Attilio Deffenu e la rivoluzione autonomista

Romano Guatta Caldini

Soberania, Democratzia, Sotzialismu

Forte di tradizioni e connotati etnici senza pari in Italia, la Sardegna è indubbiamente la regione dove si sono maggiormente sviluppate le pulsioni indipendentiste. Fra i padri storici dell’autonomismo sardo, probabilmente, il meno conosciuto è l’eroe della Grande Guerra Attilio Deffenu.  Nuorese, di formazione socialista ma con forti influenze libertarie, Deffenu diviene in breve tempo la firma di punta de la Via. Supportato da Michele Giua e Lucio Secchi, nel ’12, risolleva le sorti del socialismo isolano attraverso l’affermazione della “tendenza rivoluzionaria”.

attilio_deffenu_grFra le varie mancanze del socialismo sardo, la più grave è la totale incomprensione della questione contadina, ed in particolare la facile liquidazione del problema della piccola proprietà rurale. Incomprensione che ebbe conseguenze di «estrema gravità in Sardegna, per la stessa struttura proprietaria delle campagne, dove i piccoli affittuari costituivano la quasi totalità degli addetti in agricoltura». La frammentazione fra dirigenza politica e base militante, costituì un elemento di non poco conto nell’affermarsi di uno spontaneismo che, se da una parte vivacizzava lo scontro, dall’altro disperdeva le forze d’opposizione. Vizi di “forma” che rifletteranno negativamente sulle sorti politiche del partito e sulle sue non lusinghiere battaglie elettorali. Tale situazione si capovolgerà, paradossalmente, all’indomani della guerra. Nonostante la vergognosa campagna anti-nazionale propugnata sia prima, che dopo e durante lo scontro bellico, sarà proprio dalla guerra che il movimento socialista sardo trarrà i maggiori vantaggi. Le plebi contadine, abbandonate dalla dirigenza giolittiana, saranno facile strumento d’agitazione in mano ai “barricadieri” locali. A influire sull’elettorato, oltre alla già citata latitanza statale, fu senza dubbio il ruolo assistenziale, ma sarebbe meglio dire assistenzialista, ricoperto dalla croce rossa civile nei comuni ad amministrazione socialista.

In tale contesto si erge cristallina la figura del giovane Attilio Deffenu che, stanco delle manovre di palazzo dei socialisti ufficiali, si sposta in modo progressivo verso posizioni sempre più radicali. Le sue vicende personali vanno di pari passo con la frenetica attività editoriale, dalla “Via” al “Giornale d’Italia”, fino  a “La folla” di Paolo Valera. Sarà quest’ultimo, antico sodale di Mussolini dai tempi del soggiorno trentino, a indirizzare Deffenu verso le sponde anguste ma eccitanti dell’interventismo sindacale. Trasferitosi a Milano e  divenuto in breve tempo legale dell’USI, non trascura la causa “identitaria” e dà vita alla rivista Sardegna, che diventa una palestra di  discussione sui problemi dell’Isola in chiave anti-protezionista.

L’idea di fondo – scrive Gian Giacomo Ortu – è in verità luminosa: arrivare ad una «revisione critica di tutti i valori della vita sarda», utilizzando la leva dell’analisi economica in prospettiva storica per emancipare la Sardegna dal peso dell’interventismo statale (…). Soltanto la «divina tirannia del capitale» può, a suo avviso, strappare l’Isola dallo scoglio del tradizionalismo, liberandone le energie endogene, naturali ed umane. Della rivista escono appena quattro fascicoli, ma i contributi del solo Deffenu inaugurano una nuova stagione della questione sarda. «Anche se per arrivare a tanto, il nostro ha dovuto lasciare che il tema dello sviluppo economico rubi la scena al tema della rivoluzione sindacalista.» Non si trattava comunque di un’involuzione di tendenza in senso strettamente liberista, ma più semplicemente, Deffenu, come molti altri meridionalisti era convinto che solo attraverso lo smembramento della cappa statale si sarebbe potuta aprire la strada all’economia privata e locale, l’unica, in quel momento, capace di dare uno scossone ai circoli viziosi dell’economia isolana.

Nel ’14, con i deambrisiani, Deffenu firma il  manifesto programmatico del Fascio Rivoluzionario d’Azione Internazionalista: «Lavoratori, gli avvenimenti incalzano. L’Italia, a fianco delle potenze che combattono per la libertà e l’indipendenza dei popoli, renderebbe più sollecito e decisivo l’esito della guerra, attenuandone gli immani disastri. La neutralità armata non risparmia le gravi conseguenze che dalla guerra derivano al nostro paese e al tempo stesso non ci immunizza dal pericolo bellico: essa piuttosto dà al governo, con la mobilitazione dell’esercito, la possibilità di coglierci alla sprovvista domani con quella qualunque guerra che gli piacerà dichiarare, anche contro le ragioni della civiltà e i nostri stessi interessi, e inoltre – il che sarebbe ancor peggio – il mezzo di coprirci di vergogna, con un turpe ricatto mettendo a prezzo il nostro non intervento. L’imporre oggi la guerra contro il blocco austro-tedesco è il mezzo migliore per impedire che l’Italia possa domani subdolamente rimettersi al suo servigio. Noi rivoluzionari non abbiamo nessun interesse da conservare, non abbiamo alcun motivo per ingannare il popolo. Parlino pure di neutralità i partiti che hanno da conservare onori, stipendi, posizioni politiche, ciechi o interessati assertori di una grande viltà nazionale e di una grande infamia storica, alleati alla politica dinastica e clericale e complici degli scannatori e dei saccheggiatori. Noi rivoluzionari vogliamo che si riprenda la tradizione dei grandi intelletti e dei grandi cuori che seppero le voci dell’avvenire umano e previdero il destino dei popoli. Non cooperare alla vittoria del migliore significa recare aiuto al peggiore. I rivoluzionari non debbono aver dubbi di scelta. La nostra causa è quella di Amilcare Cipriani, di Kropotkine, di James Guillaume, di Vaillant, quella della rivoluzione europea contro la barbarie, l’autoritarismo, il militarismo, il feudalismo germanico e la perfidia cattolica dell’Austria. Ognuno compia fino all’ultimo e in tutti i modi il suo dovere. Tutte le forze vive del mondo, tutti coloro che augurano all’umanità lavoratrice un avvenire migliore e combattono per il trionfo della causa operaia e della rivoluzione sociale, per l’affratellamento dei popoli e la fine di tutte le guerre, debbono scendere in campo risolutamente. Noi dobbiamo imporre al governo di cessare di disonorarci o di sparire, e fin d’ora separare le responsabilità e prepararci all’azione»

Seguono le firme di Decio Bacchi, Michele Bianchi, Ugo Clerici, Amilcare De Ambris, Aurelio Galassi, A.O. Olivetti, Decio Papa, Cesare Rossi, Silvio Rossi, Sincero Rugarli e Libero Tancredi.

Interventista, Deffenu si arruola volontario, ma la sua fedina penale è macchiata dal sovversivismo politico che è causa di una  snervante trafila nelle retrovie dell’esercito. Dopo due anni di attesa, nel ’18 è finalmente al fronte come S.Tenente della Brigata Sassari. In questi termini, la sua figura è stata rievocata dal Generale Leonardo Motzo:

«Deffenu è stimato e conosciuto in Sardegna per la sua instancabile azione giornalistica tendente al rinnovamento del popolo Sardo. Egli vede nella Brigata Sassari lo strumento adatto per sviluppare nelle plebi lavoratrici sarde (…) le sue idee per la rinascita della Sardegna (…) Concepisce così la rinascita della sua isola, non soltanto nell’interesse sardo ma anche e soprattutto in quello d’Italia.

Nei suoi discorsi è preciso, sdegnoso, positivo, tratta i soldati da fratelli, spronandoli a un rinnovamento spirituale, sociale ed economico. Ha attirato su di se la simpatia degli ufficiali e dei fanti della Sassari. (…) Il Deffenu venuto a conoscenza della prossima offensiva nemica sul Piave, insiste per essere destinato al comando di un plotone dell’8° compagnia. In pochi giorni diventa padrone dell’animo dei suoi soldati che sono fieri ed orgogliosi di essere alle sue dipendenze. Con i suoi fanti passa lo scalo Palombo. Il suo compito è di arrivare al caposaldo di Croce per vedere come è predisposto il nemico. Giunto miracolosamente a destinazione si accorge, che ai suoi lati e alle sue spalle il nemico lo ha rinchiuso e isolato. Il suo battaglione è però compatto e deciso a raggiungerlo dove egli è con altri pochi. E’ necessario agire, i suoi sardi gli sono attorno frementi, lo guardano quasi per averne l’ordine atteso: “Avanti Sardegna!».

Muore a ventisette anni nei pressi di Fossalta del Piave il 16 giugno del 1918. Come nel caso di  Filippo Corridoni, il corpo di Deffenu non verrà mai ritrovato. Esaltato durante il Fascismo come prototipo dell’Uomo Nuovo, dimenticato nell’Italia antifascista, il suo ricordo, come il relitto dell’incrociatore che porta il suo nome, vive nell’abisso della memoria di chi non l’ha dimenticato.

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