I personaggi di Porelli: colti, misteriosi, pop

Carlo Fabrizio Carli

Il percorso artistico di Paolo Porelli è alquanto singolare. Allievo di Enzo Brunori all’Accademia di Roma, e quindi con all’attivo una approfondita formazione relativamente ai valori e agli accordi cromatici, l’artista fu poi catturato dall’assoluta, primordiale versatilità plastica della ceramica. Da autodidatta, consultando antichi e più recenti manuali, Porelli si andò impratichendo della realtà complessa delle terre, delle cotture, delle smaltature, dei fumi, acquisendone infine un’invidiabile padronanza e recependo a pieno il fascino di un’operatività che conserva l’orma tanto del gesto creazionale, che delle procedure alchemiche.

paolo-porelli_fondo-magazineTuttavia Porelli non ha mai trascurato l’iniziale impegno pittorico. Pittura, la sua, che si riconosce come tale, senza reticenze e contaminazioni, e che attiene al registro della elaborazione interiore, rifiutando il ricorso al mezzo e/o supporto fotografico, digitale o di quant’altro analogo. «Servirmi di una foto – precisa – non mi offre alcuna gratificazione. Penso che un procedimento pittorico fondato sull’ausilio della fotografia possa costituire al massimo un esercizio di virtuosismo tecnico, un’operazione di superficie, senz’anima».

Una pittura, questa di Porelli, che nasce dal lavoro e che, via via, si definisce strada facendo, piuttosto che discendere da un progetto iniziale e prefissato; più esatto sarebbe parlare di un ritrovamento, di uno svelamento agli occhi medesimi del pittore.

Ad interessare l’artista è l’archetipo figurale per antonomasia, il corpo umano, perché – dice – essa offre la possibilità di confrontarsi contemporaneamente con la dimensione emotiva ed estetica, storica e mitica. E la figura umana Porelli interpreta con forte attitudine di sintetismo formale, con marcato gusto del colore, applicato spigliatamente su registri antinaturalistici. In particolare, anche all’occhio appena esercitato, traspaiono molti echi e suggestioni desunti dalle esperienze novecentesche: per subito intenderci, dal Cubismo alla Transavanguardia.

Porelli dimostra di  aver guardato con vorace benché selettiva curiosità a questo sterminato repertorio. Talché riesce immediato ravvisare uno dei suoi referenti privilegiati nel giovane Kazimir Malevic, il mirabile inventore delle figure cubisteggianti del 1911- 1913, ma soprattutto lo strepitoso autore dei costumi di scena per l’opera “Vittoria sul sole“, che risalgono al 1913 e all’adesione dell’artista russo alle tematiche futuriste (del resto, il Futurismo è un altro referente privilegiato per il Nostro).

Il Cubismo ha parlato a Porelli non soltanto per via della semplificazione geometrizzante delle figure e dei loro vari elementi, da assimilarsi alle forme elementari (la sfera, il cubo, il cilindro, secondo quanto già enunciato da Cézanne nella celebre lettera a Emile Bernard); ma altresì mediante la moltiplicazione simultanea dei punti di vista. Più esattamente, una duplicazione, in modo da individuare parti esterne – egli precisa – su cui la luce si riflette (funzione di schermo), rispetto ad altre porzioni, interne, in cui la luce risponde a criteri arbitrari, non atmosferici e naturalistici, sibbene psicologici (funzione finestra).

paolo porelli2_fondo-magazinePorelli si è ripetutamente interrogato sul reale significato delle figure che va dipingendo, ovvero modellando in terracotta, e ne parla come di presenze segnaletiche; come altrettante personificazioni di condizioni esistenziali, di stati d’animo: librate tra la dimensione mitica e quella surreale, tra il piano onirico e quello simbolico.

Stimoli, dunque, molteplici; peraltro risolti in immagini di innegabile coerenza compositiva e di solidità strutturale; dal sapore tutto personale, nonostante la già citata densità dello spettro dei referenti culturali.

Facendo ricorso all’acquisita padronanza in campo ceramico, Porelli ha ultimamente trasferito questo repertorio figurale in campo plastico, traendone un singolare mannello di spigliate figure a tutto tondo, dalla vivacissima cromia dello smalto e, in tempi ancora più recenti, un gremito gruppo di personaggi risolti bidimensionalmente – più esattamente a bassorilievo – e componibili tra di loro, così da costituire delle installazioni di grandi dimensioni; forse, in prospettiva, un barlume di racconto.

Figure, queste ceramiche, di forte congruenza con gli esiti pittorici, esse pure dai colori marcati e stavolta contraddistinte dalla presenza di curiosi attributi araldici, ottenuti mediante il calco di minuti e imprevedibili (proprio perché trasfigurati dalla decontestualizzazione) oggetti dell’esistenza quotidiana, che pertanto vengono ad offrire a tale approdo della più recente attività di Porelli un sapore e una valenza Pop. Non a caso, lo stesso artista riconosce di assai essere debitore agli stimoli linguistici proposti dall’estetica pubblicitaria; in particolare, agli effetti di enfatizzazione visiva che veicola il messaggio della propaganda.

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