Il manifesto di Unabomber

Mario Grossi

All’epoca avevo derubricato il fatto come un’azione dell’efficiente Fbi americana che era riuscita a mettere le mani su un pericoloso serial killer, nella migliore tradizione criminale dell’osceno paese dell’eccesso. Il 3 aprile 1996 fu arrestato Theodore John Kaczynski [nella foto sotto] in una sperduta capanna del Montana.Il pericolo pubblico numero uno dell’epoca metteva fine alla sua attività che dal 1978 aveva provocato, in una sequela di tredici attentati dinamitardi, tre morti e ventitré feriti gravi.

ted01_fondo-magazineSto parlando di Unabomber quello che fu definito il pazzo ecoterrorista che aveva terrorizzato l’America per diciotto anni. Non dell’Unabomber nostrano che non si sa nemmeno se esiste e che tanto ha nuociuto a quel povero ingegnere sfigato, prima invischiato, con una serie di presunte prove, manomesse e manipolate e poi scagionato, nella migliore tradizione italica. Sputtanato e rovinato per il resto della sua vita. Sto parlando dell’Unabomber originale. Un uomo solo, in guerra contro tutto e tutti, che odiava profondamente la deriva tecnologica del suo paese.

Un efferato criminale, così semplicisticamente si disse allora, che nel corso della sua attività criminale aveva organizzato delitti perfetti. Mai un errore, mai una leggerezza, mai una traccia che potesse svelare la sua identità. Mai un messaggio, una parola per spiegare le sue criminose attività. Unabomber rivolse le sue attenzioni, in maniera particolare, al mondo accademico, alle compagnie aeree ed all’informatica. Il suo nome fu coniato dall’Fbi ed univa UN che sta per university, A che sta per airline e BOMB che va da sé. Al momento dell’arresto, come spesso succede, la realtà superò abbondantemente anche le più fantasiose ipotesi circa il personaggio.

Theodore John Kaczynski in arte Unabomber era nato nel 1942 a Chicago. E fin qui niente di speciale. Ma il suo successivo curriculum fece capire che non ci si trovava di fronte ad una persona comune. A sei anni un test d’intelligenza disse che il giovanetto poteva essere considerato un genio. A sedici, dopo essersi diplomato, era già iscritto a Harward. A venti otteneva la laurea. A venticinque il dottorato in Matematica alla University of  Michigan. La sua tesi fu premiata con un riconoscimento nazionale. In quello stesso anno, era il 1967, otteneva un prestigioso posto alla University of  California a Berkeley, nel Dipartimento di Scienze Matematiche, che all’epoca era considerato come uno dei migliori di tutti gli Stai Uniti. Dopo due anni, senza nessun preavviso, e in modo del tutto inaspettato, con una lettera di tre righe che annunciava perentoriamente le sue dimissioni, Kaczynski si dilegua.

Si saprà poi che si era comprato un appezzamento di terra nel Montana dove visse tutti gli anni della sua vita fino all’arresto, solo, mantenendo fede alla sua repulsione per le nuove tecnologie, in una baracca senza luce, senza acqua potabile, senza riscaldamento. In condizioni che una persona normale riterrebbe disumane. In quell’isolato silenzio iniziò indisturbato la sua folle opera di attentatore.

Che cosa lo fece arrestare è presto detto. Con ogni probabilità lui stesso che, forse stanco di questa insostenibile situazione e per cercare di comunicare con l’esterno, costruì la sola traccia lasciata in tutti quegli anni. Nel 1995, dopo aver scritto una serie di lettere e di criptici messaggi, fece recapitare al New York Times e al Washington Post un saggio, chiedendone la pubblicazione in cambio della sospensione di tutte le sue attività dinamitarde. Quel saggio pubblicato su consiglio della Fbi, che sperava di ottenere una pista da battere per raggiungerlo, fu riconosciuto nello stile da suo fratello che diede le prime fondamentali informazioni agli investigatori che di lì a poco arrestarono Unabomber.

unabomber_fondo-magazineQuel saggio fu oggetto all’epoca di ampi dibattiti e interpretazioni, macchiate da un pregiudizio comune che lo bollavano come il frutto, stilisticamente noioso, di una mente paranoica esaltata dall’odio che nella solitudine estrema aveva preso il sopravvento sulla parte raziocinante dello scienziato. Fu merito di Stampa Alternativa la sua pubblicazione in italiano nel 1999 sotto il titolo di Manifesto di Unabomber. Allora lo lessi in modo superficiale, oggi l’ho riletto con maggiore attenzione.

La sua lettura non è agevole. Può risultare noioso nella sua estrema puntigliosità. Lo stile è tipicamente da saggio scientifico. Analitico, privo di accenti e tinte forti. Algido, freddo (induce talvolta al brivido vertiginoso), consequenziale, in tralice segnato da una lucida follia che lo farebbe sconsigliare come testo pedagogico per giovani menti. Ma le considerazioni ivi contenute, se calibrate dalla consapevolezza che si ha tra le mani un testo pericoloso e da maneggiare con cura (non certo un manuale per aspiranti cavernicoli bombaroli) possono diventare spunti per riflessione carichi di molteplici implicazioni. Qualcuno ha sottolineato che, forse in maniera malata, questo manifesto può inserirsi in un filone letterario che negli Stati Uniti è sempre stato presente. Si sono scomodati i classici Thoreau e il Walden, l’opera poetica di Whitman fino ad arrivare a Krakauer e al suo Into the wild dei giorni nostri. A me sembra invece che ci sia un’incomprensione di fondo nell’accostare questo manifesto a questi riferimenti. Unabomber è stato classificato tra gli odiatori della tecnologia, definito un neoluddista, un adoratore del mito del buon selvaggio, impropriamente.

Tutto il manifesto ruota in realtà intorno ad un’unica idea forte di riferimento che lo apre (forse da qui l’incomprensione) e che cioè “la rivoluzione industriale e le sue conseguenze sono state disastrose per la razza umana”. Ma la tecnologia e lo sviluppo estremo della società delle macchine non è il bersaglio in sé della critica di Unabomber. Non rifiuta la tecnologia ma quello che una certa società tecnologica ci toglie. Il ragionamento, forse un po’ sinteticamente (ma lascio a voi la lettura e gli approfondimenti del caso), si snoda più o meno così.

«Gli esseri umani hanno un bisogno (probabilmente biologico) per qualcosa che noi chiameremo il processo del potere.» «Il processo del potere ha tre elementi evidenti che sono: lo scopo, lo sforzo e il raggiungimento dell’obiettivo». Più la società tecnologica prende il sopravvento e meno chiaro diventa il processo di potere individuale. Ci troviamo ad affrontare situazioni e casi che sfuggono al nostro senso e al nostro controllo. In sostanza tendiamo a costruirci delle attività sostitutive, proprio perché non siamo più in grado di dominare il nostro “processo di potere”. L’esempio più banale viene proprio dalle società primitive o nei casi in cui si lotta per la sopravvivenza. Recuperare cibo è un chiaro processo di potere in cui lo scopo è soddisfare la fame, lo sforzo è la caccia, l’obiettivo è la preda catturata che mi mangerò. Si potrebbe obiettare che anche nella vita di tutti i giorni è così. Ma le cose per Unabomber stanno diversamente. Quando io, con del denaro guadagnato, mi presento in un supermercato per acquistare del cibo che mi sfamerà replico in apparenza lo stesso “processo di potere” (magari sublimato o trasformato). Ma questo “processo del potere” non è sotto il mio controllo, non dipende da me. Uno sciopero voluto dai camionisti dell’altro mondo può impedire il regolare approvvigionamento del supermercato e tutto si inceppa.

Più la tecnologia avanza e meno quindi siamo in grado di controllare il nostro “processo di potere”. Questo è frustrante e genera nell’uomo ansie, frustrazioni, depressione. È per questo che ci costruiamo delle “attività sostitutive” nel tentativo di inventarci dei succedanei che plachino la nostra angoscia, ma questo genera ulteriore frustrazione perché le “attività sostitutive” sono comunque percepite come riempitivi di un senso vero che si allontana sempre di più.

Questo meccanismo genera una doppia ipocrisia. Da un lato la società moderna si “mostra estremamente permissiva. In materie che sono irrilevanti per il funzionamento del sistema. Noi possiamo fare, in generale, quello che ci aggrada (ma non in quelle attività fondamentali al funzionamento del sistema), mentre sottrae libertà per ciò che conta realmente. E libertà per Unabomber è «l’opportunità di passare attraverso il processo di potere con obiettivi reali, non con quelli artificiali di attività sostitutive; libertà significa essere in grado di controllare tutti gli aspetti relativi alla propria vita-morte; libertà significa il potere di controllare le circostanze della propria vita».

«Il sistema, per funzionare, deve regolare attentamente il comportamento umano».

«In qualsiasi società avanzata tecnologicamente il destino dell’individuo deve dipendere da decisioni che egli non può influenzare in alcun caso personalmente”. “Una società tecnologica non può essere frammentata in piccole comunità autonome perché la produzione dipende dall’impegno comune di un gran numero di persone».

«L’uomo moderno è legato al guinzaglio da un sistema di regole e regolamenti e il suo destino dipende da azioni di persone a lui lontane, la cui decisione non può influenzare. Questo non è accidentale né il risultato dell’arbitrarietà di arroganti burocrati. È una condizione necessaria e inevitabile in qualsiasi società avanzata tecnologicamente».

Da qui ne deduce Unabomber l’impossibilità di riformare il sistema, la sua clamorosa uscita dal mondo e la sua battaglia folle e personale. Esiste un’irriducibilità tra tecnica e libertà individuale (mi riecheggiano nelle orecchie i discorsi di Severino circa l’impossibilità di coesistenza tra Cristianesimo e Capitalismo). Unabomber non si nasconde che il progresso può portare benefici, ma si porta dietro altrettanta negazione della libertà, come nell’esempio da lui descritto sull’introduzione del trasporto motorizzato che «cambiò la società in modo da restringere la libertà di locomozione dell’uomo».

E ancora «una volta che un’innovazione tecnica è stata introdotta la gente di solito ne diventa dipendente».

«La tecnologia obbliga continuamente la libertà a fare un passo indietro».

Una critica frontale che prefigura tutti temi che oggi sono attualissimi: il problema dell’individuo privo di senso, senza potere in un mondo che, abbandonando le piccole comunità, gli stati nazionali si globalizza, allantonandosi sempre più, nelle sue istanze, dalle esigenze locali, una tecnologia invasiva che in nome dei suoi vantaggi in realtà tendenzialmente ci priva progressivamente della libertà (intesa come possibilità di incidere nel processo).

Ma Unabomber, come ho inizialmente sostenuto, non può essere classificato come neoluddista riconoscendo due tipi di tecnologie «La tecnologia di piccole dimensioni e tecnologia dipendente dall’organizzazione; la tecnologia di piccole dimensioni che può essere usata da comunità ristrette senza un’assistenza esterna; la tecnologia dipendente da una grande organizzazione è quella che dipende da organizzazioni sociali di grandi dimensioni».

Semmai è la folle espressione di un desiderio primario, quello della libertà e del senso individuale, sempre più minacciato e cancellato da questa forma particolarmente pericolosa di totalitarismo.

Unabomber che aveva capito che senza connessione, il mondo che avversava lo condannava già a morte, col silenzio, commise infine l’errore fatale. Cedette pure lui al diktat della moderna società liberale che non uccide fisicamente nessuno, che non costringe nessuno a fare ciò che non vuole, che non usa i classici metodi coercitivi dei regimi totalitari ma che, staccandoti la spina, ti relega in una marginalità che corrisponde ad uno stato simile alla morte. Cedette chiedendo un microfono, barattando la sua posizione intransigente con una tribuna da cui lanciare il suo appello.

La storia di Unabomber lo dimostra, nella sua criminale follia. La sua fine coincide con un cedimento, il primo, nei confronti della società della comunicazione di massa.

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