L’arma più forte/1

Giovanni Di Martino

Quella che segue è la prefazione di uno studio di Giovanni Di Martino sul cinema di regime nell’Italia fascista. Nelle prossime settimane saranno presentati gli articoli su alcune delle pellicole più note prodotte all’epoca.

La redazione

Il cinema di regime nell’Italia fascista

Su questo la storia deve veramente dargli ragione. La frase “il cinema è l’arma più forte” l’ha azzeccata in pieno. Si tratta di una frase incisivo – propagandistica, tipo quelle che si scrivevano sui muri, ma al contempo di una verità essenziale e importantissima, colta in un’epoca nella quale poteva non sembrare a tutti così.

manifesto-cinecitta_fondo-magazineMussolini nasceva giornalista e solo in un secondo momento diventava politico e statista. La radice giornalistica ha fatto sì che, come hanno notato il De Felice e tanti altri, desse l’impressione di fare e dire ogni cosa pensando a che titolo sarebbe uscito sui giornali. É una deformazione professionale di quella che in fin dei conti ha sempre sentito come la sua vera vocazione, basti pensare che le ultime volontà le ha dettate ad un giornalista, e non a un segretario o a un famigliare. E chissà se quando ha detto che “il cinema è l’arma più forte” stesse cercando prima di tutto l’effetto (tipo “se avanzo seguitemi”, o “vincere e vinceremo”, che hanno portato tutte e due una sfiga nera), oppure se fosse consapevole per prima cosa di quanto quella frase fosse illuminata e premonitrice (quasi quanto quella secondo cui “governare gli italiani è inutile”, forse la migliore in assoluto)? Fatto sta che “il cinema è – veramente – l’arma più forte”, e il regime fascista, nella sua opera di modernizzazione dello stato, non lascia indietro l’arte più giovane, ed anzi la incoraggia e crea un humus, sia intellettuale, che tecnico, dal quale nel dopoguerra nasceranno Steno, Monicelli, Visconti, De Sica, Fellini, Sordi, Totò e tanti altri.

Mussolini ha interesse per il cinema, compatibilmente con gli impegni di un uomo che è per oltre vent’anni capo del governo, del partito unico, nonché l’ultimo ad avere la parola su tutto. Gli piacciono molto Petrolini ed Angelo Musco. Il primo aderisce entusiasticamente al regime, come emerge dalle sue memorie, mentre il secondo si tiene in disparte dalla politica. Entrambi non esitano a chiedere aiuto o raccomandazioni in caso di bisogno, andando direttamente a Palazzo Venezia e ponendo domande esplicite. Gli aneddoti si sprecano.

Al duce piacciono anche Stanlio ed Ollio; dice in privato che sembrano lui e il re (altra geniale intuizione in anticipo sugli anni). Dopo avere fondato Cinecittà, tenterà, tramite il figlio Vittorio (il vero cinefilo di famiglia) di portare in Italia niente meno che Hal Roach (sulla vicenda cfr. G. DI MARTINO, Hal Roach, l’infaticabile, su Rinascita del 7 aprile 2005), il regista e produttore di Laurel ed Hardy, con un progetto di realizzazione delle opere liriche in versione cinematografica. Roach (che conserverà fino alla morte la foto autografata di Mussolini nel proprio studio) accetta e Roosvelt (all’epoca ancora un poco infatuato dell’Italia fascista) approva, ma il tutto va in fumo per le pressioni dei potentati cinematografici hollywoodiani che ricattano Roach, oltre che per le pressioni di gerarchi italiani tarati, tipo Asvero Gravelli.

Il regime fascista, però, utilizza l’arma più forte con moderazione. Contrariamente a quanto si dà per scontato, l’apparato di propaganda fascista si sviluppa appieno solo nell’ultimo periodo, quando diventa ministro Pavolini e ci sono gli sforzi maggiori da fare, ossia nascondere la verità sulle disfatte militari. La propaganda è dapprima un solo sottosegretariato del dicastero dell’interno con una ventina di impiegati. Il famigerato Minculpop nasce nel 1936, mantenendo in un primo momento i numeri esigui, retto dal bolognese Dino Alfieri, uno dei politici più incapaci che la storia italiana, da Romolo a Berlusconi, abbia mai annoverato. Questo fa sì che il così detto cinema di regime, ossia il cinema utilizzato come mezzo di propaganda politica, abbia un corso abbastanza spontaneo e solo verso la fine registri un’impennata.

Il cinema italiano degli anni venti, trenta e quaranta, malgrado la censura benevola di Leopoldo Zurlo e quella intransigente di Asvero Gravelli, cresce indipendente e di pianta larga.

In questa breve rassegna estiva, verranno analizzate alcune della poche pellicole di maggiore importanza e successo del cinema di propaganda fascista, quali:

  1. La nave bianca

  2. Squadrone bianco

  3. Vecchia guardia

  4. Luciano Serra pilota

  5. L’assedio dell’Alcazar

  6. Giarabub

  7. Bengasi

  8. Il treno crociato

  9. I tre aquilotti.

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