Forum Palestina. Intervista a Samir Benlarbi

Alessandro Cavallini

INTERVISTA SAMIR BENLARBI

Il responsabile per Verona del Forum Palestina, Samir Benlarbi (35 anni, algerino, in Italia dal 1999, una laurea in sociologia rigorosamente nel cassetto, considerato che lavora per un noto corriere espresso), ci ha gentilmente concesso l’intervista che segue.

La redazione

forum-palestina_-fondo-magazinePuò spiegare ai nostri lettori lo scopo del Forum?

Il Forum per la Palestina è stato costituito per cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica italiana sulla condizione del popolo palestinese, il quale vive dal 1967 sottoposto, in quel poco che resta della Palestina, ad una dura occupazione militare e ad una aggressiva espansione coloniale da parte di Israele.

Attualmente in Cisgiordania vivono circa 400.000 coloni, i cui insediamenti – unitamente al famoso Muro – stanno tagliando a fette il territorio palestinese riducendolo sempre di più.

Purtroppo, nella percezione della maggioranza dei politici, dei giornalisti e delle opinioni pubbliche occidentali, Italia compresa, quello palestinese appare come un popolo di terroristi, dimenticandosi che, invece, è vittima in quanto appunto occupato da quella che è la quarta o quinta potenza militare del mondo, da sempre sostenuta politicamente ed economicamente dagli Stati Uniti.

Nell’ambito del Forum è stato costituito un Comitato “Stop alla guerra in Palestina” appena tre giorni dopo l’inizio dell’operazione “Piombo fuso” contro la Striscia di Gaza, che ha dato vita a numerose manifestazioni, iniziative e tavole rotonde a Verona.

Vorrei ricordare che, anche in quella tragica occasione, la colpa di ciò che avvenne nella Striscia di Gaza – 1.500 palestinesi (la maggior parte dei quali civili) uccisi dall’esercito israeliano – fu attribuita ad Hamas (rea di essere uscita vincitrice dalle ultime elezioni politiche), per avere lanciato missili Qassam contro il sud di Israele.

Anche in quel caso, però, è stato dimenticato di dire che ciò rappresentava la disperata reazione di chi da oltre due anni pativa un durissimo embargo – tale percui, ad esempio, Tsahal [l'esercito israeliano: n.d.r.] non consentiva l’ingresso della pasta in quanto considerato bene “di lusso”, inframmezzato dai tristemente noti “omicidi mirati” contro i resistenti palestinesi.

Il Forum – ed il Comitato che ne è scaturito -  ha una precisa connotazione politica e/o confessionale?

Assolutamente no. Il Forum ed il Comitato sono aperti a tutti gli uomini di buona volontà, a qualunque religione od etnia appartengano e qualunque siano le loro convinzioni ideologiche. Chiunque si batta per la libertà dei popoli e, nello specifico, per la libertà del popolo palestinese, è ben accetto nella nostra organizzazione. Non abbiamo preclusioni di alcun tipo tant’è vero che recentemente abbiamo organizzato un convegno a cui hanno partecipato intellettuali israeliani che da sempre si battono contro la politica bellicista e colonialista dei loro governi. E’ ovvio che, storicamente, le nostre attività incontrino soprattutto le simpatie di persone provenienti da sinistra ma siamo stati avvicinati anche da persone di destra, che non si riconoscono nella politica acriticamente filo-israeliana del Pdl, della Lega ma, vorrei dire, condivisa anche da ampi settori del Pd.

Qual è, secondo Lei, la soluzione politica al conflitto israelo-palestinese?

L’unica soluzione, conforme al diritto internazionale ma vorrei dire, prima di tutto, al più elementare senso di giustizia, è quella da sempre propugnata dalle Nazioni Unite all’indomani del conflitto del 1967, e fatta propria in seguito – per lo meno a parole – anche dai governi occidentali e dalla Lega Araba: due popoli due stati.

Questo significa la costituzione di uno Stato palestinese che coincida con Striscia di Gaza (grande come la riviera romagnola) e  Cisgiordania (grande meno dell’Umbria) ed avente come capitale Gerusalemme Est.

Si badi bene che tale soluzione è stata accettata e sottoscritta dallo stesso Israele con l’Accordo di Oslo del 1993, anche se poi tutti i governi che si sono succeduti da allora, anche quando parlavano di pace (non ultimo quello guidato da Olmert), hanno continuato a compiere atti politici nella direzione diametralmente opposta ed in flagrante spregio a detto accordo: espansione delle colonie, espropriazione di terreni ai palestinesi, riduzione della libertà di movimento da un villaggio palestinese all’altro, per non parlare, ovviamente, degli arresti indiscriminati, degli “omicidi mirati” (in cui spesso sono morti degli innocenti), del Muro che ora divide famiglie, case, villaggi e di tutto ciò che comporta il vivere sotto l’occupazione di un esercito straniero che non ti consente di essere padrone a casa tua.

E’, quindi, evidente che ogni altra soluzione – di volta in volta rilanciata da Barack, da Olmert e, da ultimo, da Nethaniau – diversa da quella sopra indicata significherebbe, come sta avvenendo oramai da più di quarant’anni, premiare il diritto della forza (e del fatto compiuto) a discapito della forza del diritto.

Venendo proprio a Nethaniau, non è assolutamente accettabile né l’iniziale proposta di una “pace economica” (con cui, in sostanza, barattare la libertà dei palestinesi con del denaro) né quella di un non meglio precisato “auto-governo” o Stato “demilitarizzato” (che ha il sapore della riserva indiana o del bantustan, privo di effettiva sovranità), il quale, oltretutto, dovrebbe rinunciare a Gerusalemme est, dovrebbe tenersi come enclave le colonie – o rassegnarsi a che vengano assorbite dallo Stato di Israele – e riconoscere quest’ultimo come lo “Stato del popolo ebraico“, con ciò rinunciando al sacrosanto diritto dei milioni di profughi palestinesi a tornare nelle loro case, abbandonate nel 1948 all’epoca della Naqba [letteralmente, catastrofe o disastro, allorché con la nascita dello Stato di Israele milioni di palestinesi furono costretti ad abbandonare la Palestina trovando rifugio, principalmente, in Giordania ed in Libano: n.d.r.], o, per lo meno, ad avere un indennizzo.

A quest’ultimo proposito vorrei aggiungere che l’ultima richiesta di Nethaniau, pare di capire pregiudiziale ad ogni ripresa di trattativa con l’ANP, dimostra che Israele – dipinto sempre dai suoi cantori come “l’unica vera democrazia del Medio Oriente” – si sta caratterizzando sempre di più come uno Stato a preminente connotazione etnico-religiosa, nonostante sul suo territorio viva una comunità di origine araba pari ad oltre 1,5 milioni di persone, che sono destinate sempre di più a essere trattate come cittadini di serie B.

Aggiungo che, per contro, la società palestinese è ed è sempre stata pacifica, tollerante tant’è vero che la stessa Hamas, contrariamente a quanto vorrebbe far credere la propaganda occidentale e filo-israeliana, non propugna affatto la costituzione di uno Stato islamico retto dalla shari’a [la legge coranica: n.d.r.], sullo stile dell’Arabia Saudita o dell’Iran, ma uno Stato democratico ed inter-confessionale in cui possano convivere pacificamente musulmani, ebrei, cristiani, sul modello del Libano.

Secondo Lei, l’elezione di Obama Huseyn Barack a presidente degli Stati Uniti può contribuire a raggiungere finalmente la soluzione due popoli due stati?

Non vorrei che la politica americana si fosse rifatta il look senza cambiare la sostanza. Certo, la presidenza Bush, in tutti questi anni e fino agli ultimi giorni del suo mandato, è stata sfacciatamente filo-israeliana appoggiando, nel nome della guerra al terrorismo post 11 settembre (che ha avuto come conseguenza l’invasione dell’Afghanistan e dell’Irak), qualsiasi iniziativa politico-militare israeliana, dall’attacco al Libano all’operazione “Piombo fuso“. Probabilmente, se Bush fosse ancora presidente avrebbe già dato il via libera ad Israele per bombardare l’Iran sicché gli è certamente preferibile Obama.

Tuttavia, se è vero che quest’ultimo sta facendo pressing sul nuovo governo israeliano perché accetti la soluzione dei due popoli due stati, ritengo assai difficile che giunga al punto di rompere l’alleanza con Israele pur di dare uno Stato degno di questo nome al popolo palestinese.

Piuttosto, l’Unione Europea potrebbe avere un ruolo chiave nella questione se solo volesse finalmente rendersi un soggetto politico davvero autonomo anziché succube degli Stati Uniti e di Israele, più preoccupata a non far arrivare armi ad Hamas che a far cessare le ragioni percui quest’ultima tenta di armarsi ossia la cessazione dell’embargo su Gaza e dell’occupazione militar-coloniale della Cisgiordania.

Un buon segnale, al quale sicuramente Israele non rimarrebbe insensibile, sarebbe, ad esempio, sospendere tutti gli accordi di collaborazione economica e scientifica fino a che dura l’occupazione.

La “mitica” solidarietà dei governi arabi verso la Palestina esiste ancora o questi ultimi preferiscono

Non credo che ci si debba fare grandi illusioni al riguardo: certamente le opinioni pubbliche arabe sono vicine alle sofferenze del popolo palestinese ma i loro governi le hanno, da sempre, cinicamente sfruttate per motivi propagandistici. Vorrei solo ricordare che il valico sud della Striscia di Gaza, Rafah, è “sigillato” dall’esercito egiziano e che il massacro di Gaza è avvenuto nel silenzio, oserei dire assordante, del presidente Abu Mazen, più preoccupato, evidentemente, di sbarazzarsi di Hamas per interposta persona che di fermare l’eccidio israeliano.

Che cosa vuol aggiungere alla fine di questa intervista?

Io voglio, davvero, che la pace giunga per tutto il Medio Oriente. Ma la pace, perché sia duratura, sincera ed affratelli i popoli, deve passare attraverso la giustizia sicché a tutti coloro che difendono – senza se e senza ma – le ragioni di Israele (anche ora che c’è un governo obiettivamente indifendibile) chiedo: è tanto incomprensibile ed assurdo che il popolo palestinese aspiri a vivere finalmente libero sulla propria terra, al pari di quello italiano o statunitense?

Spero, in conclusione, che si arrivi presto ad un giusto accordo di pace tra palestinesi ed israeliani (e tra questi ultimi e gli altri paesi arabi) perché, in caso contrario e persistendo Israele nei suoi diktat, è, a mio avviso, inevitabile una terza Intifada.

Quale popolo, infatti, può sopportare all’infinito di vivere nell’oppressione?

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