Alba Fucens. La piccola Roma d’Abruzzo

Luca Leonello Rimbotti

La “guerra sociale” impegnò Roma per oltre cinquant’anni. Fu la prova di forza tra la giovane potenza in espansione e gli antichi popoli italici, disseminati a corona lungo la dorsale appenninica. Era lo scontro tra la rivoluzione politica dell’Urbe e il conservatorismo rurale degli Italici. Con gli Equi la faccenda fu presto liquidata: sconfitti duramente, i loro insediamenti vennero dispersi e di loro rimase poco più che il nome. Ai Marsi invece, rude popolo di pastori e montanari, toccò in sorte di mandare in giro per le arene i loro migliori guerrieri, divenuti rinomati gladiatori. Sul confine del territorio degli Equi e dei Marsi – arroccato tra le montagne della Maiella e del Gran Sasso – il centro fortificato di Alba Fucens, un arcaico oppidum a presidio del sistema italico di collegamento tra le valli, venne rapidamente trasformato dai Romani in colonia militare. La più numerosa d’Italia. Circa seimila coloni vennero nel 303 a.C. stanziati in quella che, in breve tempo, divenne un’importante città. In cui l’elemento italico e quello romano, già omogenei di per sé, si fusero politicamente in un’unica entità popolare.

alba-fucens2_fondo-magazineSalire oggi ai grandi ruderi di Alba Fucens, a poca distanza da Avezzano, nel cuore dell’Abruzzo, in un magnifico rilievo a mille metri tra il Velino e l’antico lago Fucino, significa rendersi conto sul terreno dell’intelligenza politica dei Romani e del grado di integrazione tra popolazioni sorelle da loro voluto e raggiunto. Di un insediamento rurale secondario venne fatta una città, perno importante sulla via consolare Valeria e crocevia dei traffici in direzione dell’Adriatico. Le terme, le taverne, il foro, le strade, il teatro, il santuario dedicato a Ercole, ricco di mosaici e oggetti di ceramica. E dotato di una splendida statua del dio, oggi conservata al Museo di Chieti insieme alla bellissima Venere ritrovata nel termopolium. E poi il comizio, il mercato, i portici, la basilica, un perfetto sistema di fognature. Insomma, Alba Fucens è un eccellente esempio della politica  integrazionista applicata da Roma nei confronti delle genti italiche, tutte indoeuropee, tutte unite dalla comunanza di identità etnica, di lingua e tradizioni. Ma, sino ad allora, tutti popoli impolitici, fuori dalla storia. Il contatto con Roma operò il risveglio. Antichi ceppi rurali fatti uscire da condizioni di marginalità e inseriti nel dinamismo di Roma, con i suoi stessi diritti e doveri. Questo voleva dire essere associati al destino di Roma. Un cippo ritrovato sulla Tiburtina, al miglio 68 da Roma, reca un piccolo bassorilievo, in cui due soldati si scambiano il saluto stringendosi l’avambraccio: è un simbolo perfetto della raggiunta unità tra Italici e Romani e della loro solidarietà di stirpe.

Di lingua e di origine indoeuropea, i Marsi poterono godere dell’abituale autonomia concessa da Roma ai suoi federati. Garantito nelle sue libertà comunitarie e nelle sue tradizioni, questo popolo divenne in breve un alleato fedele, finendo per identificarsi con la causa comune. Di questa fedeltà è prova il comportamento di Alba durante l’invasione punica. Si dice infatti che fosse proprio l’atteggiamento ostile della città a consigliare Annibale a girare al largo da Roma. Tipica città-fortezza italica, Alba Fucens, assegnata alla gens Fabia, divenne municipio nel 191, usufruendo anche del privilegio di battere moneta. Se poi saliamo sul punto più alto, dirimpetto alla trecentesca rocca Orsini, si raggiunge la chiesetta di S. Pietro: costruita, come era astuta pratica cristiana, su un sito già sacro in epoca pagana e con i materiali di un tempio dedicato ad Apollo. Da qui, la vista corre su tutta una zona montuosa, oggi disabitata, che è suggestivo immaginare un tempo animata e popolosa, risuonante di voci e di lavoro. È in luoghi come questo che avvenne quella sorta di miracolo etnico che furono le primavere sacre. Un fenomeno che, secondo il grande studioso Giacomo Devoto, fu alla base della diffusione degli Italici su tutta la penisola.

fucens_fondo-magazineMa fu lo stesso Catone a indicare che il popolamento dell’Italia avvenne in virtù delle migrazioni primaverili dei giovani, una specie di solennizzazione della rinascita ciclica della vita. Gruppi di giovani, partendo dal lago sacro di Cotilia nella zona di Rieti, si stanziavano nel luogo prescelto su indicazione del loro animale totemico, creando i nuovi insediamenti storici. Il lago di Cotilia, a quanto ci dicono Plinio e Dionigi di Alicarnasso, aveva al suo centro un’isola galleggiante, considerata l’ombelico d’Italia. Da questa sorta di mitica Avallon italica sarebbero partite le genti che poi popolarono luoghi come Alba Fucens e molti altri in Italia. E Alba è un eloquente nome nordico (significa “bianca”), come Albalonga, Albano, Albino, etc. Il Ver sacrum, da rituale religioso di omaggio al dio Marte, divenne il motivo dell’aggregazione degli Italici in popoli affini e profondamente radicati nei loro territori di colonizzazione. È così, ad esempio, che i Sabini diventarono Sanniti. E fu anche per questo che l’idea di colonia e di popolamento fu trasferita nella cultura romana con un’aura sacrale. Qualcosa che metteva in relazione il dio, la stirpe e la terra, investendo motivazioni religiose di intima connessione tra il popolo e il suolo a cui affidare il proprio destino. E ancora Devoto ha riportato il caso degli Umbri, l’importante ceppo italico di cui gli stessi Marsi erano un ramo. Si sa dalle Tavole Eugubine che fondarono città proprio con questo sistema degli spostamenti rituali. E sappiamo di una Famèria, la confraternita umbra di derivazione indoeuropea,  che ha lasciato un testo…come dire, “scorrettissimo”…la formula di maledizione che allontanava gli stranieri dalle cerimonie di purificazione…Decisamente, allora in Italia c’erano genti risolute a non compromettere la propria identità con gli estranei: ciò che aveva valore era la adfinitas, l’affinità di sangue. Difatti, con Roma si integrarono benissimo. Quando alla fine del III secolo i Cartaginesi transitarono dal centro Italia, trovarono pochi e poco convinti alleati tra gli Italici. E alla lunga dovettero andarsene. Il catenaccio tenuto da Alba e dalle altre città italiche aveva funzionato.

Col sistema delle colonie, Roma plasmò tutta l’Italia già in epoca repubblicana. A nord, centri come Ariminum, a guardia della Valle Padana; a sud il sistema urbano eretto dopo la pacificazione dei Sanniti; e al centro Alba Fucens, lo snodo che controllava il crinale appenninico saldando in un unico tronco tutta la penisola. Non sarà stato per un caso, se proprio nella zona di Alba Fucens fu ritrovata una moneta recante inciso, per la prima volta, il nome  dell’Italia. A Cesare e ad Augusto non rimase che perfezionare un lavoro già compiuto, portando il confine dell’Italia romana sino alla cerchia alpina, e concedendo la cittadinanza a tutti i popoli che vivevano in questo spazio. Lo ius sanguinis decideva in ogni caso l’appartenenza. Di qua noi, di là gli altri. L’identità era per i Romani una faccenda chiarissima. Il mondialismo dei nostri irresponsabili governanti, che scherzano col fuoco della selvaggia “accoglienza” di turbe estranee per provenienza etnica, culturale e religiosa, sta quotidianamente demolendo l’opera compiuta da Roma, che impiegò secoli per armonizzare pazientemente il tessuto italico, che era già affine all’origine. Un capolavoro etnico che – a parte la marginale e già assorbita influenza araba in Sicilia – era rimasto intatto fino a ieri.


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