Marx, gli intellettuali e il proletariato

Francesco Ferrari

L’origine della moderna classe intellettuale va ricercata nelle trasformazioni economiche e culturali che si produssero nella società europea tra il XIV e il XV secolo: da queste trasformazioni infatti nacquero due nuove classi per così dire «alte», quella degli imprenditori, o dei «capitani d’industria», e quella dei letterati umanisti, o per meglio dire degli «intellettuali laici». Queste due nuove classi da un lato si contrapposero polemicamente alle tradizionali classi dominanti, ossia l’aristocrazia guerriera e l’«intellighenzia levitica», dall’altro tuttavia tesero sempre di più a separarsi dal volgo, che essi disprezzavano profondamente e con il quale non volevano essere confuse. Inoltre esse rappresentavano ognuna un sistema di valori profondamente antitetico a quello dell’altra: i capitani d’industria infatti si appoggiavano sulla ricchezza accumulata personalmente e consideravano il denaro come l’unico metro per valutare gli uomini, mentre gli intellettuali si appoggiavano alla cultura e consideravano l’educazione spirituale come il valore supremo. Era dunque inevitabile che tra queste due classi si venisse a creare un disprezzo vicendevole quasi da subito e che la rivalità accesa che lo ha sempre connotato assumesse, man mano che l’autorità politica e morale delle due vecchie classi dominanti veniva progressivamente erosa e la modernità avanzava, le caratteristiche di un vero e proprio conflitto per la supremazia. A ciò si aggiunge il fatto che strutturalmente l’«intellighenzia laica» è legata per il suo mantenimento proprio alla borghesia imprenditoriale, e questo non può che accrescere il suo risentimento verso di essa.

Il «punto di non ritorno» di questa lotta mortale per l’egemonia può essere individuato temporalmente nella fine del secolo XVIII, quando con la Rivoluzione industriale e la Rivoluzione francese la borghesia nel suo complesso ottenne definitivamente il predominio politico sulla società occidentale; infatti se prendiamo in analisi la Rivoluzione francese notiamo una forte presenza del ceto intellettuale in tutte le fasi, che diventa del tutto egemone solo nella fase giacobina.

A questo punto occorre fare tre precisazioni:

1) gli intellettuali hanno sempre presentato tutte le loro rivendicazioni come richieste in nome del popolo, con il quale in qualche maniera si identificavano pur disprezzandolo; questo contrasto si risolveva in ultima analisi ipotizzando un «popolo ideale» nel cui stampo quello «reale» sarebbe dovuto rientrare;

2) questo ovviamente non ha impedito a molti intellettuali di avere un ruolo guida positivo nell’ambito delle lotte sociali e di operare in maniera concreta per il benessere delle classi inferiori; d’altra parte è inevitabile che «chi sa», o si presenta come tale, sia di guida a «chi non sa»;

3) la capacità di un intellettuale di essere davvero in grado entrare in empatia con il popolo, di comprenderne i reali bisogni e le esigenze, e, quando possibile ed eticamente accettabile, di realizzarli, è inversamente proporzionale al suo grado di alienazione.

A questo punto occorre aprire un discorso sul concetto di alienazione.

marx_fondo-magazineL’alienazione è un processo per cui un individuo progressivamente si estrania dalla società in cui vive, sentendosi sempre più profondamente «altro» rispetto ad essa. Questo processo è tipico delle società in trasformazione, e assume connotati tanto più vasti e vistosi quanto più il cambiamento nelle strutture economiche, sociali e culturali della società è veloce e non lascia a moltissimi soggetti il tempo di adattarsi; questi allora cominciano a percepire la società in cui vivono come un ambiente ostile. L’esempio più vistoso di questo processo e quello che più ci interessa è quello che si è verificato per l’appunto in corrispondenza della Rivoluzione industriale: in quel periodo, e con una velocità impressionante, masse enormi di individui furono sradicati dal loro ambiente contadino di origine (per dirla con Engels, alla loro «quieta vita vegetativa») e dislocati nelle città per lavorare nelle fabbriche senza avere il tempo di adattarsi alla nuova situazione, e anche quelli rimasti nelle campagne dovettero subire un mutamento nella struttura dell’ambiente fisico e culturale in cui vivevano che non poteva non lasciare tracce di segno negativo. Si creò così il moderno «proletariato industriale», magistralmente descritto da Marx, proletariato, intellettuali nelle sue acute analisi sociologiche, caratterizzato da una profonda anomia morale e dal rifiuto violento della società in cui viveva, incentrata sull’individualismo e lo sfruttamento, in cui ogni solidarietà sociale era evaporata, e dove la moderna borghesia capitalista guidava con spietata energia il processo di industrializzazione. In quel periodo fu naturale che avvenisse una saldatura tra gli intellettuali radicali, che rifiutavano il dominio della borghesia per i motivi di cui sopra, e i nuovi «dannati della terra», gli operai delle fabbriche che vivevano nella precarietà ed erano obbligati a turni di lavoro massacranti: di qui cominciò la nuova «età delle rivoluzioni».

Va detto a questo punto che esistono gradazioni nell’alienazione; non v è dubbio che un certo grado di alienazione è necessario per chiunque non si ritenga soddisfatto dell’esistente e aspiri a un rinnovamento sociale in cui la giustizia e una più equa distribuzione dei beni oltre che la preservazione dell’identità biologica e culturale dei popoli abbiano il posto che meritano nella scala dei valori dell’esistenza: questo è stato precipuamente lo sbocco di Benito Mussolini, tra i molti altri. Il problema infatti sorge quando l’«alienazione» in un individuo diventa totale; allora egli tenderà a rifiutare tutta la realtà che lo circonda, considerandola nella totalità come qualcosa di mostruoso e abominevole che deve essere abbattuto; niente gli sembrerà degno di salvezza; ma il momento di svolta nella sua psiche sarà quando penserà di aver trovato la «dottrina salvifica», infallibile e indefettibile, che gli permetterà di riplasmare l’esistente a modello dei suoi più reconditi desideri, ovviamente dopo aver distrutto dalle fondamenta tutto il mondo attuale, irrimediabilmente corrotto dal Male (questa rappresentazione si riconduce a dottrine di ascendenza cristiana, gnostica e manichea; certamente la perdita di plausibilità della visione religiosa dell’universo ha facilitato la ricerca di surrogati, specie in individui, come gli intellettuali, alla costante ricerca di un significato per la loro vita e per il loro essere nel mondo, che a questo punto si sentivano «orfani di Dio): questa è stata la via intrapresa da Vladimir Ilich Lenin (sulla scorta della parte onirica e visionaria del pensiero di Marx) e dai suoi sodali, successori ed epigoni.

I differenti risultati scaturiti dalle due prospettive sono sotto gli occhi di tutti, basta volerli guardare dato che sono di un’evidenza solare. A ciò si può aggiungere che i due atteggiamenti possono in parte convivere in una stessa persona e alternarsi nelle varie fasi della sua vita, ma è assolutamente indubbio che la loro prevalenza individua due tipi antropologici radicalmente diversi, anzi direi contrapposti: di qui l’assoluta inconciliabilità delle dottrine che ne scaturiscono, quindi l’assoluta, inconciliabile opposizione tra Fascismo e Comunismo.

A questo punto do una breve definizione dei tratti psicologici che caratterizzano questo tipo antropologico, l’«intellettuale culturalmente sradicato e moralmente alienato», consacrato alla sacrosanta causa della distruzione dell’esistente e della «rigenerazione universale». Questi individui per lo più hanno una concezione megalomane di se stessi; si sentono degli eletti assolutamente buoni (in realtà molto spesso sono l’opposto) e ingiustamente perseguitati (e neanche questo sempre è vero), aventi una grande missione da svolgere: indicare al mondo intero, o quantomeno al «popolo prescelto» (i loro seguaci pieni di devozione ), la «via della salvezza». Un’altra caratteristica di questi soggetti è come abbiamo visto l’ossessione per l’assoluto, il desiderio di incondizionato, la ricerca di qualcosa che abolisca per sempre le limitazioni dell’esistenza umana: in una parola sono dominati da fantasie escatologiche che assumono sovente tratti paranoidi. L’«intellettuale alienato» è un tipico «uomo del risentimento», cieco davanti all’evidenza e ostinato nel negare i fatti che contraddicono la sua critica rancorosa; volge le spalle a quanto potrebbe minacciare la sua convinzione profonda o addirittura paralizzare la sua azione corrosiva; per lui è di vitale importanza scagliare strali contro la società che non lo ha riconosciuto escludendolo dalla sua struttura direttiva: pertanto egli è psicologicamente ed emotivamente catafratto perché dominato dal suo desiderio di vendetta. Egli cercherà la sua «gratificazione» con l’avvicinarsi strumentalmente al popolo, massa pirica per la realizzazione del suo progetto di «rivoluzione palingenetica», aggregato informe da modellare per dare vita al suo disegno, che egli definisce «giusto e santo», dal momento che solo lui conosce la «via della salvezza», sicché spetta a lui il diritto-dovere di assumere la responsabilità di guidare la massa cieca e immatura: la conquista del potere, e di un potere assoluto e totalizzante, sarà la premessa per la realizzazione del «sacrosanto disegno». Naturalmente egli nasconderà anche a se stesso questa sete di potere, professando continuamente, in pubblico e in privato, il suo totale disinteresse per il comando, che dirà di essersi assunto come un terribile onere per il bene dell’Umanità…

A questo quadro psicologico si collega un atteggiamento di fronte alla realtà e all’agire morale che può sembrare schizofrenico, ma che in realtà è perfettamente collimante con quelle che sono le caratteristiche fondamentali di questi individui. Da una parte infatti essi sbandierano ai quattro venti una indefessa attività di denuncia dei mali della società, proclamando accoratamente la necessità di un rinnovamento morale che cancelli tutte le ingiustizie e le storture, espresso spesso nei termini del più gretto e bigotto moralismo; dall’altra parte invece si ritengono autorizzati a violare ogni norma morale di qualsivoglia genere, dal momento che il mondo «borghese» è irrimediabilmente corrotto e votato alla distruzione: e dato che per mondo «borghese» essi intendono il mondo «tout-court», in tutte le sue manifestazioni (eccetto ovviamente le loro farneticazioni ideologiche), le conseguenze sono facilmente immaginabili. E da ciò deriva un inevitabile corollario, da tenere sempre presente: con quella tipologia di rivoluzionario espressa dall’intellettuale radicalmente alienato, che ha trovato la sua manifestazione esemplare nel teorico-asceta marxista-leninista (e con questo intendo chi si rifà integralmente alla prospettiva teorico-pratica elaborata da Lenin, non certo a tutti marxisti o a chi si riconosce nella visione di Karl Kautsky o Rosa Luxemburg) non è possibile nessuna forma di dialogo, dal momento che costoro partono da una prospettiva escatologica di tipo assolutistico, in cui essi rappresentano il Bene e gli altri (gli avversari o semplicemente gli indifferenti alla loro dottrina) il Male, mentre la persona comune e il rivoluzionario per così dire ancora «radicato» (nonostante le grandissime differenze che ci sono tra di loro) credono il bene mescolato al male, accettando quindi un rapporto non necessariamente conflittuale con l’altro e un’azione politica improntata alla valutazione effettiva della realtà e che non rifiuta a priori il compromesso; i «rivoluzionari escatologici» (non sempre intellettuali nel senso pieno, ma spessissimo semi-intellettuali di scarso retroterra culturale ma con pretese da luminari) invece da parte loro considereranno giusto e doveroso nei confronti dell’Altro solo il tentativo di conversione, l’inganno o il massacro, mancando ogni criterio di valutazione comune.

Resta ora da valutare in che misura le aspirazioni degli intellettuali e quelle dei proletari siano compatibili fra loro; questo dipende dal grado di autoreferenzialità degli intellettuali in questione, dal momento che, come abbiamo visto, è giocoforza che essi assumano un ruolo guida all’interno del movimento operaio nel momento in cui vi si siano inseriti, e d’altra parte la loro massima aspirazione è sempre il riconoscimento della loro autorità sul piano politico; il grado di autoreferenzialità è a sua volta strettamente legato al grado di alienazione: se infatti l’alienazione non è totale, ma è quel tanto che basta a far loro immaginare un mondo diverso mantenendo comunque il legame con la realtà si metteranno in ascolto con coloro che pretendono di rappresentare e si faranno carico delle loro esigenze reali, che in linea di massima si riconducono all’alleviamento delle pene sociali e morali più dolorose e all’essere riconosciuti come cittadini con la possibilità di partecipare alla vita collettiva su un piano di parità; se invece l’alienazione sarà totale essi daranno retta solo alle loro fantasie pantoclastiche e palingenetiche e l’unica cosa che cercheranno sarà l’acquisizione del potere assoluto per poterle realizzare: in questo caso gli interessi di intellettuali e proletari saranno non solo distinti e divergenti, ma anche inassimilabili e financo inconciliabili, come dimostra il caso della Rivoluzione d’Ottobre dove, con la scusa di instaurare la «dittatura del proletariato», gli intellettuali hanno invece imposto la loro «dittatura sul proletariato».

La lezione che si può trarre dall’epocale fallimento scaturito da quella prospettiva non può che essere la necessità ineludibile di confrontarsi con l’altro, abbandonando eventuali pregiudiziali dogmatiche, senza per questo ovviamente rinunciare alla tensione ideale che spinge alla ricerca di soluzioni alternative a un ordine mondiale viziato da un «peccato originale» che lo rende potenzialmente e attualmente distruttivo per ogni civiltà e cultura, e cercando nella concretezza delle situazioni le soluzioni più adatte ai problemi, tenendo bene a mente la limitatezza e la fallibilità dell’umano pensare e agire; questo ovviamente deve valere per tutte le parti coinvolte nel dialogo: se da una parte un Uomo aveva definito la sua «dottrina» come «sintesi di tutte le eresie», dall’altra Rosa Luxemburg aveva accettato serenamente il dibattito con il «revisionista» Eduard Bernstein, senza lanciare strali o gridare al «tradimento» e senza neanche abbandonare le sue posizioni marxiste. Difatti se nel campo religioso l’ortodossia è un merito, nel campo della politica, che è l’«arte del possibile», è l’eterodossia ad essere feconda di risoluzioni ai problemi, mentre l’ortodossia ha ruolo generalmente opposto.

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