Lewis Carrol. Il sillygismo e altre sovversioni

miro renzaglia

Vi siete mai chiesti perché Platone, nell’edificazione concettuale della (sua) Repubblica, pretendeva che i poeti fossero tenuti fuori dalle mura? Sì? No? Vabbeh, in ogni caso ve lo ricordo io:  perché Platone era un uomo di destra. E gli uomini di destra amano l’ordine, prima di tutto. Vi sarebbe lecito chiedermi, a questo punto: “Perché l’uomo di destra considera i poeti pericolosi per l’ordine della Repubblica?” Semplice, vi risponderei; perché i poeti portano il dis-ordine nel fondamento stesso dell’Uomo-In-Quanto-È. Vale a dire: nel linguaggio (Heidegger docet: «L’uomo è uomo in quanto parla»). Del resto, come si sa, la licenza è poetica per antonomasia. “Tutto qui?” mi chiederete, ancora. Ma se me lo chiedete, vuol dire che o non siete uomini di destra (ancorché  crediate d’esserlo) o non avete afferrato la portata eversiva della licenza poetica. O tutte e due le cose insieme.

alice1_fondo-magazine«I poeti che brutte creature: ogni volta che parlano è una truffa…», cantava qualche decennio fa Francesco De Gregori… Oh, sì: una truffa, certo. Ma anche, talvolta: una tragedia, una lirica, un idillio, un teorema, una comica (chi è che diceva di voler essere «Solo giullare, solo poeta»? Nietzsche, mi sembra). E perché, allora, non anche una sciocchezza? Ci fu chi, addirittura, sulle sciocchezze ci ha costruito la sua poetica. Parlo di Lewis Carroll e del suo sillygismo: da “silly” = sciocchezza, appunto.

Poiché il sillygismo ha una evidente derivazione dalla figura del sillogismo, urge, qui, rammentare l’etimo del termine silloge, convenendo che: syn (con) + lego = collego. Secondo Aristotele, che ne mise a punto il concetto, il sillogismo è una forma di argomentazione logica dove, a partire da due proposizioni, si trae, per collegamento, una conclusione del tipo: se A=B e B=C allora A=C. Ma Carroll non si accontentò di usare una forma logica, sia pure con intrinseche valenze paradossali, già istituzionalizzata da cotanto Maestro (Aristotele) e, giocando con le assonanze, inventò il sillygismo.

Definiscasi, quindi, sillygismo il procedimento che da due premesse assurde, produce una conseguenza, errata per ragionamento logico ma coerente alle premesse, per quanto sciocche. Cito, a mo’ di esempio, alcuni sillygismi messi in bocca da Carroll ai suoi personaggi: «Prendi più tè. Non ne ho ancora preso niente, non posso prenderne di più. Vuoi dire non puoi prenderne di meno: prendere più di niente invece è facilissimo» (la Lepre Marzolina); o anche: ««Non credere mai di essere altro che ciò che potrebbe sembrare ad altri che ciò che eri o avresti potuto essere non fosse altro che ciò che sei stata e che sarebbe sembrato loro essere altro» (la Duchessa); oppure: «La regola è: marmellata domani e marmellata ieri, ma mai marmellata oggi. Marmellata a giorni alterni: oggi non è un giorno alterno» (la Regina Bianca); e, infine: «Quanti anni hai detto di avere? Sette e mezzo. Sbagliato! Non l’hai mai detto! Credevo volessi dire quanti anni ho. Se avessi voluto dirlo, l’avrei detto» (Humpty Dumpty).

L’effetto che deriva dai sillygismi carrolliani è un evidente scarto da ciò che, per uso consueto, definiamo senso di realtà. Insomma, prende corpo (un corpo di parole specialmente scelte), il “paese delle meraviglie”. Oh! bella, mi sorge un dubbio paragone: sta’ a vedere che, di sciocchezza in sciocchezza, il procedimento del Reverendo Charles Dodgson (in arte: Lewis Carroll medesimo) si va ad imparentare con quella finezza del pensiero orientale che sono i koan. Non è forse con il koan che il Maestro Zen intende far pervenire l’allievo all’illuminazione di un diverso piano di realtà? Per esempio, i noti koan: «Ascolta il suono di una mano sola» oppure, domanda: «Il cane ha una natura divina? risposta: «Bau», non potrebbero essere perfettamente incastonati nelle meta-para-logiche degli amici di Alice?

Ma il sillygismo non fu il solo stratagemma a cui ricorse Carroll per produrre scarto dalla norma e condurci “al di là dello specchio”.  Gli riuscì persino di sfruttare campi laterali che non sembrerebbero – dico: non sembrerebbero – avere alcuna attinenza con il segno letterario. Come la matematica ad esempio, materia che, per altro, il Nostro insegnava ad Oxford. Ci dev’essere un segreto accordo mentale fra il calcolo poetico e quello matematico. E quando gli elementi si con-fondono il risultato è la meraviglia (Dostoevskij diceva: «2 + 2 = 4 è giusto; 2 + 2 = 5 è meraviglioso»). Anche qui, sarà il caso di fare un esempio, tratto da La caccia allo Snark che, detto per inciso, Carroll compose a ritroso, a partire cioè dall’ultimo verso («perchè, vedi, lo Snualo era un Boojum»), per costruire dapprima l’ultima strofa e poi, risalendo, l’intera opera. Dunque, si legge: «Prendendo il tre come soggetto su cui ragionare – Un numero conveniente per chi in matematica è dotto – Sette aggiungiamo, poi dieci, quindi il tutto è da moltiplicare per mille sottratto di otto. Il risultato, come vedi, poi dividerlo dovrai per novecento, per novanta e per due: Quindi sottrai diciassette, e le cifre che otterrai esatte, perfette e vere, saran tue». A me, pur munito di valida calcolatrice, vengono fuori numeri assurdi: provateci un po’ voi…

Insomma, avete capito quanto possono essere pericolosi quegli inventori di linguaggio che sono i poeti? A furia di paradossi, non-sense, indovinelli alfanumerici insolubili, giochi di parole e di enigmi, sarebbero pure capaci di indurvi a credere che la realtà non sia solo quella che si vede (come già ebbe a presagire Eugenio Montale). E magari, addirittura, a inocularvi il sospetto che il nostro, pur solidissimo, non sia il migliore dei mondi possibili. Tanto meno, l’unico: considerate le tante alternative che l’immaginazione poetica sa creare. Per fortuna, però, solo i bambini credono alle favole. Noi, adulti ed avveduti, sappiamo bene come stanno realmente le cose. E se qualche pensieruccio poeticamente bislacco viene a disturbare le nostre belle certezze, possiamo sempre correre ad ubriacarci di idee pure, anzi: purissime, nella Taverna di Plat One.

P.S. Per amore di verità, il secondo koan Zen sopra ricordato, nell’originale recita così: «Il cane ha una natura buddhica?» risposta: «Wu» (pronuncia giapponese “mu”) che significa: “No” (ma un buddhista sa bene che la buddhità è presente in ogni forma di vita, quindi anche nel cane). Il fonema “mu” ricorda, però e appunto, il sommesso abbaiare canino, con quel che ne consegue in termini di survoltaggio interpretativo. Perché l’ho tradotto a modo mio? Che volete? Mi sono preso una licenza poetica…

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