Il “niente di nuovo” e le sue possibilità

miro renzaglia

Il sole splende senza possibili alternative sul niente di nuovo

Samuel Beckett

«L’uomo è uomo in quanto parla». Così, Martin Heidegger sintetizzò la sua svolta di ricerca che passava dall’essere (del) “tempo”, all’essere (del)  “linguaggio”. L’aforisma, a tutta prima, può apparire semplice e lineare. Ma, già alla mera analisi logica, la semplicità sprofonda ai limiti dell’insondabile. L’uomo (soggetto) è (predicato verbale) in quanto (cioè, perché…) parla. Ora, se parlare è un’azione, il “parla” dell’aforisma sarebbe il complemento oggetto. Ma può, l’essere del parlare essere oggetto, cioè funzione, di alcun soggetto? In caso affermativo, sarebbe l’uomo stesso a essere l’attore del linguaggio e, in quanto tale, non avrebbe nessuna necessità di servirsi di una sua mera funzione per essere quello che è… (tanto varrebbe affermare, allora, che l’uomo è uomo in quanto mangia, o beve o fa “politica”…). Suo malgrado o per fortuna sua (dell’uomo): “In principio era il verbo”. Se ciò è vero, è lecito presupporre essere questo (l’uomo…) funzione di quello (il verbo…). E non viceversa. Non potendo preesistere la funzione al suo soggetto, bisogna dedurre essere l’entità-uomo funzione del soggetto che lo compie, ovvero: il linguaggio. Confutando, e rovesciando, così, l’aforisma heideggeriano, dell’uomo è solo il potere di dar nome alle “cose altre” (facendole a loro volta essere…), declinando al “tempo presente” qualcosa che a lui preesiste. Infatti: «Nessuna cosa è, dove la parola manca» (Stephan George, poeta e a sua volta muso dello stesso Heidegger…).

Dunque, Martin Heidegger sbagliava? No. Non, almeno, nel relativo: egli fotografava l’uomo nell’atto del conferire i nomi alle “cose altre” (facendole –  lo ripeto – essere…). Insomma, Heidegger ha realizzato un’istantanea in media res dell’uomo nell’atto di compiere  qualcosa che era suo potere compiere in funzione di una sua facoltà (sia pur…) esclusiva: il linguaggio. (Dico “sia pur”, perché se si riduce il linguaggio al suo elementare comunicativo bisogna ammettere che altre specie animali ne vantano l’uso e l’arbitrio a dio piacendo…). Ma, l’uomo, non era (e non è…) che il medium del linguaggio (suo specifico…). Che lo fa quello che è: eccezione nominante, ma non fondatrice del linguaggio.

Il linguaggio, dunque, fa l’uomo quello che è. Bene, Nanni Moretti, affermava di non considerarsi, lui, un mostro in quanto mai (in tempi dove l’eloquio era sovraeccitato…) s’era fatto parlare  da un linguaggio che predicava (per esempio…) di enti-umani (tal fascisti di provata, settantesca memoria…) da an-nient-are in assenza di reato (più o meno così, nel film, se non ricordo male, Aprile…). E aveva ragione. Bisogna stare attenti alle parole che si pronunciano. E, ancor più, si scrivono (scripta manent verba volant: il che non significa che il volant sia del tutto innocuo, comunque…). Il linguaggio non è quella massa inerte alla quale si riducono le apparentemente ovvie comunicazioni di servizio. E non è nemmeno uni-versale: nel senso che non si propaga, uni-direzionale, dal parlante al ricevente, ma si diffonde provocando effetti pluri-versali, investendo (inclusivamente…) persino la propria fonte. Sua, dell’uomo, resta la responsabilità di scegliere (… e sapere) quello che gli vien da dire. Il “verbo è” (e qui potrei concludere la frase…) forza creativa/distruttiva che riguarda l’ontologia dell’ente, anche in caso di mancata “presa di coscienza” dell’ognun l’ascolti. Non avere niente da dire, a volte non significa essere senza parole, ma essere rispettoso dell’altrui inadeguatezza ad ascoltarle.

Determinante, comunque, è l’interattività del lettore con i segni: significato e significante del linguaggio. Pratica che, prima di lui, compie la volontà significativa dello scrivente. Lo scrittore, il saggista o il poeta sono i primi testimoni di un evento che sorprende anche lui. Quando le Avanguardie (in particolare quella futurista) proclamarono la volontà di togliere le manette alle parole lasciandole libere di evadere le gabbie della convenzione sintattica-ortografica, secondo metodi associativi che rompevano drasticamente con le regole della “buona poesia” e, ancor di più, della “buona letteratura”, andavano, giustappunto, ad avventurarsi in territori del linguaggio assai aspri, dove gli scrittori stessi rischiavano di perdersi (per inciso:  lo stesso Heidegger affermerà: “I più arrischianti sono i poeti.”) Resta difficile, “in tempi di povertà”, come vanno definiti hölderlinianamente i nostri attuali, percorrere la strada che ricerca il nuovo assoluto, l’originalità a tutti i costi, praticando una sperimentazione prossima all’afasia. Lo vediamo non solo in poesia (ma non a caso lo avvertiamo, in primo luogo, proprio lì…) ma nei molteplici stati in cui l’uomo di solito trova modo di manifestarsi. In ambito politico, per esempio, dove il “nuovo che avanza” ha le sembianze neanche tanto metaforiche del deserto. Viceversa, non sarà stato un caso che alla rivoluzione culturale del Futurismo seguirono a breve (e per un tratto coincisero…) quelle politiche  del fascismo e del comunismo. Se gli estremi si sono mai toccati, lo fecero riconoscendo il debito che entrambi avevano nei confronti di quel brodo primigenio (solo che a Marinetti non mancò mai l’accredito gratuito del regime ventennale e Majakowskij, invece, fu indotto al suicidio (?) alle prime luci del sol dell’avvenire…). Oggi, “il nuovo che avanza” è, palesemente, una patacca. Tanto in letteratura che in politica. Non appare facile, infatti, attribuire a un movimento politico di massa, o a una corrente artistica il titolo di rivoluzionario: alle filibusterie del Nuovo Ordine Mondiale, fanno controcanto le pagine sotto vuoto spinto di (ma è solo uno dei molteplici casi possibili) Bambaren. Per dirla con Samuel Beckett: «Il sole splende senza possibili alternative sul niente di nuovo».

dante-e-virgilio_fondo-magazineForse, il manifesto di un’altra rivoluzione potrebbe essere cercata non “oltre” ma “dentro” il “niente di nuovo”. Facciamo un esempio letterario. Prego di leggere attentamente la poesia che segue e di sforzare le funzioni mnestiche  per attribuire i versi al proprio legittimo autore, peraltro notissimo:

IL BUON MAESTRO

Ben mille passi ci portammo oltre
lo ciel seguente c’ha tante vedute,
dietro alle note degli eterni giri.

Lo Buon Maestro disse: “Figlio, or vedi
che nessun sentiero era segnato
sì come mostra esperienza ed arte?

Così da questo corso si diparte
ciò che dee soddisfar chi qui s’astalla
ché di giusto voler lo suo si face”.

Ed io: “Buon Duca, andiamo a maggior fretta:
ch’ io mostri altrui questo cammin silvestre
dove si dice che giusta vendetta

lo suo contrario più passar non lassa”.
Mi disse: “Non temer ché nostro ‘l passo”.
Allor si mosse e io gli tenni dietro.

Ma poi che fummo al piè del colle giunti,
i diavoli si fecer’ tutti avanti,
tutti son pien di spirti maledetti:

ipocrisia, lusinghe e chi affattura,
falsità, ladroneccio e simonia,
ruffian’, baratti e simile lordura.

Vedendo il mondo aver cangiato faccia,
che il mal dell’universo tutto insacca,
per non venir senza consiglio all’arco

lasciai li miei concetti esser espressi:
“Oh giustizia di Dio: quant’è severa!
Qual negligenza, qual stare è questo?”

Ed a me disse: “Tu perché t’adiri?
La tua fortuna tanto onor ti serba:
ogni contraddizione, e falsa e vera,

tutta è dipinta nel cospetto eterno”.
“Io veggio ben – diss’io – sacra lucerna
mentre che l’occidente tutto annera

ma guarda fisso là, e disviticchia
– diss’io – là dove di’ che usura offende
la divina bontade, e il groppo svolvi”.

Ed egli a me: “Ritorna a tua scïenza.
vinca tua guardia i movimenti umani:
l’ultimo è tutto d’angeli ludi.

Prima che il poco sol omai s’annidi,
nell’ordine ch’io dico sono accline
più se conceperà di tua vittoria

ove convien che di fortezza t’armi”.
Mi volvi, cominciai, com’a lui piacque:
con l’animo che vince ogni battaglia.

Allora, avete indovinato? I versi sono di Dante Alighieri. Ma la poesia è mia. Com’è possibile? Semplice: ogni singolo verso è stato scritto da Dante, ma io li ho cercati, trovati in cantiche e canti disparati, e immessi in una struttura che determina argomentazioni diverse da quelle espresse dal contesto originario. (Le uniche variazioni del verso dantesco le ho messe in corsivo e, pur non largheggiando in libertà d’azione, ho manovrato la punteggiatura secondo esigenze). Cosa ho cercato di dimostrare? Che nel “niente di nuovo” (ma di immenso, come è la poetica del Sommo, sì…), in letteratura, e forse non solo in letteratura, c’è ancora la possibilità di fare molto.

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks