Ottone Rosai. Il rivoluzionario “sdubbiato”

Romano Guatta Caldini

Rimasi molto legato a queste idee, diciamo così, socialiste. Del fascismo mi colpì il programma, più a sinistra, almeno a parole e almeno agli inizi, di quello degli altri…

Romano Bilenchi

Ottone Rosai [nella foto sotto] fece parte di quella schiera d’idealisti che sognavano la ” seconda ondata ” e che, nel fascismo rude, popolare e intransigente delle “squadre”, intravidero la possibilità di realizzare la rivoluzione proletaria, quella sognata fin dai tempi della guerra fra le trincee carsiche.

ottone_rosai_fondo-magazineNato a Firenze il 28 aprile 1895, figlio dello stipettaio di San Frediano, si accosta alla pittura giovanissimo. Irrequieto e poco incline alla disciplina, la sua carriera accademica termina quando spacca la tavolozza sulla testa del suo maestro. Continua da autodidatta e probabilmente questa è stata la sua fortuna. Fuori dalle anguste stanze dei laboratori è libero di girare per i borghi, con i suoi vicoli e la sua gente minuta. Che poi a ben vedere “minuta” non era poi così tanto, dato che molti dei suoi soggetti erano omoni avvinazzati che si giocavano la vita, seduti all’osteria, fra un asso di bastoni e un fiasco di Chianti.

A diciotto anni scopre Boccioni, ma anche Soffici, Carrà e Severini. In quel periodo è guerra aperta fra astrattisti e figurativi; in questo scontro è inevitabilmente coinvolto anche Rosai. Ma se per molti figurativi le accuse d’infantilismo e provincialismo erano più che giustificate, nel caso del figlio dello stipettaio tale incriminazione non poteva reggere. Come ha recentemente sottolineato Luigi Baldacci, «in Rosai non vi era alcuna insufficienza espressiva, il suo era un primitivismo che si esprimeva fra le categorie dello spirito». Caratteristico dei primi anni venti è il recupero del Quattrocento toscano, la rivisitazione del Masaccio e l’apertura a esperienze cubo-metafisiche. Fra le varie stranezze di Rosai è da ricordare la cenniniana preparazione della tempera attraverso la mozzatura dei rami di fico.

Quando sembrava che le cose si mettessero a girare per il verso giusto, grazie soprattutto a Soffici che gli mette a disposizioni Lacerba, trasformandola in una vetrina, arriva la guerra e Rosai parte volontario. In ricordo dell’avventura interventista e dello spirito anticonformista di fraterno cameratismo che lo legava agli altri commilitoni, Rosai scrive Il libro di un teppista:

«Sfilati dall’abitato ed entrati in campagna, annegati nello spazio e consci quasi della nostra nullità davanti a tanto cielo e a tanta terra, gli urli e le grida, assumono pian piano, gradatamente, una tonalità musicale, con parole e voci che salgono e s’intrecciano amorosamente fino a dipanarsi in un inno di guerra. E dopo una voce poi un’altra, lascian via via di cantare, e ognuno, riconcentrandosi nei propri pensieri, nei propri ricordi, si rannicchia accanto all’altro e finiamo, cullati dal movimento del treno, per addormentarci fraternamente. La notte passa così sopra di noi leggera, da rendersi come assente, e dei brividi improvvisi di freddo e degli indolenzimenti quà e là, specialmente all’estremità degli ossi, ci avvertono della presenza del giorno e del tempo trascorso. Stiracchiamenti, sbadigli, una strusciata di occhi e in gamba. Apriamo faticosamente lo portellone del carro e offriamo al sole le nostre membra, perché le carezzi, perché col suo calore risciolga in noi la vita, quella vita che il sonno s’era presa con sé».

Il ritorno alla vita civile lo vede fra i promotori dei Fasci futuristi, poi l’esaltante stagione dello squadrismo e infine la marcia su Roma. Ma nel ’22, il padre si suicida gettandosi nell’Arno, oberato dai debiti. Rosai è così costretto a ritirarsi, anche se per breve tempo, nella bottega paterna.

ottone_rosai_adunata_fondo-magazineNel ’32, con la prima personale, arrivano anche gli incarichi presso Licei e Accademie. Nonostante il raggiungimento di una posizione più che rispettabile, lo stile di vita non cambia. Rosai non ha niente a che spartire con chi da pezzente, attraverso meriti squadristi più o meno credibili, ha fatto carriera ed ha appeso alla parete la collezione di palle del blasone. Il pittore continua a frequentare le taverne, alternando un “Dio boia” a citazioni ardite.

Fra le poche testimonianze biografiche rimaste, la più colorita e per questo forse più veritiera è quella lasciataci da Indro Montanelli:

«Ottone fu richiamato e spedito sul Carso, ne tornò con alcune medaglie, ne fu sbeffeggiato dai suoi vecchi amici, naturalmente rossi che più rossi non si può, e allora lui diventò altrettanto nero, e credo che in tutta la contrada fosse il solo a esserlo. A gambe larghe, tenendo la faccia nascosta dietro il giornale aperto davanti agli occhi, ostruiva il vicolo ai dimostranti, i quali sapevano che dietro quel giornale c’ era anche una mano armata di pistola con cui Dioboia (Rosai) aveva molta familiarità. Ciononostante Dioboia rimase sempre ad abitare lì, fra le quattro mura lasciategli dallo stipettaio a rappresentare nelle sue tele, su quegli sfondi di contrada duecentesca, quell’ umanità massiccia e ostile cui egli stesso apparteneva».
In opposizione a chi voleva relegare il Fascismo a mera rappresentazione d’interessi capitalisti, sorti dagli ambienti del conservatorismo nazionalista, nel ’33, firma il “Manifesto Realista” pubblicato da Berto Ricci, sulle colonne dell’ Universale, in cui si legge:

«È prova della decadenza del nazionalismo il suo stesso acuirsi morboso al servizio di nascosti interessi negli Stati più forti e di più remota formazione, e l’esasperarsi degli egoismi nazionali sul piano diplomatico e militare in contrasto col crescente universalismo dell’intelligenza e dei costumi; il suo ricorrere a trappole pacifiste per garantire ai profittatori di Versailles il predominio. Dimostrano la decadenza del capitalismo la crisi generale delle industrie e dei mercati, la guerra doganale e lo sciovinismo economico, la disoccupazione come stato permanente di folle, il tracollo delle grandi e piccole aziende divenuto normalità, il deprezzamento della stessa proprietà agricola e il definitivo struggersi di patrimoni di vecchia data, l’impotenza dei cosiddetti “cartelli” e forse la loro medesima costituzione, la frequente impossibilità di smercio delle materie e delle manifatture, la difficoltà e spesso l’impossibilità di giovarsi degli sbocchi esistenti, la svalutazione della mano d’opera determinata dal progresso meccanico in una società inetta e restia a farne l’uso migliore, l’ingigantirsi numerico della burocrazia a tutto scapito del lavoro, l’agglomeramento sterile e malsano nelle grandi città, lo squilibrio tra una produzione progredita a dismisura e una distribuzione sociale e internazionale rimasta indietro di secoli, l’intervento inevitabile degli Stati nell’economia privata. (…) Ripudiamo dunque come arretrato ed equivoco il linguaggio di chi vocifera di romanità secondo una ristretta visuale nazionalista d’origine non certo italiana, del tutto contraria alla missione di Roma, che non è quella di contrapporsi ai barbari ma di farli cittadini. E osservano con particolare soddisfazione come sia fallito senza rimedio il proposito d’inserire la Rivoluzione fascista nel quadro d’un ridicolo legittimismo europeo rimasto a sognare Sante Alleanze per uso di pochi maniaci del principio dinastico mondiale e nostalgici d’un ordine feudale ucciso dai Comuni italiani e dal Rinascimento italiano.(…) Per il problema economico e sociale, i sottoscritti riconoscono come portata dai tempi e sintomo certo di profonda trasformazione la necessità d’una limitazione qualitativa e quantitativa del diritto di proprietà, e d’una subordinazione ferrea ed equa degli interessi privati all’interesse dello Stato. Credono che ciò non voglia dire avviarsi a un marxismo incompatibile con la natura umana e soprattutto con la natura italiana, ma solo trasferire nell’ordine economico il concetto di politicità dell’individuo come esposto sopra; e che il tramonto inarrestabile del sistema liberale esiga da una parte l’eticità dell’economia, dall’altra la graduale partecipazione dei lavoratori alle aziende e la fine d’ogni proletariato. Ritengono che la società futura avrà a fondarsi sul dovere del lavoro e sul diritto del produttore alla proprietà nei limiti utili allo Stato; e che il diritto di proprietà e quello di eredità siano buoni in quanto servano allo Stato, nocivi in quanto non concordino coi suoi fini; che l’iniziativa individuale sia da favorirsi oppure da limitarsi e reprimersi secondo lo stesso criterio. Additano al disprezzo degli Italiani e all’attenzione dei legislatori della Rivoluzione quella classe di ricchi oziosi che sta assente dalla lotta economica, e che potendo dar vita alle aziende, lavoro ai lavoratori, ricchezza alla nazione, preferisce godersi le rendite o sfruttare con metodi primitivi i possessi lasciando al Governo tutto il peso delle bonifiche e dei lavori pubblici, e dimostrandosi indegna dei beni così malamente amministrati. E ravvisano nel corporativismo fascista il principio del nuovo ordine, suscettibile d’imprevisti sviluppi e d’impensabili risultati; giudicano che sia errore deplorevole quanto comune il prendere per punti d’arrivo di esso corporativismo quelli che ne sono invece i primi passi necessari, quali l’iscrizione generale ai sindacati, le otto ore lavorative, l’assicurazione obbligatoria, la magistratura del lavoro. Infine, tengono per fatto importante e forse capitale lo scadimento del dualismo vecchio tra campagne e città sia nell’ordine economico sia in quello sociale e morale, e il convergere della civiltà, umanità ed economia rustica e della civiltà, umanità ed economia cittadina verso un unico tipo»,

seguono le firme di Giorgio Bertolini, Romano Bilenchi, Diano Brocchi, Gioacchino Contri, Alfio Del Guercio, Alberto Luchini, Roberto Pavese, Icilio Petrone, Edgardo Sulis, Mario Tinti, oltre al già citato Ottone Rosai.

L’amore di Rosai verso il Fascismo non era però ricambiato, quanto meno dalle gerarchie più ortodosse. A influenzare il giudizio dei vari gerarchi nei confronti del pittore, oltre alla sua intransigenza che, di certo dava fastidio ai riciclatisi del parlamentarismo, furono le sue più che discutibili frequentazioni sessuali. Nonostante il comportamento repressivo attuato nei suoi confronti, la sua fede non retrocedette di un metro. Solo quella cima intellettiva di Starace riuscì a incrinare i rapporti fra il pittore e il regime. Racconta sempre Montanelli:

«Rosai si era – come si diceva – “sdubbiato” con quell’  “omìno” che era Mussolini. Ma noi sapevamo che lo sdubbiamento veniva dal fatto che Mussolini, dopo avere, sulle insistenti pressioni di Soffici, convocato Rosai a Palazzo Venezia, si era rifiutato di riceverlo se non in alta uniforme del partito. Probabilmente era stata un’ idea di Starace, non di Mussolini. Ma Ottone non ne aveva più voluto sapere. – “Voleva, Dioboia, che mi travestissi da maggiordomo come tutti gli altri!”  – gridava. E giù improperi contro il regime agitando quelle sue mani da strangolatore che incutevano paura a tutti».

Dopo il ’45, ridotto alla fame, venne colpito dalla mannaia della persecuzione anti-fascista. Non che economicamente fosse mai stato bene, già nel ’37 scriveva: «Il bilancio morale m’incoraggia, quello materiale-economico no. Ma ho con me tanta fede e un paio di spalle capaci di sostenere il mondo». Il clima persecutorio nell’Italia della seconda metà degli anni quaranta gli rende la vita un inferno; in tale contesto non gli rimane altro da fare che rispondere all’ipocrisia anti-fascista con la goliardia da vecchio squadrista. Una volta contattato l’amico Carlo Ludovico Raggianti, riesce a farsi assegnare “presunti meriti resistenziali”, facendosi passare per convertito e sfuggendo, di fatto, all’epurazione. Ciononostante, pubblicherà nuovamente i suoi libelli anti-riformisti e i ricordi del suo passato da squadrista, cosa di certo ardita in un clima da caccia alle streghe. A toglierlo dalla miseria ci pensa Romano Bilenchi che lo chiama a collaborare al Nuovo Corriere. Passata la tempesta, ricomincia a dipingere ma in un mondo artistico diviso fra il cosmopolitismo euro americano e il realismo sovietico, Rosai propende per una più consona terza via, nazionale e strapaesana.

Nel maggio del ’57, venne organizzata a Ivrea una grande antologica del pittore, con l’esposizione di sessanta dipinti. La critica sembrava finalmente essersi accorta di Rosai, dopo decenni d’isolamento nella dimensione prettamente bozzettistica e vernacolare della sua arte.

Ma se è vero che la sorte aiuta gli audaci di certo non fu così per Ottone Rosai. Se si esclude l’esperienza del primo conflitto mondiale e un paio di visite a Roma, non risulta che Rosai si fosse più mosso da Firenze. Il 12 maggio del ’57, finalmente decisosi a spostarsi da casa, dopo un viaggio faticoso per raggiungere la sede dell’antologica, la sera precedente l’inaugurazione, venne stroncato da un attacco cardiaco.

Ora, al di là dei motivi meramente clinici che lo hanno portato al decesso, penso che le cause della “crisi” vadano ricercate nel legame di sangue che lo univa alla sua terra. Rosai era l’Oltrarno e viceversa; egli faceva parte dei giardini, dei vicoli,delle piazze, sradicato da Firenze il suo vecchio cuore non resse. Per dirla con De Andrè “e il cuore impazzì e ora no, non ricordo, da quale orizzonte sfumasse la luce.”

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