Il battesimo di sangue dell’idea nazione

Luca Leonello Rimbotti

Càtari, Templari, Graal: la fortezza di Montségur è diventata un po’ il simbolo di tutti questi aspetti mitici dell’identità europea. Al suono di questo nome, molte menti fibrillano, molte immaginazioni amano galoppare nel fantastico e nell’improbabile. Col tempo, e soprattutto grazie a una letteratura d’evasione a tinte fantasy, si è fatto della resistenza càtara tra i monti Pirenei una specie di Avallon in cui rinchiudere tutte le frustrazioni e le disillusioni causate dall’avvento del mondo moderno, e rovesciarle in affascinante leggenda. In realtà, a Montségur [nella foto sotto, il castello fortezza] si ebbe uno spaccato di storia e non di mitologia. C’erano uomini e istituzioni reali, minacciate di sparizione. C’era la coscienza di appartenere a una comune civiltà. E qui nacquero l’idea e la volontà di combattere, non tanto in nome di questa o quella religione, di questa o quella sottile interpretazione teologica, ma in nome di una identità nazionale, concreta e storicizzata da gran tempo. L’eresia catara – forse apparentata con gli gnostici, con i bogomili slavi o forse con i valdesi, poco importa  – fornì lo scudo dietro il quale, ben più solidamente che non vaghi dogmi religiosi, riposavano i caratteri nazionali già formati di un popolo fiero e cosciente. L’Occitania, nel secolo XIII, era da tempo una realtà precisa dell’Occidente, la sua cultura letteraria – i famosi trovadori – e la sua lingua, sorella del catalano, del provenzale, del volgare italiano, fornivano i mezzi per assemblare una civiltà raffinata, un mondo di corte altamente evoluto, ed anche una struttura sociale già collaudata, incentrata sulla piccola nobiltà feudale e su un libero contadinato. Ma, per la verità, anche su una già troppo aggressiva borghesia mercantile.

montsegur-_fondo-magazineL’identità della Linguadoca era identità latina millenaria e solo a poco a poco andava amalgamandosi con quella franca, borgognona, essenzialmente germanica, da cui era costituita la monarchia francese, costituitasi più a nord. Tra queste realtà, le questioni religiose non ebbero che il ruolo di occasione storica, di mantello teologico steso a coprire motivazioni nazionali, allora appena percepite per tali, e dunque rivestite di panni religiosi. La storica Zoé Oldenbourg rimarcò più volte (in L’assedio di Montségur, Edizioni Garzanti) che con la famosa crociata degli albigesi – intesa a distruggere con le armi l’insidia di un’eresia dilagante dal sud della Francia al nord dell’Italia – si intendeva distruggere più che altro la forte autonomia dei baroni occitani e insediare in loro luogo la forza accentratrice del regno di Francia, amico storico, già allora, del papato. La lotta all’eresia nascondeva la lotta alla feudalità, alla quale i sistemi universalisti – cioè, allora, la Chiesa cattolica – preferiscono per natura quelli sovra-nazionali, ma costituiti da forti poteri centrali. La Francia è il caso tipico di un regime assoluto costruito sulla coercizione delle minoranze regionali, e fatta passare poi per classica “monarchia nazionale”. Piuttosto, monarchia sovra-nazionale, edificata sullo spegnimento di molte identità locali, dai bretoni ai normanni, dai borgognoni appunto agli occitani. La Chiesa dunque, interessata a eliminare il concetto stesso di feudalità come contenitore di libertà locale – e il concetto di libertà racchiude anche quello di libertà religiosa – non mancò di servirsi della Francia come interlocutore forte e unico, al quale rivolgersi per eliminare la doppia anomalia meridionale, quella religiosa e quella politica. Entrambi – la Chiesa e il regno di Francia – vennero ben ripagati: da allora, la Linguadoca è terra cattolica, facente parte integrante dello Stato francese, e solo il folklore o qualche intellettuale ne ricordano le origini indipendenti.

Questo, per dire che, dietro i miti suggestivi, agiscono motivazioni concrete. L’Occitania la si diceva “catara”, ma in realtà era terra ancora sostanzialmente pagana. La si diceva ribelle ai poteri costituiti (la Chiesa e il re di Francia), ma si temeva di essa lo spirito politico e culturale omogeneo. Non crediamo, tuttavia, che in questa lotta tra diversi principi di una medesima civiltà, quella europea, si debba per forza schierarsi. Lo sforzo politico della Chiesa per ricondurre a sé la Francia meridionale che stava sfuggendole ha anch’esso un che di grande: i sacrifici, il coraggio, la fanatica determinazione di uomini come Simon de Montfort – per altro, il devoto sterminatore di Béziers – hanno anch’essi la dimensione di un tragico destino, tale da meritarsi il rispetto della storia.

Coloro che, nel corso della quarantennale crociata contro il catarismo, combatterono sui due lati dello schieramento avevano la convinzione di battersi ognuno per una causa sacrosanta. Gli eccidi di civili inermi, i roghi, gli agguati, i sanguinosi combattimenti non furono che episodi dell’eterna guerra civile europea, sulla quale il nostro continente ha costruito la propria rovina.

Eppure, il senso di appartenenza al territorio e la fede di incarnare un ideale non vagamente universale, ma concretamente relativo, e il senso sacrale della tradizione di sangue, i cavalieri e i contadini della Linguadoca li possedettero nella stessa misura in cui, nei secoli seguenti, li vedremo esplodere come culto della nazione, come mistica dell’appartenenza patria. Con la presa di Montségur nel 1245 e l’immediato rogo delle svariate centinaia tra “perfetti”, fedeli e combattenti càtari, tramontarono inoltre la pratica – già romana – della provincia politicamente autonoma, e quella – pure di ascendenza romana – della religiosità particolare: sostituite, l’una e l’altra, dall’accentramento politico e dall’obbligo di abbracciare e praticare un’unica fede.

La cosa che più sbalordisce, nel caso della crociata albigese come in tanti altri episodi simili di storia europea, è comunque il comportamento della Chiesa. Di allora e di oggi. Sempre dalla parte del pensiero egemone. Sempre con i primi, e mai con gli ultimi. Se pensiamo che San Domenico – venerato sugli altari come uno tra i maggiori santi della cristianità – partecipò di persona alla propaganda in favore della crociata, battendo borghi e campagne occitane, organizzando e incitando senza indugi alla lotta all’eretico, e costruendo quello strumento non esattamente libertario che fu l’Inquisizione; se pensiamo che curati, vescovi, papi – da Innocenzo III, a Gregorio IX, a Onorio III – benedissero cavalieri e uomini d’arme destinati a compiere massacri, e li benedissero sia prima che dopo averli compiuti; se, infine, si riflette un attimo che “pacificare” l’Occitania volle dire soprattutto etnocidio (più di ventimila morti a Béziers, seimila nella sola Marmande), viene da chiedersi se la Chiesa di allora sia ancora la stessa istituzione di oggi, con gli stessi principi e gli stessi articoli di fede. E con la medesima pretesa di esser creduta.

Sospinti a combattere e a uccidere in nome del Vangelo dai loro stessi capi carismatici, dallo stesso Vicario di Cristo sulla Terra, quei coraggiosi e feroci cavalieri cattolici sarebbero dunque oggi tra le fiamme dell’inferno? Vittime di un inganno durato secoli? E dunque come è possibile, coi principî della Chiesa moderna, continuare a venerare San Domenico? E che ci fa oggi la tomba di Simon de Montfort nella cattedrale di Carcassonne, accanto al Santissimo? Una religione e due opposte verità? Quale papa, anziché inseguire islamici o ebrei per implorarne la riottosa amicizia, vorrà sciogliere questo enigma, irrisolvibile per ogni buon cristiano? San Domenico – amico di San Francesco, che ben ne conosceva il pensiero e l’attività intransigente – non predicò né la carità, né il perdono, ma la lotta al nemico della fede. Che ne pensa il papa di San Domenico? E di San Francesco, che non dissuase mai San Domenico dal suo apostolato armato ma che, al contrario, si disse sempre servo della Chiesa, di questo San Francesco – e non della sua immaginetta pacifista costruita a-posteriori – che ne pensano i moderni e dinamici vescovi? Quando il papa, in base alle nuove tendenze nel frattempo intervenute, vorrà paternamente intrattenere i giovani europei su qualche prato, magari nei pressi di Colonia, informandoli che San Domenico, secondo i nuovi principî, va giudicato un criminale, responsabile morale – come provano i documenti storici – della morte atroce di svariate decine di migliaia di esseri umani indifesi?

Oggi la fortezza di Montségur, diversamente dalla Chiesa, è uguale a come era settecentocinquanta anni fa, e come allora riposa alta sul suo inaccessibile costone di roccia. Inaccessibile? Masse di turisti, ignari dei tormenti dogmatici, si rovesciano quotidianamente sui suoi versanti, attaccandoli con zainetti e macchine fotografiche, disperdendo, così, con una semplice immagine di vita profana, tutto quel clima leggendario che, da Otto Rahn in poi, si è formato intorno al castello in cui morirono gli ultimi càtari. Questo nobile simbolo di lotta e di fierezza è oggi in mano ai venditori di gadgets, giù in basso, nel borgo, e come molti altri luoghi sacri alla memoria europea – dalla tomba di Napoleone a quella di Predappio, dalle trincee di Verdun al Colosseo – è diventato un feticcio folkloristico. Ma, quello che è peggio, è che spesso la lotta occitana per la propria libertà nazionale viene paragonata – da sempre nuove orde di mistificatori – a quella di una qualche comune libertaria, femminista, pacifista. Il cavaliere Raimondo di Trencavel, che capeggiò la rivolta del 1240, ancora una volta penserebbe di essere morto per nulla.


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