I Benandanti. Combattenti per la fertilità

Amanda Incardona

“Vengo da voi perché desidero Vedere …”

formula di rito degli sciamani siberiani che iniziano un cammino con il proprio Maestro

E mi disse di una nebbia velata
A ricoprire lo splendore del mondo
Per farlo visibile agli occhi degli uomini
Privi ormai dello sguardo del Dio

E mi disse di lotte feroci
Avide di un confine
Sfuggente ed eterno

E mi parlò delle porte
Che a volte si aprono
Nelle montagne rocciose

O nelle notti, quando
La pietra si sbriciola, e,
Piatta, fa posto al suo cielo.

Mi parlò delle nubi cariche d’acqua
al Solstizio, chiamate
a recare la luce
a zolle riarse.

E’ giunto il Solstizio di Giugno; in Italia, in Lituania, in Germania, i Benandanti si preparano al viaggio che li porterà lontano, al di là del corpo, a difendere la terra e la sua fertilità. Attraverso un sonno magico procurato ad ogni solstizio ed ogni equinozio, questi uomini – tutti “nati con la camicia”, la placenta ancora aderente al corpo – si sdoppieranno, ed il loro “corpo sottile” raggiungerà il luogo stabilito da un Capitano, il quale, al ritmo del suo tamburo, guiderà la schiera dei Beneandanti. Inizia così una lunga danza notturna di lotta contro il male, di richiamo di forze luminose e di garanzia della fertilità.

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Attivi fino ai primi anni del 1700 e relegati nell’oblio delle cronache dell’Inquisizione secentesca, i Benandanti, sorta di monaci-guerrieri pagani, sono recenti eredi dello sciamanesimo italico. Lo sciamanesimo di tradizione italica oggi appare una fantasia infantile e pare non essere mai esistito. Al contrario, nascosto nella trama della liturgia arcaico-romana, è rimasto percepibile attraverso piccole aperture della Storia, e non è mai scomparso, giurerei, fino ai giorni nostri.

Ma come fiutare la traccia di mondi che sembrano appartenere solo a paesi lontani ed esotici? Magia e sciamanesimo sono diventati negli anni alibi per il disimpegno; partire per mete lontane e fare esperienze straordinarie attiene ormai alla sfera borghese delle vacanze condite da dosi di “spiritualità” sapientemente centellinate. Parte dell’Italia vacanziera si divide tra neo-devoti di appartenenza cristiana e (vecchi) ricercatori dallo stampo “New Age”. La nostra cultura condivisa è occupata da figure di sciamani messicani alla Don Juan o da Vie Tibetane dei Buddha Occidentalizzati. Eppure rimane nella memoria del nostro sangue, nella memoria profonda di noi europei il ricordo di uomini dai poteri eccezionali uniti in catena da iniziazioni magiche e dei loro viaggi sottili, necessari all’equilibrio della Terra ed al benessere della comunità. Questo vuol dire essere Benandanti. Questa è la Tradizione Occidentale di magia operativa.

Appartiene ad Ernesto De Martino la grande opera di ridefinizione dei confini tra realtà logico-materiale e magia, tra psiche collettiva e manifestazione di mondi invisibili; la sua ricerca identificò il sud della nostra penisola, non ancora colonizzato dalla Modernità, come spazio “psichicamente” puro, nel quale potevano svilupparsi diverse esperienze magiche.

Tuttavia lo sciamanismo è una dimensione molto speciale della magia: non tutti i maghi possono essere qualificati come sciamani. Lo sciamano possiede la capacità centrale ed esclusiva di effettuare “voli magici” ovvero di entrare in una trance corporea che permette allo spirito di intraprendere viaggi celesti o inferi. Il tamburo che segna ritmi menadici, il viaggio extracorporeo, la visione delle anime dei defunti, l’essere “marchiati” da una veste bianca, simbolo di morte e di vita, fanno dei Beneandanti, che cavalcano nella notte, gli sciamani del sud Europa. Come le seguaci di Diana, folli nella loro caccia selvaggia, legate alla morte e portatrici di vita.

Segnati da un destino o titolari di un privilegio iniziatico, i nati con la camicia, uomini o donne, ogni tre mesi devono combattere uscendo dal proprio corpo “a modo di fumo” e contrastando gli stregoni. Le loro armi sono bastoni e verghe di finocchio, con i quali battere uomini ed animali, così come un tempo avevano battuto le donne gli scatenati Luperci.

Dice uno di loro di fronte ad un giudice inquisitore:

«Signor, io dirò la verità. Io sono stato in tre stagione, cioè tre volte l’anno in uno prato… quale ho inteso dire da quei miei compagni, quali non conosco (perché niun si conosce, perché è il fiato che va, et il corpo resta fermo in letto) che si addimanda il prato di Josafat, come li suddetti compagni mi dicevano». Egli è andato in questo prato «per il tempo di san Giovanni, del corpo di Nostro Signore et di san Mattia, di notte» (C. Ginzburg, I Benandanti , Ed. Einaudi).

I Benandanti sono guaritori, rendono fertili i raccolti, convocano schiere di defunti nei loro convegni di lotta. Le  caratteristiche della loro presenza magica all’interno della comunità rende questa confraternita una vera e propria catena di maghi che operano per il bene, la salute e l’armonia di tutta la comunità:

«Noi non andiamo a far altro se non a combater». E aggiunge: «Andiamo tutti insieme a combater contra tutti li strigoni, et habbiamo li nostri capitani, et quando noi si portiamo bene li strigoni ci dànno de buoni scopolotti». «Quando il racolto vien buono, cioè della robba purasai, et bella, quell’anno è che li benandanti habbian vinto; ma quando li stregoni vincono il raccolto va male» (C. Ginzburg, I Benandanti, Ed. Einaudi).

Il ringraziamento ed il sostegno di ogni abitante del villaggio verso di loro ricalca l’arcaica abitudine pagana di offrire pasti e bevande a Geni e Demoni: per rinfrancare i Beneandanti di ritorno dalle lunghe battaglie sostiziali si lascia acqua fresca, pane e cereali sull’uscio di casa … l’indomani si troveranno ciotole e calici vuoti.

Che siano eredi delle confraternite giovanili dei Luperci della Roma Antica o catene neocostituite di individui con poteri sciamanici, la presenza dei Benandanti, così recentemente documentata, ci permette di individuare un filone magico-operativo territoriale. Certo rappresenterebbe un azzardo cercare di indicare tracce fresche della loro esistenza, ma certamente la consapevolezza “storica” della loro esperienza ci può permettere di aggiungereun riferimento vivo e vicino al nostro immaginario onirico. E poi chissà, in qualche strada dei nostri sogni potremmo sempre incontrare un viandante che, a ritmo di tamburo, ci indica la buona Via.

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