Giorgio Pini. Per una sinistra nazionale

Romano Guatta Caldini

Se fosse ancora in vita, la sua penna sarebbe contesa dalle maggiori testate giornalistiche.Attraverso le sue intuizioni, nel giro di pochi mesi, era in grado di duplicare le vendite di qualsiasi quotidiano, aprendo orizzonti culturali fino ad allora sconosciuti. Firma di punta del Popolo d’Italia e del Resto del Carlino, Giorgio Pini è annoverabile tra le menti più lucide del secolo scorso.

Nato a Bologna nel febbraio 1899, si laurea in giurisprudenza e inizia a interessarsi di politica, dopo la lettura dell’articolo “Audacia”, scritto dal giovane socialista Benito Mussolini. Una concezione politica, quella che si andrà formando in Pini, che si rifaceva non tanto alla dottrina ma alle scelte politiche legate alle vicende biografiche del fondatore del fascismo. Infatti, più che di fascismo si poteva parlare di mussolinismo, sia nel caso di Pini che in quello di Carlo Silvestri e molti altri esponenti della sinistra fascista, come ha sottolineato recentemente Arrigo Petacco.

Dopo la marcia su Roma è chiamato a dirigere  L’Assalto. In seguito si trasferisce a Venezia per risollevare le sorti di un quotidiano locale. Grazie al suo modo di fare giornalismo viene contattato da  Mussolini per ricoprire il ruolo di redattore capo del Popolo d’Italia. Il quotidiano si trasformò nella vetrina del fascismo, in breve, la tiratura del giornale salì da 170.000  a 360.000 copie. Ma il merito di questi incrementi non era solo di Pini; alle 17 di ogni giorno, arrivava puntuale, alla redazione del quotidiano, la telefonata da Palazzo Venezia. Il Primo giornalista d’Italia, attraverso il suo redattore capo, s’informava e correggeva la linea editoriale. Un sodalizio intellettuale che si protrarrà nel tempo fino al fatidico 25 luglio. A seguito della caduta del regime e la successiva enunciazione dei principi del fascismo repubblicano, Pini aderisce entusiasta alla RSI. Mussolini lo chiama  a dirigere il Resto del Carlino, ma per l’ex redattore ha anche altri progetti. Lo vuole Sottosegretario agli Interni, a fianco del Ministro Zerbino, «per sollecitare sempre, in qualsiasi struttura della RSI, una maggiore forma di democrazia, precisamente, quella di una libertà capace di soddisfare l’esigenza collettiva d’intendimenti, pertanto di convocare le assemblee del P.F.R. non solo quando piace ai gerarchi, ma quando lo vogliono i fascisti della base».

Se il ruolo del giornalista è quello di analizzare e dare testimonianza di ciò che lo circonda, in tal senso Pini esplicò efficacemente il suo compito, andando spesso controcorrente. Egli denunciò la miopia dei più accesi anticomunisti, che andavano perdendo di vista il reale nemico; la regia occulta.  Significativa è la velina del  25 gennaio 1945 : «la borghesia torinese sta ordendo una congiura antifascista con tendenza conservatrice reazionaria». Sempre Pini in “Reazione e Rivoluzione” scrive: «per riscattare un giorno la nostra vita nazionale dai suoi difetti bisogna alimentare un nuovo spirito rivoluzionario. Compito difficilissimo mentre l’istinto di difesa dal comunismo sta persuadendo molti allo spirito conservatore. (…) Sarebbe dunque un errore fondamentale per le forze nazionali adagiarsi alla conversazione per paura del comunismo. Ai fini del nuovo Risorgimento italiano cui dobbiamo tendere, sta bene impedire un trionfo comunista, ma guai rinunciare alle nostre istanze nazionali e sociali, guai a renderci complici della reazione. Il pericolo di sinistra è in declino e sorge quello di destra».

Con un simile retroterra politico era inevitabile che Pini facesse della socializzazione e dell’unione di tutte le forze rivoluzionarie, i suoi cavalli di battaglia. Alla caduta di Mussolini, dopo un periodo di clandestinità, entra nel MSI, qui diverrà il leader indiscusso della sinistra missina, coadiuvato da Concetto Pettinato, Ernesto Massi, Ezio Daquanno e Massimo Uffreduzzi. A Pini si deve la rielaborazione storico culturale del Risorgimento e dei legami che questo aveva con il Fascismo. Se la destra tradizionalista si caratterizzava per i toni ben poco benigni nei confronti del Risorgimento e dei suoi esponenti, Pini ma anche Brocchi, Palamenghi e altri, aprirono un vivace dibattito sull’innegabile eredità lasciata al fascismo da uomini come Mazzini e Pisacane. Il Risorgimento come incipit di un’autentica Rivoluzione Nazionale fautrice di  un “socialismo affermatore della nazione”.

Tra i vari primati del duo Pini-Pettinato, è da ricordare l’appoggio ai movimenti d’indipendenza nazionale africani. Un punto di vista sul quale influiva, come leggeremo, il risentimento per  la perdita delle colonie, ma una presa di posizione comunque anomala all’interno di un “arcipelago”, che nel razzismo e nel “mito dell’ultimo avamposto bianco” gettava le proprie basi culturali. Scrive Pettinato su Il Meridiano d’Italia del 22 maggio 1949: «d’ora innanzi l’indipendenza africana siamo pure noi a volerla. Siamo noi pure a fianco dei popoli arabi nella lotta contro i dominatori europei.(…) Gli Stati Uniti, questi sentimentaloni da Carta Atlantica e da Capanna dello zio Tom non ammettono il colonialismo? Benissimo! Noi pure siamo del parere che il colonialismo abbia fatto il suo tempo. Tanto ha fatto il suo tempo che non vogliamo più neanche noi le colonie degli altri. L’Africa agli Africani signori». Un anti-colonialismo dal quale sia Pini che Pettinato non si discosteranno nel corso degli anni, appoggiando sia i militanti del Fronte di Liberazione Nazionale algerino che i Việt Cộng in lotta contro il “comune occupante americano”.

Era quindi logico, che le scelte del MSI in merito al patto atlantico, portassero Giorgio Pini ad uscire dalle stanze del partito sbattendo la porta. Sicuramente aveva compreso la reale natura del MSI, ancor prima che questa si palesasse nella sua interezza, attraverso le scelte inerenti la politica estera. Ma la morte di un figlio caduto per mano partigiana e la fede nel fascismo repubblicano, gli impedirono sempre di fare quell’ulteriore “salto” verso sinistra che molti “fratelli maggiori” avevano già fatto. Come Pini, saranno molti, gli intellettuali decisi ad abbandonare il partito, indignati dalla deriva destrorsa dei “Michelini e degli Almirante”. Primo fra tutti il mai troppo compianto Ernesto Massi. Quello che anni dopo Beppe Niccolai definì “un MSI da sogno” non si realizzò mai.

Giorgio Pini, nonostante tutti i suoi pregiudizi, per altro giustificati, nei confronti dei comunisti italiani, accettò di collaborare con il Pensiero Nazionale del filo-comunista Stanis Ruinas, solo quando questi decise di cessare la collaborazione con il PCI,  per ritornare al più mussoliniano intransigentismo socialista. Il direttore del “Pensiero Nazionale” era da tempo che corteggiava l’ex redattore capo del Popolo d’Italia. Ruinas nel tentativo di fondare un movimento nel quale far confluire tutti gli ex fascisti di sinistra, individuò in Pini l’uomo che avrebbe potuto guidare questa nuova formazione. A testimonianza di quali fossero le intenzioni del direttore di PN, rimangono le dichiarazioni da lui rilasciate al periodico Cronache:  «Senza dubbio, se ci fosse l’uomo adatto, tutte queste persone (se fate il conto, ne trovate almeno due milioni) potrebbero avere una forza ed un peso. Non sono certo io ad avere l’autorità e la capacità del capo. Mi limito a dirigere questa rivista, che abbiamo ideato con mezzi molto modesti, e attorno alla quale si raccolgono gli interessi di ex fascisti di tutta Italia. È il tema della collaborazione con le sinistre che mi preoccupa: un tema che ho sempre sostenuto anche nella Repubblica Sociale. Io propugno l’accordo con tutti, con quelli che si chiamavano i clandestini, poiché ormai siamo degli uomini di sinistra dichiarati anche noi».

Gli argomenti su cui Ruinas  fece leva per convincere Pini, sono individuabili, in alcuni punti della carta programmatica da lui stesso redatta, in occasione dell’incontro bolognese, fra i gruppi di PN e quelli di Socialismo Nazionale: 1) Rivendicazione sul piano storico della RSI e dei suoi postulati; 2) Unità e indipendenza dell’Europa dai due blocchi; 3)  Repubblica Presidenziale fondata sullo Stato nazionale del lavoro. Ma per meglio comprendere le differenze ideologiche che intercorsero fra il giornalista sardo e quello emiliano, è utile riportare alcuni passi, di una lettera che Pini scrisse a Ruinas per chiarire la sua posizione: «Mi nego sistematicamente, apertamente a destra (e perciò non trovo lavoro), ma non posso abbracciare la sinistra attuale, perché marxista, perché sanguinaria e assassina, perché totalitaria nei suoi fini, perché sostanzialmente anti-nazionale non meno della destra. Combatto il nostalgismo e perciò sono all’indice, ma non posso sentire offendere Mussolini.(…) Sono convinto che l’ex fascismo deve dividersi nei suoi residuati di destra e nei suoi germogli di una sinistra nazionale. Questo aggettivo ci separerà sempre dai comunisti».

In seguito, Giorgio Pini, insieme a Ernesto Massi, è animatore del “Comitato d’iniziativa per la Sinistra Nazionale”, almeno fino al 1965, mentre la collaborazione con Pensiero Nazionale termina nel 1977 con la cessazione delle pubblicazioni. La mancanza di fondi e le congiunture nazionali e internazionali poco favorevoli, faranno sì che il progetto d’unificazione della corrente socialista ed anticapitalista degli ex “erresseisti”, non giunga mai a compimento. A noi, rimane comunque, oltre all’enorme bagaglio culturale, l’onore di riprendere il cammino là, dove i padri nobili si sono fermati.

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks