Mario Carli. Arditismo e rivoluzione

Luca Leonello Rimbotti

Tra le componenti del Fascismo rivoluzionario delle origini, un posto particolare lo occupa l’Arditismo. Poco conosciuto, ancor meno studiato, nonostante la gran messe di studi recenti sul “Fascismo di sinistra”, l’Arditismo è rimasto nella penombra, quasi fosse indistinguibile dagli altri soggetti protagonisti del movimento combattentistico, quali il Fiumanesimo, il Futurismo e lo Squadrismo. In larga misura, questo atteggiamento è spiegabile col fatto che spesso gli arditi – provenienti dai reparti d’assalto creati nel 1917, alla fine della guerra circondati da un’aura leggendaria di fanatico eroismo – erano spesso composti da uomini che al tempo stesso erano anche o futuristi o dannunziani o le due cose insieme, finendo poi quasi tutti squadristi. Questa identificazione è costata all’Arditismo un sostanziale disinteresse degli studiosi, tendenti a ridurre il ruolo dei reduci di questa specialità militare (alcune decine di migliaia) a quello di supporto militante del nascente Fascismo, e poi a quello di nocciolo duro dello Squadrismo.
Eppure, possiamo dire che non si può negare alle Fiamme Nere né un’identità politica loro propria, né tantomeno un ruolo decisionale negli eventi dell’immediato primo dopoguerra. Per avere un’idea di quali fossero la mentalità e gli intendimenti degli arditi, è indispensabile riferirsi a quella straordinaria figura di giornalista-agitatore culturale e politico che fu Mario Carli: Fiamma Nera in trincea, poi futurista, sansepolcrista, legionario fiumano, fascista nazionalrivoluzionario, infine baluardo conservatore del Fascismo-Regime. Prima ancora che finisse la guerra del ’18, lanciò dalle colonne del giornale Roma Futurista, da lui diretto con Marinetti e Settimelli, un infuocato programma di mobilitazione degli arditi, per i compiti che li avrebbero attesi di lì a poco in Patria, quali violenti strumenti di pulizia sociale e politica.

mario-carli-mussolini_fondo-magazineFieri di rappresentare un’aristocrazia militare, che aveva salvato l’Italia dalla sconfitta e l’avrebbe salvata dai borghesi che già minavano la pace, gli arditi costituivano un polo di attrazione non secondario. Dopo che Carli, alla fine del 1918, aveva fondato l’Associazione fra gli Arditi d’Italia e il foglio L’Ardito, nel 1919-20 questa agguerrita élite del combattentismo poteva vantare il fatto di essere l’unica formazione anti-socialista e anti-liberale a disporre di un’organizzazione efficiente e di una larga base facilmente mobilitabile, di cui al momento non disponevano né il Futurismo, né il neonato Fascismo mussoliniano.

L’ideologia era semplice, ma chiara: nemici giurati dei socialisti, che avevano negato gli scopi della guerra e il principio della Nazione, gli arditi non furono meno nemici dei liberali, cui imputavano di aver eretto un regime di ottusa oligarchia, fatto di corruzione, borghesismo e ingiustizia sociale. Ai suoi esordi, l’Arditismo è infatti uno schieramento che si colloca in quella sfumata galassia di sincretismo politico che potrebbe ben definirsi di “sinistra nazionale”. Un primo esempio lo si ebbe quando gli alti gradi dell’Esercito – e segnatamente il generale Caviglia – pensarono bene di utilizzare quella massa di reduci nazionalisti come forza d’ordine pubblico per reprimere gli incipienti disordini sociali del “biennio rosso”. La risposta fu un articolo di Carli su L’Ardito, che suonava «Arditi, non gendarmi» e che schiariva le idee a quanti avessero pensato alle Fiamme Nere come a una manovalanza a disposizione del potere conservatore. Ne ricevette la taccia immediata di “bolscevico”, cosa che tuttavia fu lungi dall’offenderlo. Il chiarimento che un conto era l’Arditismo nazionalsociale, un conto il Regio Esercito, lo si ebbe con l’arresto di Carli e la condanna a tre mesi di fortezza per quella che veniva chiamata la sua “propaganda sovversiva”, specialmente tra i soldati.

Bisogna dire, infatti, che in quel breve volgere di anni convulsi l’Arditismo era schierato su posizioni decisamente eversive rispetto al sistema liberale, di cui invocava l’abbattimento. Ricordiamo che, dopo l’adesione ai Fasci di Combattimento, fondati a Milano il 23 marzo 1919, gli arditi ebbero tutta una serie di iniziative politiche improntate al rifiuto di ogni collusione politica con ambienti della conservazione liberale. Posizione ideologicamente certo ancora confusa e un po’ spontaneista, ma molto netta e conseguente. Ciò si vide nel momento in cui ci fu da aderire alla decisione dei Fasci di presentarsi alle elezioni del 1919. Già pregiudizialmente ostili all’idea stessa di parlamento borghese, molti arditi iniziarono a covare la resa dei conti con quanti, all’interno dei Fasci, lanciavano segnali d’intesa al potere borghese. E l’occasione venne col secondo congresso del movimento fascista (maggio 1920), quando la pregiudiziale anti-monarchica e anti-clericale portata avanti da Carli, Marinetti e altri arditi-futuristi, venne bocciata, aprendo quindi la via al momentaneo distacco del vertice dell’Arditismo dai Fasci.

In questo momento, dopo che Carli insieme a numerosi arditi segue D’Annunzio a Fiume, si ha una vera e propria collocazione rivoluzionaria di larga parte dell’Arditismo. Ad esempio, sappiamo che Carli – che godeva di gran seguito nelle file combattentistiche – si schierò decisamente con quanti formulavano un giudizio positivo sulla rivoluzione bolscevica, giudicata la via russa al rinnovamento sociale e all’eliminazione delle vecchie consorterie di potere. Alcune prese di posizione di Carli ne sono la testimonianza: «Il bolscevismo è un movimento rinnovatore, perché ha voluto ricostruire in base a ideali vasti e profondi l’edificio sociale, assurdamente sbilenco sotto il deprecato regime zarista…Fiume e Mosca sono due rive luminose. Bisogna al più presto gettare un ponte tra queste due rive». Nonostante che a Fiume, come sappiamo, vigesse un caos ideologico che andava dall’estrema destra all’estrema sinistra, queste parole e i continui attacchi alle vecchie gerarchie dell’Esercito e a certi esponenti conservatori del Fiumanesimo, portarono Carli all’esautorazione. D’Annunzio (che si definiva «l’Ardito di tutti gli Arditi») lo spedì a Milano a curare il foglio fiumano Testa di Ferro, sul quale comparvero nell’estate del 1920 i due testi di Marinetti politicamente più sbilanciati a sinistra: “Al di là del comunismo” e “Democrazia futurista”.

Ma l’episodio che documenta lo sforzo ardito di pervenire a una situazione rivoluzionaria lo si ebbe in occasione del “Natale di sangue” del 1920, quando l’Esercito, in base agli accordi di Rapallo, occupò Fiume sloggiando i nazionalisti radicali dannunziani e alzando pericolosamente la temperatura del conflitto politico. In quel momento – mentre i socialisti massimalisti, come loro solito, non ebbero la capacità politica di stendere alcun piano insurrezionale contro lo Stato liberale, nonostante il momento favorevole dato dalla recente occupazione delle fabbriche – l’unico disegno concretamente eversore lo si ebbe proprio con l’Arditismo. Il cui motto, del resto, suonava Insurgo ut Patria resurgat. Fu concepito un vero progetto rivoluzionario, che comprendeva una serie di attentati che avrebbero dovuto preparare l’atmosfera insurrezionale, tra i quali quello di far saltare la centrale elettrica di Milano. Servendosi del foglio Testa di Ferro, Carli e un gruppo di arditi, fascisti dissidenti da Mussolini (contrario all’iniziativa) e persino anarchici, riuscirono a compattare tutto un settore avanzato del nazionalismo rivoluzionario intorno a un piano concreto di attacco allo Stato liberale: caso unico nell’Italia di quegli anni, quando neppure i comunisti – bravissimi a parole, ma buoni solo ad aspettare dal cielo la rivoluzione – avranno il coraggio e l’energia politica per passare all’azione. La scoperta del complotto e l’arresto di Carli con una ventina di arditi, accusati di insurrezione armata contro i poteri dello Stato, misero fine al tentativo. Ma, storicamente, l’episodio rimane un documento del disagio delle Fiamme Nere dinanzi alla deriva moderata intrapresa da settori dello Squadrismo che, in taluni casi, già davano segnali d’intesa con i poteri forti della reazione.

Sappiamo quale fu l’esito di questo fallimento. L’Arditismo di base confluì quasi integralmente nelle Squadre d’Azione, costituendo al loro interno un costante elemento di agitazione e di insubordinazione al disegno mussoliniano di sedarne le spinte radicali, specialmente all’indomani della Marcia su Roma. Molti arditi divennero esponenti di primo piano del Fascismo (ad esempio Bottai, De Vecchi, Bolzon, membro del Comitato Centrale dei Fasci) e gli arditi finirono col coincidere con le Camicie Nere. E come tali furono sempre esaltati da Mussolini, che ad esempio nel 1934 affermò di considerare l’Arditismo «il mio battaglione di punta per tutte le lotte». Per parte sua, a sorpresa, negli anni del Regime Carli si trovò a dirigere, insieme a Settimelli, il quotidiano L’Impero, un giornale ultra-monarchico e reazionario, cercando di declinare – in maniera, dobbiamo dire, acrobatica ma intelligente – il vecchio antiliberalismo con un nuovo radicalismo d’ordine.

La parabola ardita è la testimonianza di un fermento di rinnovamento sociale su base nazionale veicolato non tanto dall’ideologia, quanto dall’attivismo e dall’interventismo nella lotta politica. Uomini abituati alle armi e al rischio quotidiano nella trincea di prima linea, gli arditi concepivano la rivoluzione essenzialmente come azione. «Gli arditi hanno vinto sul campo di battaglia, debbono vincere anche in quello politico», proclamò ad esempio nel 1919 sul giornale fiancheggiatore Roma Futurista Ferruccio Vecchi, capitano degli arditi ed esponente di punta del combattentismo rivoluzionario. Ma anche negli anni Venti, a Regime consolidato – e consolidato male, secondo le aspettative andate deluse del Fascismo movimentista – il legame con le origini insurrezionali non andò perduto, e rimase come un costante patrimonio di valori. Mario Carli, ad esempio, ancora nel 1926, nel suo libro Fascismo intransigente, che si fregiava di una prefazione di Farinacci, in quel momento segretario del PNF, scriveva che il “secondo tempo” del Fascismo era stato rivoluzionario, avendo «soppiantato alle basi l’edificio liberale con il nuovo edificio anti-liberale» e che il Fascismo era «un movimento originato a sinistra». C’era in questa consapevolezza tutta la volontà di mantenere vivo, nonostante tutto, l’ideale di quella rivoluzione aristocratica, di cui l’Arditismo politico, fenomeno populista ma elitario, fu forse il più tipico rappresentante.

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