Vita pazza di Emilio Comici. Alpinista

Mario Cecere

Quando penso ad Emilio Comici [nella foto sotto in arrampicata] il sole sorge a scaldare la liscia parete di calcare più nobile, liscia e bella. Lì vedo come musica salire al cielo quest’uomo snello e forte, “gioioso mentre arrampica, malinconico in vetta”: poi, i pantaloni di stoffa grezza alla zuava, il torace nudo, la corda da rifare. I muscoli dorati accentuano l’ispirazione della danza, lo sguardo è lucente e vigile, la mente che vaga tra roccia e terra è tesa e vuota, il corpo si snoda nervoso in alto rapito. Emilio Comici, il più grande italiano in montagna, il più grande arrampicatore dell’era fascista, è per me come un maestro incontrato su libri che avrebbe potuto scrivere De Amicis: ne potevo ammirare da lontano la giovinezza più ardita, la volontà ammaliata di vittoria, l’amore fatale, l’amarezza della sorte umana, la fine inaudita, tragica e goffa, in parete.

comici-in-arrampicataLa timidezza di Comici nella vita era pari alla grandezza inconcepibile delle sue realizzazioni in arrampicata, in quei mondi solitari e luminosi dove tutto è purezza e verità, dove solo il cielo ricolma lo spazio e il silenzio ascende timido dalle valli sottostanti -e nessun occhio umano può pretendere di violare o di turbare le giocose corrispondenze tra l’aquila e le vette.

In questa semplicità assoluta e vibrante, le note gravide dei passi si mescolano al respirare affannoso degli alpinisti assiepati su esili cenge di terriccio. E, come da tanti lucchetti, si scorgono in lontananza luccicare i ganci che essi infiggono tra i sassi, per darsi forse, di tanto in tanto, qualche umore di speranza prima del successivo attacco verso l’ignoto. Noi sapevamo cosa Emilio Comici alle volte provasse, una volta giunto al termine dell’arrampicata, quando sedeva assorto tra gli spigoli e i dirupi, al limitare tetro della parete appena superata. E le fotografie che di lui potemmo vedere seppero confermarci la giustezza delle nostre impressioni. Ma non pretendo di riferirle, perché guasterei la rarefatta immobile visione che per una manciata di minuti si distende dall’alto sulle cose, e con essa perderei l’affettuosa benevolenza del funambolo triestino, cui non mancarono di certo delicatezza e cortesia, e profonda comprensione per le disavventure altrui.

Nell’impeto egli inseguiva la sua arte: «Noi viviamo di sensazioni, intese nel senso più nobile della parola. Ognuno ha le proprie, altrimenti la vita sarebbe inutile e vuota. Ma per vivere compiutamente bisogna pure arrischiare qualcosa. Il Duce ha insegnato così.» Nella rappresentazione di Comici l’arte di arrampicare diveniva alpinismo ‘eroico’ e l’alpinismo significava «elogio della vita e al contempo una via d’uscita ‘alta’ dal mondo». Spirito gentile e solitario, giuliano trapiantato sulle Alpi, Emilio Comici soffriva però l’ isolamento che, con dispetto, gli era riservato dai valligiani sapientoni, frutti densi di quel portamento greve che talvolta impone la montagna – o la vita- ai suoi figli che ne temono o sospettano le malizie e la maestà.

Invece, «Comici pativa e godeva la montagna, l’esaltava e la bestemmiava, la dominava e ne aveva paura» – lui stesso era un raffinato pianista, un eclettico che trasse per sé e per gli innamorati dell’ Alpe una linea ascendente e gioiosa, la quale seppe tutt’a un tratto incrinarsi e andare in mille frantumi – e lasciare dietro di sé solo un arco spezzato o una corda recisa a penzolare sull’abisso.

«Durante i bivacchi parlava con le stelle, e quando camminava sulla terra e faceva il maestro di sci appariva sempre diverso dagli altri uomini»: nonostante l’afflato erotico patito per i monti, Comici non era il tipico “vitalista” dell’ epoca, e si metterebbe pietosamente fuori strada chi sapesse trarre, dal titolo “Alpinismo eroico” dato alle cronache delle sue arrampicate intrepide, solo un pedaggio conformistico, e di retrogusto romantico, ad un afflato faustiano o ad una presunta demagogia di regime. Erano, questi toni e queste espressioni che a noi, esseri scissi e disincantati, un po’ fastidiano, portali di un mondo in cui all’espressione corrispondeva un significato ancora condiviso e vissuto e non gergo di accademia. Espressioni peraltro che non contemplavano tutte le sbavature lussureggianti e gli ornamentali sfaldamenti dei nostri tempi e quasi sconfessavano ogni velleità intimistica e liricheggiante, ogni compiacimento retorico o nichilista, ogni ordalia del tragico. Di Comici individuo e della sua tormentata esistenza, in realtà, delle beffe e dei trionfi, dei patimenti non solo in parete, nulla è rivelato dalla penna del nobile arrampicatore, vittima di un amore non corrisposto. Eppure, le vene profonde di certi pensieri, senza sosta meditati, dovettero sostenere alimentare e anche affliggere la sua straordinaria vocazione. Oggi, qualunque ‘fenomeno’ mediatico da sponsor non avrebbe omesso per nessuna ragione al mondo di ‘svelare’ al proprio pubblico le recondite radici, i miasmatici canali interiori, i tortuosi anfratti psichici, gli esclusivi conati esistenziali, i ragguardevoli zeli ecologici, le odorose resine mistiche -pur di giustificare il fatto di compiere una semplice azione, in questo caso l’arrampicata, che è essenzialmente gratuita e che, della propria immotivatezza, non chiede e non dà spiegazioni.

Forse la montagna incontrata conosciuta e amata da Comici non è la ‘nostra’ montagna – addomesticata dai pedagoghi del tempo libero e dei buoni propositi, ridotta ad ‘assistente sociale’ dispensatrice di compensazioni ginniche ed edificazioni politicamente corrette al vasto pubblico dei week end.

Solo disponendo di segrete architetture premoderne si riuscirebbe ad accostare il regno della Dea. Solo in grazia di una indicibile risonanza dell’animo con la materia vivente si potrebbe rispondere ai suoi inviti, solo presentendone la forza sorgiva ci si arrischierebbe follemente a rivolgerle chissà quali misteriosi quesiti, quali folli inviti.
E la manifestazione apollinea del gesto estetico in parete, ricercato talvolta con ostentazione da Comici, non ci avrebbe lasciato così di stucco se non fosse stata, al tempo stesso, congiunta alla pratica dionisiaca e intemperata, ‘eroica’, dell’ alpinismo: tumulto celeste e selvaggio -e muto aderire, senza esclusione di colpi, del corpo dell’uomo all’anima dell’ Alpe.

_____________________________

Tutte le citazioni sono tratte dal libro: Emilio Comici, Alpinismo eroico, Vivalda, Torino, 1995

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks