Fellini, Mamma Roma e “La Storia” degli altri

Simone Migliorato

Ne I vitelloni (film della redenzione per Federico Fellini dopo la critica al mondo dei fotoromanzi ne Lo sceicco bianco che costò quasi la carriera a lui e soprattutto ad Alberto Sordi), uno dei protagonisti, Moraldo, fa terminare tutto con la sua partenza mattutina su un treno che lo porterà dalla sua provinciale Rimini a Roma. Moraldo non è altri che Fellini stesso.

Federico Fellini a Roma c’è venuto molto giovane, durante la seconda guerra mondiale. Era alto e magrissimo (per questo era simpatico ad Anna Magnani), campava insieme ad Alberto Sordi scrivendo le bozze per Aldo Fabrizi, e in più all’arrivo degli americani sbarcherà il lunario facendo caricature agli americani che gironzolavano per la città eterna (quel Fellini e quei personaggi si possono ammirare nel film Celluloide che romanza Roma città aperta).

mamma-roma_fondo-magazineE la città di Roma non smise di esercitare su Fellini uno strano fascino, lo stesso che ha esercitato su Pasolini e su buona parte dei registi italiani dal neorealismo fino appunto agli anni felliniani (ma ancora oggi lo esercita pensando al caso Romanzo Criminale e non volendo pensare ai Cesaroni). Trattando del neorealismo è proprio Roma città aperta il film che storicamente ne segna l’inizio, con la drammatica corsa di Anna Magnani. E di certo non si può non citare De Sica con Sciuscià, Ladri di biciclette e l’Umberto D. tutti ambientati a Roma e che descrivevano la vita dei bambini, degli uomini e degli anziani di una città appena uscita dal conflitto mondiale. Chiaramente il neorealismo, che comunque ambientò le sue trame anche in altri ambiti, non poteva non considerare Roma come “quel buco dove guardare il mondo” in quel periodo storico.

Roma è una città particolare. Una città che fagocita persone e storie in una maniera incredibile, con le sue immense periferie e i suoi immensi caldi. Orribile per certe versi, i versi dell’esclusione sociale e dei drammi universali che si registrano al suo interno. Ma che non smette di sedurre, e di attrarre in maniera quasi magica. Tornando al cinema, basti pensare alla scena conclusiva di Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini. Anna Magnani che è la protagonista-prostituta del film, quando viene a sapere della morte del figlio corre su le scale verso la stanza di Ettore per gettarsi dalla finestra, ma quando la apre, retta da altre donne rimane colpita dall’enorme visione della città, questa mamma che ha mangiato il figlio venuto dalla provincia. Pasolini che tra i ragazzi di vita romani trovò l’ispirazione per libri e film, ha espresso bene questo sentimento.

E Fellini cosa ne pensava di Roma? Lui che ha fatto vivere questa città nelle storie di Marcello, o in quella di Cabiria (Le notti di Cabiria) o nel film chiamato proprio Roma del 1972, diceva questo : «Penso a un terrore bruno, melmoso: a un cielo ampio, sfasciato, da fondale dell’opera, con colori viola, bagliori giallastri, neri, argento; colori funerei. Ma tutto sommato è un volto confortante….Col suo pancione placentario e il suo aspetto materno evita la nevrosi ma impedisce anche uno sviluppo, una vera maturazione. Qui non ci sono nevrotici ma nemmeno adulti. E’ una città di bambini svogliati, scettici e maleducati; anche un po’ deformi, psichicamente, giacché impedire la crescita è innaturale…in qualunque altra città, un soldato, per esempio, è un soldato. A Roma no: qui li chiamano <pori fii de mamma>. Ecco: si rimane sempre figli di mamma e la mamma è la Madonna, o la Chiesa….Per trecentosessantaquattro giorni all’anno puoi restare completamente estraneo a Roma come città, viverci senza vederla, o peggio, sopportarla con fastidio. Ma poi, ecco, sprofondato nei tuoi malumori dentro un taxi fermo a un semaforo, all’improvviso una strada che certamente conoscevi ti appare in una luce e di un colore come mai avevi visto; a volte invece è una brezza delicata che ti fa alzare gli occhi e scopri altissimi i cornicioni e terrazze contro un cielo di un azzurro da toglierti il fiato» (dal libro Fare un film di Fellini).

Ho scelto di pensare al cinema, poiché ultimamente sono rimaste impressionato dal constatare quanti film italiani sono ambientati in questa città. Sarà soggezione la mia? Magari è più facile pensare al fatto che era la  Cinecittà del dopo guerra a far muovere tutto il cinema italiano, e per l’appunto tutto doveva girare intorno a Roma. Ma rimane proprio questo il punto, o comunque il centro della mia sensazione. Roma come ne La storia di Elsa Morante rimane quel luogo fisico dove si muove la storia di tutta l’umanità, e in questo dramma pieno zeppo di attori tutto è in scena a un ritmo strano, quasi preistorico o biblico. Appunto, qui sono tutti gesùccristi e tutte madonne, e anzi, mai come in questa città c’è una devozione così ampia per la madonna, una devozione che copre anche coloro che non credono in Dio. E’ una città particolare Roma, soprattutto perché è enorme nelle sue periferie che si stendono per chilometri e chilometri. E’ particolare perché i romani sono spinti fuori da Roma con una forza quasi atomica, spinti sempre più fuori da quel ventre caldo che è rappresentato dal potere, dalla burocrazia, dalla gerarchia ecclesiastica. Ancora si usa dire a Roma, “annamo a Roma”, perché la Roma dei romani è diversa da quell’altra. Qui poi si è tutti romani, e non per bontà o accoglienza della popolazione, ma perché romani lo sono diventati i meridionali, e lo diventeranno un giorno anche i romeni, e gli altri extracomunitari. Tutti diverranno dei pori gesùccristi e pore madonne in fila trecentosessantaquattro giorni l’anno per poi scoprirsene innamorati un giorno solo.

Tornando a noi, e tornando al cinema, il neorealismo non poteva fare a meno di riprendere Roma. Non poteva farne a meno perché è qui che si consumava il dramma di una nazione, e qui si consumava il dramma di una città che aveva subito l’occupazione nazista e che viveva il dramma del sogno del cambiamento dopo la liberazione. Non poteva farne a meno Pasolini, perché a Roma c’erano coloro che erano accattoni di una mamma che mangiava e lasciava poche briciole ai figli seduti nella noia di un polveroso bar (Pasolini, forse, non poteva farne a meno neanche di morirci). E neanche Fellini poteva farne a meno di raccontare la sciatteria di via Veneto o il vorace calore delle cene estive di famiglie romane. E tanti altri non potevano farne a meno. Neanche oggi si può smettere di guardare Roma, che cresce, evolve ma in fondo non cambia mai. Continua a mangiarsi ragazzi di vita, puttane, papponi e politici ogni giorno senza che nessuno se ne accorga (soprattutto non ce ne accorgiamo noi), poiché la sua vera realtà non sarà mai quella dei cuppoloni o dei marmi bianchi.

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