Crisi internazionale: ancora trucchi

Daniele Lazzeri

L’articolo che segue è estratto dal notiziario del Centro Studi Polaris Orientamenti & Ricerca (Estate 2009). Chi desidera riceverlo via mail, in formato Pdf, può richiederlo a Gabriele Adinolfi ga@gabrieleadinolfi.it.

La redazione

Le stime del Fondo Monetario Internazionale registrano, a livello globale, perdite potenziali da titoli tossici per la cifra mostruosa di 4mila miliardi di dollari, in deciso incremento rispetto ad un anno fa, quando lo stesso organismo internazionale parlava di poco più di 900 miliardi. La girandola di numeri, informazioni lanciate sulla stampa e smentite il giorno successivo non sono certamente utili a ristabilire quel clima di fiducia di cui tutti parlano, anche se, finora, non si riesce a intravedere la luce in fondo al tunnel.

crisi_economica_fondo-magazineEffetto maquillage. I brillanti conti delle trimestrali dichiarati dalle big della finanza internazionale come Goldman Sachs e Citigroup nascondono un gigantesco “effetto maquillage”. Il primo trimestre del 2009 si è chiuso, infatti, con un utile di 1,81 miliardi dollari, mentre l’ultimo trimestre dello scorso anno aveva registrato 2,1 miliardi di perdite. Il problema è che fino al 2008, l’esercizio contabile di Goldman è sempre stato calcolato da novembre di un anno a novembre dell’anno successivo. A chiusura del bilancio 2008 (correttamente chiuso il 28 novembre), invece, gli amministratori della big della finanza hanno deciso di cambiare la periodicità dell’esercizio fiscale, facendolo coincidere, a partire dal 2009, con l’anno solare come d’uso per la maggior parte delle società.

L’inghippo. Dove sta l’inghippo? La furberia si nasconde nel fatto che nel solo mese di dicembre, Goldman ha registrato ben 780 milioni di dollari di perdite che non compaiono nel bilancio del 2008 (perché chiuso a novembre) e non compaiono nel conto economico del 2009 (perché decorre dal 1 gennaio). In sintesi, s’è perso un mese, quello più importante da un punto di vista economico. La spiegazione di tale scelta è relegata in una nota a fondo bilancio, in ordine alle più corrette norme sulla trasparenza… Per non parlare di Jp Morgan e di Wells Fargo che, nel comunicato stampa sui conti del 2008, hanno inserito per la prima volta il dato sui profitti “prima di tasse e accantonamenti”, non considerando che sono proprio gli accantonamenti la voce più importante che zavorra i bilanci delle banche colpite dalle perdite sui mutui subprime.

Un passo indietro. Facendo un breve passo indietro, lo scoppio della bolla dei mutui subprime, si è rivelata solo la punta di un iceberg. Senza l’improvvisa situazione di insolvenza da parte di alcuni enti creditizi specializzati nella creazione di strumenti derivati ed obbligazioni strutturate legate ai mutui di “scarsa qualità”, infatti, non si sarebbe innescata questa bomba a orologeria che sta sconvolgendo le economie del pianeta.

Un nuovo terremoto? Con molta probabilità avremmo dovuto affrontare questa crisi un paio di anni più tardi. Ma questo, ormai, è poco importante. Meglio sarebbe comprendere se ci si debba aspettare, da qui a qualche mese, un altro terremoto finanziario. E la risposta a questa domanda è, purtroppo, affermativa. Il mercato immobiliare negli States, non accenna a migliorare. Anzi, il dato sulle case messe in vendita viaggia sui 3,8 milioni di unità abitative monofamiliari e quasi 8 milioni di appartamenti. La metà delle vendite è dovuta a pignoramenti o all’incapacità dei proprietari nel far fronte agli impegni assunti con le banche. Ma noi abbiamo conosciuto, sinora, solo i mutui subprime. Vi sono tuttavia altre ed altrettanto rischiose tipologie di mutui. Si tratta di contratti stipulati negli Stati Uniti che, per il momento, non hanno ancora ottenuto l’attenzione che meritano sia per il rischio reale che si portano appresso sia per il loro consistente ammontare.

Gli alt-a e gli option arm. A quasi mille miliardi di dollari ammontano, infatti, i cosiddetti “alt-a”, una categoria di mutui molto simili ai subprime. Ma più di 500 milioni di dollari sono, invece, rappresentati dagli “option arm” (adjustable rate mortgages). Tutte queste tipologie di finanziamenti hanno una caratteristica in comune. Proprio perché destinati ad un segmento di clientela “ad alto rischio”, poiché poco solvibile, consentono al cliente di versare per i primi anni delle rate modeste, ad un tasso di interesse iniziale contenuto. Dopo alcuni anni (generalmente da 3 a 5) arriva il momento della rinegoziazione prevista contrattualmente, attraverso la quale si verifica un aumento della rata che può superare del 30% quella inizialmente convenuta. Scontato l’esito: nuovi pignoramenti e insolvenze su vasta scala. La notizia allarmante è che, mentre le rinegoziazioni dei mutui subprime sono giunte sostanzialmente a termine, per gli “alt-a” e per gli “optionarm” sono previste le prime importanti rinegoziazioni nel secondo semestre del 2009, ma sono già previste in sensibile aumento per tutto il 2010 e il 2011.

Un nuovo buco di 700 miliardi di dollari. Whitney Tilson, specialista nel settore del credito immobiliare ha previsto “dei tassi di insolvenza pari al 50 per cento”. In sintesi ci troveremo da qui ad un paio d’anni a dover affrontare un altro buco di quasi 700 miliardi di dollari. Ma c’è ancora un altro elemento di profonda preoccupazione che inizia ad animare gli spiriti più liberi tra gli economisti. Passata la sbornia delle cifre trilionarie e superato lo schiaffo morale sull’incapacità di prevedere l’imminente tracollo della finanza globale e di non essere in grado di suggerire la benché minima e credibile soluzione alla drammatica situazione, alcuni docenti blasonati e giornalisti economici cominciano timidamente a pronosticare l’arrivo di un altro spettro: quello dell’inflazione.

Ex nihilo inflatio. La mole di denaro pubblico iniettata nei traballanti bilanci degli istituti finanziari e la valanga di carta moneta, stampata dal nulla (“ex nihilo” avrebbe detto il poeta economista Ezra Pound) e riversata sul mercato dalle banche centrali, non può che avere un effetto inflativo. La cosiddetta politica di “quantitative easing” della Federal Reserve, messa in campo dal governatore Ben Bernanke per combattere i timori di deflazione, rischia di generare l’effetto contrario, quello di un clamoroso aumento dei prezzi determinato da “un’inflazione della moneta e del credito”, come ha sostenuto l’economista di Harvard, Martin Feldstein, sul Financial Times del 20 aprile scorso. Peraltro, i recenti dati forniti dall’Ocse, registrano un probabile aumento del debito pubblico statunitense di un ulteriore 40% rispetto al Pil in soli 3 anni. Ciò significa semplicemente che una crisi nata dall’eccesso di debito (sul quale hanno giocato sporco, attraverso la leva finanziaria, speculatori senza scrupoli di mezzo mondo) ha insegnato poco o nulla. Risolvere il problema del debito creando altro debito non solo è privo di senso ma è, potenzialmente, molto pericoloso. La vera bolla di tutte le bolle, quella del debito, non accenna, dunque, a diminuire. Anzi, si sta ulteriormente ingigantendo.

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