Addio, cinema italiano

Angela Azzaro

Al funerale non parteciperanno in molti, perché ormai l’affetto, oltre ai soldi, è venuto a mancare. Ma anche questo è un segno dei tempi: del cinema italiano non gliene sbatte più niente a nessuno. Ciao. Anzi, addio.

cinema11_fondo-magazineIl saluto definitivo è venuto dal governo che nel maxi provvedimento anticrisi ha inserito l’emendamento che riduce, in maniera drastica, i finanziamenti al Fondo unico per lo spettacolo (cinema, teatro, danza). La cifra definitiva è 10 milioni. Quanto, per intendere, può costare un film italiano ad alto budget. E contro, sempre per capire, i 270 milioni che lo Stato tedesco investe nel suo cinema. In Italia, briciole. Elemosine. Fine del cinema, del teatro e della danza? Beh, il rischio c’è. Anzi è quasi una sicurezza. Soprattutto per le produzioni non commerciali si attendono tempi di ulteriore crisi. Ma anche i cinepanettoni non potranno più contare sugli anticipi dello Stato e dovranno imparare a fare da soli.

Per anni abbiamo letto gli attacchi al finanziamento pubblico per lo spettacolo. Uno spreco, è stato scritto. Ma come mai, allora, in qualsiasi altro paese europeo, governato dalla destra o dalla sinistra, non è così? Perché, come qualsiasi settore del sistema pubblico, i finanziamenti sono e dovrebbero restare a fondo perduto. Sono soldi che lo Stato investe in qualcosa che non ha prezzo: la produzione di idee, di immaginario, di senso critico. Questo ha rappresentato il cinema italiano, questo non sarà più.

Ma le responsabilità sono da attribuire tutte e solo al governo? A questo governo? I taglia al Fondo unico dello spettacolo sono iniziati molti anni fa, sulla scorta delle politiche neoliberiste, quelle politiche, cioè, che hanno imposto l’ideologia di mercato contro ogni forma di welfare e di sistema pubblico. Vi ricordate la litania che esaltava il privato? Che lo rendeva la soluzione ad ogni problema, dalla sanità alla cultura? Con gli anni abbiamo scoperto la fregatura: è un sistema che funziona con i soldi pubblici ma con gestione privata. Destra e centrosinistra hanno imboccato questa strada insieme, giusto con qualche piccola sfumatura. I registi e i produttori sono stati a guardare, anche loro convertiti, come per folgorazione, alle politiche neoliberiste. Pensavano di cavarsela, di essere migliori, che proprio loro ce l’avrebbero fatta. Oggi piangono lacrime amare.

Sia chiaro: il Fus va difeso, ma non in maniera incondizionata. Anzi, diciamolo pure: le sue regole vanno radicalmente riscritte. In questi decenni, i soldi sono stati distribuiti secondo logiche clientelari, sempre ai soliti noti, senza favorire l’ingresso nel mondo del cinema delle nuove generazioni. Ma se il finanziamento pubblico non serve a creare opportunità per tutti, ha ancora senso? Guardate l’elenco dei debutti, regia, sceneggiatura, attori e attrici, vi sorprenderete del numero raccapricciante di figli di… E allora quasi quasi, questo Fus è davvero giusto che riposi in pace.

Il cinema italiano, tranne poche eccezioni, in questi anni ha assistito senza troppo scomporsi al disfacimento del settore pubblico. Non solo i tagli al Fus, ma anche, per esempio, la privatizzazione e lo smantellamento di Cinecittà. Hanno accettato tutto. Anche il referent system, cioè il principio, introdotto per legge dalla destra e non modificato dalla sinistra, per cui i soldi vanno a chi ha più soldi. Sì, avete letto bene. Il finanziamento non va a chi ha buone idee, ma pochi soldi per realizzarle. Va invece a chi ha molti soldi, le idee essendo reputate secondarie… I registi? Prima (quasi) tutti zitti, poi sono nati “i cento autori”, una sorta di sigla che organizza la protesta, ma sempre con molta ambiguità e poca radicalità. In cuor loro, è valsa ancora una volta la convinzione che la contrattazione personale avrebbe cacciato ognuno di loro dai guai.

Oggi il peggio è arrivato, ma la protesta va avanti così, con le stesse ambiguità, con le stesse mollezze. Davanti alla proposta di ritirare i film dal festival di Venezia, gli autori che hanno pronto il film e che sanno di essere in lizza, dicono nì, forse forse, ma alla fine fanno capire che di fare un gesto forte non ci pensano minimamente.

Eppure, Venezia o non Venezia, ci vorrebbe un nuovo ’68, una protesta eclatante, un’occupazione. Qualcosa per sollevare la voce e mettere tutto in discussione: le scelte del governo,in primo luogo,  certo. Ma anche chi: registi, produttori, attori, ha sempre fatto il bello e il cattivo tempo. E’ ora di dire basta pure a loro.

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