La vera maturità è farla finita con gli esami

miro renzaglia


(non metteteli)  “In fila per tre”

E se la facessimo finita con gli esami? Almeno con quelli compresi nella cosiddetta scuola dell’obbligo? E se la facessimo finita pure con quelle infernali ordalie che si chiamano interrogazioni, compiti in classe, quiz,  prove alla lavagna, voti e pagelle che perseguitano prima il bambino e poi l’adolescente per tutto il corso dei suoi studi obbligatori?

Pensateci bene: a cos’altro servono se non ad insegnare sin dalla più tenera età cos’è il potere, come  e chi lo esercita e chi è costretto, per obbligo, a imparare fin da subito a subirlo? E’ questo il compito della scuola? Perché se è questo, allora esami, interrogazioni et similia, hanno un senso: non c’è alcun dubbio che la via crucis al quale (da quasi sempre) lo studente è tenuto a percorrere contribuisce in maniera formidabile a creare un popolo di sudditi diligenti e osservanti, sempre e comunque, l’alto magistero di un’autorità purchessia…

Ma se invece la scuola fosse, come a chiacchiere socio-pedagogiche si vorrebbe, quel luogo dove si formano, insieme alle qualità necessarie per la professione che verrà, anche cittadini capaci di avere con l’autorità, con il potere un approccio civile ma critico, rispettoso ma paritetico, competitivo ma equo, al limite conflittuale ma costruttivo che senso ha allenare i giovani ad essere cavie del giudizio perenne che qualcuno, sempre un gradino più in alto, in ogni luogo e momento può esercitare su di loro?

diploma_fondo-magazineMi si obietterà: e quale altro modo esiste per ottenere un quadro attendibile del merito acquisito nel corso dello studio se abolissimo esami ed interrogazioni, voti e pagelle? Ora – risponderei – a parte il fatto che tutto l’apparato inquisitorio, di verifica e di certificazione dell’istruzione messo in piedi e perpetuato automaticamente nei secoli,  oggi non serve assolutamente a garantire né la formazione intellettuale né tanto meno un accesso di merito alla professione del diplomato; a parte il fatto che grazie al formidabile impegno di un esercito di inquisitori a libro paga del Ministero dell’istruzione a coprire i corsi di studi obbligatori (e sottolineo: obbligatori) l’Italia può vantare il bel primato di contare nella sua popolazione compresa fra i 16 e i 65 anni, il 5,4 per cento di analfabeti funzionali, di persone, cioè, incapaci di distinguere una lettera dall’altra, una cifra dall’altra, mentre (ma che dico: mentre?) il 38 per cento riesce solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra,  e il 33 per cento che supera questa condizione non sa dare senso a un libro o a un articolo che riguardi fatti collettivi di rilievo anche nella vita quotidiana, e che, per tale percentuale, un grafico con qualche “incognita X”  è un indovinello indecifrabile; a parte  il fatto che tra i lavoratori la percentuale di diplomati superiori è appena del 38% contro, per esempio:  l’87 % della Germania, l’86% dell’Uk, il 74% della Francia (il che non depone molto a favore dell’attuale capacità formativa del sistema “istruzionale” italico);  a parte tutto questo – dicevo –  qualcuno dovrebbe giurarmi che, ai fini dell’accesso al mondo del lavoro, attraverso concorso pubblico o assunzione diretta privata, l’attuale certificato di diploma, con tutto l’iter inquisitorio che lo prepara valga qualcosa di più di un semplice certificato di frequenza.

Se è già così, come io ritengo, allora perché non abolire quella lunga sequela di esami obbligati dalla legge (senza peraltro che i risultati in tal senso siano apprezzabili, come abbiamo letto sopra)? E’ così improponibile pensare le lezioni scolastiche come luoghi e momenti di accesso alla cultura e allo sviluppo della coscienza critica, personale civile e sociale, con degli esercizi di confronto collettivo in cui si scambia il sapere acquisito individualmente in accordo con maestro o professore? E’ così azzardato concepire uno scrutinio del corpo insegnante che dia allo studente la valutazione del suo grado di apprendimento e che, qualora avesse delle lacune, possa servire ad orientarlo per colmarle anziché sbattergli in faccia un verdetto che boccia o promuove o rimanda? E’ così utopico ipotizzare che l’attestato di frequenza e completamento degli studi possa essere dato a tutti  senza sottoporre lo studente a quel giudizio finale che è l’esame di maturità? Che differenza c’è tra il certificato di frequenza che auspico io e quello in auge “di maturità”, ai fini dell’ammissione, per esempio, ad un pubblico concorso?  A cosa serve questa enorme baracconata che va in corso d’opera tutti gli anni, fra buste ministeriali con le tracce mai perfettamente sigillate e rincorse via palmare alle versioni e alle soluzioni trigonometriche, anche nella considerazione che già oggi siamo prossimi al 100% di “maturi”?

Ovviamente, la mia ipotesi di abolizione degli esami e delle interrogazioni (et similia) è limitata ai corsi di scuola obbligatori: fuori dalla obbligatorietà, lo studente che decida di proseguire gli studi, avendo anche raggiunto nel frattempo l’età (si spera…) delle scelte consapevoli, sa che il tipo di preparazione superiore per la professione che lo attende non può prescindere da un’attenta e quanto più precisa valutazione delle sue attitudini e dei suoi meriti. Ed, anzi, estenderei l’esame d’ammissione oggi in uso solo per alcuni corsi di studio superiori  (Accademie d’arte, Conservatori musicali, Facoltà di medicina etc…)  a tutti i corsi universitari o parificati… Sarebbe questa la vera verifica del grado di apprendimento e di merito conseguito precedentemente. Ecco, diciamo che è da questo momento in poi che chi vuole proseguire gli studi per accedere a professioni di maggiore sensibilità sociale deve imparare che, per lui, gli esami potrebbero veramente non finire più…

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