Contro la felicità

Mario Grossi

Sarà capitato anche a voi di incontrare persone che destano alternativamente il vostro sconcerto e la vostra superficiale ammirazione. Ognuno di noi ha in famiglia o nella ristretta cerchia delle sue conoscenze un “cuorcontento”. Non sto tanto parlando di un incrollabile ottimista che offre sempre il lato in chiaro delle cose, non vedendone l’oscuro, ma quanto di quei personaggi che hanno stampato in volto un sorriso stereotipo che non li abbandona mai. Quel sorriso che sembra una maschera indeformabile che dovrebbe testimoniare il fatto che loro sono felici. Contenti, allegri, dal passo leggiadro, impermeabili a qualsiasi fatica del vivere, lievi. Non cedono mai al dolore neanche al più piccolo, non hanno ripensamenti, né rimpianti, non pensano al passato, non immaginano il futuro. Hanno cancellato dal loro panorama qualsiasi indizio, anche il più insignificante, che gli possa ricordare uno stato diverso dalla loro contentezza. Sono felici appunto, o così sembrerebbe. Permangono indefinitamente in questo stato inalterabile come una superficie d’acqua gelata che non si increspa mai sotto la sferza di nessun vento.

Esistono poi ambienti in cui essere felici, mostrarsi positivi, sfoggiare un sorriso hollywoodiano diventa imprescindibile divisa ed abbigliamento. In molti ambienti di lavoro si è costretti a sorridere sempre, a rispondere invariabilmente che sì tutto va bene, anche oggi che mi sento uno straccio, se non si vuol passare per degli asociali. La società in cui viviamo poi ha costruito un mito sul diritto alla felicità di ognuno. Chi non ci crede è tagliato fuori o considerato un drop out. Insomma quando escono dei libri che ti fanno sentire meno solo e che ti fanno capire che non sei sulla strada sbagliata, anche se non hai bisogno di essere rassicurato, ti senti meglio.

contro-la-felicita_fondo-magazineÈ questo il caso di Contro la felicità di Eric G. Wilson edito da Guanda in cui l’autore con una serie di esempi raccolti dalla letteratura, dalla musica, dalla pittura ruota nella sua riflessione attorno ad un’idea soltanto.

Esiste una forma di tirannia del mondo contemporaneo che ci vuole a tutti i costi felici, imperturbabili in uno stato inalterabile di beatitudine che tende ad espellere dalla vita la tristezza o meglio quella melanconia che invece è un serbatoio fondamentale dell’ispirazione artistica. L’idea non è originale, in molti hanno scritto e parlato della malinconia come motore della creazione artistica. Ma Wilson estende questo concetto sostenendo che la malinconia, quello stato di sottostante inadeguatezza che talvolta fa capolino da sotto i nostri spensierati comportamenti, è in realtà l’unica benzina che ci permette di affrontare anche la vita di tutti giorni. Una sana insoddisfazione, magari non motivata razionalmente, fa da motore e ci permette un’attività che altrimenti verrebbe meno.

Sembra, mentre sto descrivendo quest’idea dell’autore, che Wilson sia una sorta di masochista che scrive per dei masochisti. In fondo a prima vista chi potrebbe sostenere che è bello essere infelici o che è bene cercare la tristezza? Niente di più lontano da Wilson. Il suo apologo della malinconia nasconde un profondo sentimento di condivisione del vivere. Wilson non è un potenziale suicida. Come lui stesso ci tiene a sottolineare, non è affatto sua intenzione dare della malinconia un’immagine romantica, né tanto meno sminuire o declassare la patologia, così duramente inibente, che è rappresentata dalla depressione. Lui vuole solo ribadire il concetto che noi tutti siamo un polo sentimentale e che oscilliamo tra stati di euforia e felicità ed altri più frustranti e dolorosi quando incappiamo nella malinconia. Ma mentre la depressione svolge un ruolo inibente di ogni attività, riducendoci ad individui sempre più immobili ed immobilizzati, la malinconia svolge un ruolo benefico su di noi. Quando ci sentiamo inadeguati siamo spinti ad un’attività volta proprio alla ricerca della nostra adeguatezza. Così facendo la malinconia è il punto di partenza di un lavoro positivo e proficuo.

Quello che infastidisce l’autore è la levigatezza. Quella liscia, piatta, tiepida felicità, cui vorrebbero costringerci, che ottunde la mente e ci abitua ad uno stato quasi letargico in cui tutto è smorzato. Wilson rivendica per tutti noi la possibilità di essere ruvidi, arruffati come quando ci alziamo al mattino e con la barba incolta ci accingiamo al nuovo giorno con un umore nero che dobbiamo dominare. «La vita malinconica ci mostra che i nostri demoni sono parte integrante di noi, assolutamente essenziale. Sono i nostri spigoli a fare di noi individui unici».

E se questa idea degli spigoli e della levigatezza lo applichiamo alla chirurgia estetica ci rendiamo conto quanto è grottesco un volto lucidato e stirato dal lifting che ha spianato le gote, ma ha, nel contempo, cancellato inesorabilmente quello che era il nostro unicum facciale: le rughe che ci segnano il volto perché hanno prima solcato la nostra anima, costruendo quella topografia interiore, frutto anche del dolore, che rimane la nostra vera specificità.

«Alla fine è la levigatezza a ucciderci. I cuorcontenti sembrano propensi a eliminare tutte le asperità, non solo gli spigoli vivi delle vecchie case e i nodi stremati dalle intemperie delle vecchie querce, ma anche le facce rugose generate dall’ansia e le coperture ghiaiose di strade solitarie e decrepite. Il nostro mondo si sta rapidamente trasformando in una sfera liscia, uniforme come il vetro».

Non che bisogna vivere in modo triste, ma bisogna evitare di sopprimere uno dei due poli che fanno oscillare il nostro umore appiattendolo su un encefalogramma piatto che, se è vero che non ci farà soffrire, non ci permetterà mai più di uscire dalla condizione catatonica delle mummie. È contro un mondo di zombie, morti che si credono vivi, che bisogna lottare per rivendicare la propria ruvidità, le proprie asprezze, le proprie malinconie nell’incessante stimolo a vivere, non certo a morire.

Acquistano significato, in questo contesto, tutte quelle esortazioni che in prima battuta possono sembrare macabre. Il “memento mori” che accompagnava la vita dei monaci nel loro deambulare quotidiano della clausura non è mai stato un inno alla rinuncia alla vita ma uno sprone a vivere e a gioire facendosi carico anche del nostro lato oscuro (e della morte), evitando accuratamente di ricorrere al Prozac, all’alcool o alla televisione al primo sentore di umor nero.

«Nel Medioevo gli animi inclini alla meditazione a volte adornavano i loro tavoli di teschi o tenevano sott’occhio immagini di scheletri impegnati in una danza macabra. In seguito, nel primo Rinascimento, nell’arte funebre figuravano mietitori sogghignanti o teschi e ossa. Nell’età moderna i grandi orologi recavano incisi motti come “ultima forsan” (forse è l’ultima ora), o “vulnerant omnes, ultima necat” (tutte le ore feriscono, l’ultima uccide), o il più conosciuto “tempus fugit” (il tempo fugge). Visti nell’ottica del rapporto tra melanconia, morte e bellezza questi motivi non appaiono morbosi, bensì gesti vibranti, celebrativi della deliziosa finitezza della vita».

Di malinconici di genio è pieno il mondo e l’autore ne fornisce ampia prova nel libro passando in rassegna alcuni episodi della vita di artisti, mostrandoci proprio come hanno attinto, magari inconsapevolmente, a questa fonte per creare le loro opere migliori e più ispirate.

Dopo aver terminato questa consigliabile lettura ci si sente un poco strani. Da un lato si ha la sensazione di essere dei vampiri. La tua felicità di lettore sta, in effetti, nel bere il sangue malinconico dell’artista. Il tuo godimento nasce dal suo struggimento. Ti disseti alla fonte della sua disperazione per gioirne. E un po’ te ne vergogni. Dall’altra ti frulla nella testa un’altra considerazione che ti fa percepire prepotentemente come sia sciocco cercare la felicità a tutti i costi cancellando la malinconia.

La ricerca della felicità non può essere un fine. Altri sono i fondamenti su cui poggia la nostra vita se vuole essere consapevole della sua interezza e completa. Non so spiegarlo bene, ma mi affiorano nella testa le parole di una canzone dei Modena City Rumblers che ne danno potente descrizione «Si sa come si nasce, ma non come si muore e se il nostro ideale ci porterà dolore…».

Non sta tanto in questa insulsa ricerca della felicità il motivo della nostra vita, bisogna cercare da altre parti, facendoci carico del nostro dolore interiore e non tentando di eliderlo in nome di una calma piatta raggiunta magari con un ansiolitico. Rimbomba nella mia scatola cranica l’eterna domanda irrisolta: “Sì. La felicità. Ma per farci cosa?”. E ancora una domanda. Ognuno nel suo piccolo risponda: Preferite tentare la strada infelice e carica di prospettive di Ulisse o vi sta bene essere uno dei tanti anonimi abitatori della terra dei Lotofagi?

Non è un caso se il diritto alla ricerca della felicità è contemplato nella costituzione della nazione mostro per eccellenza gli Stati Uniti d’America. La domanda è sempre lì appesa. Ulisse o uno dei Lotofagi?

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks