro canzoni studentesche, e il “patriottismo” costituzionale di una qualunque lobby liberale, abituata a mandare gli altri a fare guerre di conquista in nome del bilancio aziendale…L’obiettivo di menare una gran vita da parassiti internazionali è il marchio dei giacobini liberali. Al polo opposto, troviamo il nazionalismo, cioè il patriottismo nazionale di chi ama la Patria come destino e legge di natura. Il moderno nazionalismo non è stato che il potenziamento di questo sano istinto primario. La nazionalizzazione della Patria produsse la coscienza del dovere sociale dell’appartenenza. Un modo d’essere che «può anche esigere severità e perfino crudeltà», come sosteneva Rousseau facendo l’esempio di Bruto. Un modo d’essere che la religione della Patria e la sacralizzazione della Nazione cercarono di difendere proprio dai mestatori cosmopoliti: questa patria è nostra perché la costruirono i nostri padri. E non esiste altro diritto. In questa frase è condensato il nazionalismo romantico e idealista, il grande avversario dell’illuminismo e del liberalismo, “patriottici” per caso e per calcolo. Davanti alla miseria della snazionalizzazione dei valori, noi puntiamo ancora lo sguardo alla Nazione di Herder, dove il legame di sangue diventa un segno dei secoli: «Un popolo è una pianta della natura proprio come una famiglia, soltanto che ha più rami. Nulla sembra quindi più contrastare lo scopo dei governi quanto l’ingrandimento innaturale degli Stati, la selvaggia mescolanza di stirpi e nazioni umane sotto un unico scettro”. Oppure alla Nazione di Mazzini: «Senza patria, voi non avete nome…Siete bastardi dell’umanità. Soldati senza bandiera, israeliti delle nazioni… dove non è patria non è patto comune al quale possiate richiamarvi: regna solo l’egoismo degli interessi…».

Le moderne nazioni europee sono l’eredità degli eroi eponimi dell’antichità, che dettero il nome e il volto ai nostri popoli lungo interi millenni. Esse si nutrono di simboli inaccessibili agli estranei e a chi tradisce la Patria sottraendosi al suo onore. Ad esempio, ci fu un tempo in cui le ossa Dantis furono elevate a nume tutelare di tutto il popolo italiano. Simboli di questa potenza rimangono muti quando, anziché un popolo, si hanno frattaglie di popolazione.

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