Tiziana Morganti. Dalla realtà al mito (e ritorno)

Carlo Fabrizio Carli

Ho conosciuto, e cominciato a seguire nel suo articolarsi, la pittura di Tiziana Morganti, in quanto allieva di Giovanni Arcangeli nel suo corso, molto apprezzato e seguito, presso la Scuola Comunale d’Arte di Via San Giacomo. Questo fatto, che potrebbe a prima vista apparire esclusivamente biografico, si sostanzia invece di ben altri significati, ove si rifletta al tipo di didattica attivata dall’artista-docente, tutta finalizzata ad un serio apprendimento e a una pratica tradizionali della disciplina pittorica. Ma anche tale circostanza sarebbe, infine, epidermica, se essa non fosse stata supportata, ai suoi esordi, da una consonanza tra maestro ed allieva fondata sul comune amore per la pittura ambientata nel contesto geografico e propriamente culturale di Roma e del Lazio: pittura e paesaggio; ma anche pittura e museo.

tiziana_morganti_metropolitana_2005Roma, innanzitutto, inesauribile fonte di spunti, di suggestioni, di imprescindibili memorie visive; e poi una selezione molto meditata di itinerari nel territorio. Lavinium, uno degli imprescindibili centri del Vetus Latium, fisico inveramento di quella primogenitura mitica da cui discese Roma. E il prossimo borgo di Pratica di Mare, con il Castello Borghese, l’Antiquarium e le celebri immagini fittili di Minerva. E poi Subiaco e la Valle dell’Aniene, e ancora l’abbazia di San Andrea in Flumine, e via di questo passo. Tutte ambientazioni deputate di un ideale e rinnovato Grand Tour. E tuttavia l’itinerario di Tiziana Morganti non trascura neppure le rigorose architetture novecentiste, come attestano una felice inquadratura della scala elicoidale progettata dall’architetto Ballio Morpurgo nel Museo delle Navi a Nemi, o l’altra, dedicata al palazzo dell’Archivio Centrale dello Stato all’Eur. Prove improntate ad una singolare lenticolarità, alquanto astrattiva ma non fredda (si pensi a due tele come San Giovanni in Laterano e Sant’Andrea in Flumine, entrambe del 2006). Nel contesto di una contemporaneità che predilige – quando ancora ama la pittura – grandi superfici pittoriche, la scelta di Tiziana Morganti è invece indirizzata verso il formato piccolo, se non minuscolo; con una segreta passione per il virtuosismo miniaturistico. L’inquadratura antelucana di Castel Sant’Angelo con sullo sfondo la Basilica di San Pietro (Alba romana, 2009), Ispirata ad un brano musicale di monsignor Marco Frisina, costituisce una vera e propria sfida, in quanto affrontando uno dei luoghi più frequentati dal vedutismo, da almeno quattro secoli a questa parte, è un poco come – per usare le parole di Umberto Saba – il cimentarsi del poeta con la rima “amore-fiore, la più antica, difficile del mondo”.

La storia e la contemporaneità: al primo registro appartengono le due piccole e accuratissime tele Roberto Malatesta e Elmo del XVI secolo (entrambe 2006). Aderendo all’esortazione del suo maestro Giovanni Arcangeli, che invita saggiamente gli allievi, dopo il necessario apprendistato tecnico, a camminare con le proprie gambe e a cercare temi e stimoli personali per la propria pittura, Tiziana Morganti si è orientata nelle opere più recenti (ma non è assolutamente lecito parlare, a suo riguardo, di abbandono delle precedenti scelte tematiche), verso motivi ispiratori maggiormente coinvolti con la contemporaneità. Esiti, insomma, del tutto lontani dalla silenziosa, talvolta perfino cristallizzata Arcadia, che invece tiene banco in prove che sono qui sottoposte allo sguardo del visitatore, quali inquadrature della metropolitana (Metropolitana; Tunnel, entrambe 2005), o dei manichini di un negozio di articoli per motociclisti; ovvero dell’interno di una discoteca o di una jeanseria (Via delle carrozze, 2005). Se ne ricava l’impressione, vitale e stimolante, di un percorso di pittura ancora in definizione, di una strada che di Morganti non consente di intravvedere gli esiti e gli approdi definitivi. E che semmai trova come motivo unificante, come filo rosso di una interna continuità, proprio la già citata tendenza astrattiva e decontestualizzante. Assai interessante mi sembra comunque la recentissima Venere (2009), ispirata alla pittrice nientemeno che da Omero, ovvero da quell’esordio del quinto canto dell’Odissea, in cui viene presentata, con tutte le sue seduzioni, la ninfa Calipso. Notturna, lunare visione; in un certo qual senso muliebre idolo di un mondo tutto mentale e straniante, e, come tale, prova di una figurazione capace di porsi coraggiosamente fuori da rivisitazioni della tradizione pittorica. Testimonianza di una possibile linea di figurazione praticabile pure da una contemporaneità, paralizzata dal confronto con un passato, in cui tutto sembrerebbe già stato dipinto, oltretutto in modo insuperabile.

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