Gianfranco Franchi. Monteverde

Roberto Alfatti Appetiti

Ci sono quartieri che diventano metafore della contemporaneità e territori dell’immaginario. A Roma, ad esempio, è così per diverse aree della città, non importa se popolari o borghesi. La nazionalpopolare Garbatella è assunta a zona condivisa da tutta l’Italia (e non solo) con la fiction de I Cesaroni, ai Parioli sono stati dedicati nel tempo film e saggi, non è mancata la raccolta di racconti di Giuseppe Jovine Gente alla Balduina… Adesso, con un romanzo di Gianfranco Franchi, è arrivata la codificazione letteraria anche per un altro quartiere importante nell’immaginario romano: Monteverde (Castelvecchi, pp. 310, € 16,00). E Monteverde, d’altronde, lo meritava. Ci ha vissuto Nanni Moretti e molti ricordano Massimo D’Alema bambino che frequentava la scuola elementare. E anche per quanto riguarda l’altro versante della società e dell’immaginario le tracce non sono poche. Proveniente dalla sua Bologna ci venne a vivere con la famiglia il giovane Gianfranco Fini. E anche Giampiero Rubei, l’organizzatore del jazz romano, ha vissuto sempre da queste parti. Per non dire di un bambino prodigio degli anni Sessanta, il protagonista della Famiglia Benvenuti, ovvero Valerio Fioravanti, che prima di imbattersi in altre vicende, ha trascorso a Monteverde la sua infanzia e la sua adolescenza. Oppure dei fratelli Tony e Andrea Augello, il prematuramente scomparso leader movimentista della destra e l’attuale senatore-scrittore, hanno avuto le proprie radici da queste parti. E, per finire, ma gli esempi potrebbero essere tantissimi, a Monteverde ha la sede la libreria e casa editrice Tilopa, espressione del mondo steineriano, cui ha sempre fatto riferimento lo scrittore Enzo Erra, residente nel quartiere.

Gianfranco Franchi, nato a Trieste nel 1978, fondatore e coordinatore del popolarissimo sito letterario Lankelot.eu, ha voluto dedicare al quartiere il titolo di questo suo romanzo. Si badi bene: Franchi è uno scrittore di frontiera. Per origini, considerando il sangue triestino, istriano e austriaco che gli scorre nelle vene, ma anche e soprattutto per temperamento e vocazione: attento com’è a ogni contaminazione, romanamente teso alla formazione di nuove sintesi culturali. Consapevole – per dirla con il sociologo britannico Zygmunt Bauman – di come «le nuove identità nascano sulle frontiere, che possono essere campi di battaglia ma anche workshop creativi dell’arte del vivere insieme, dei terreni in cui vengono gettati e germogliano i semi di forme future di umanità».

Non a caso, Franchi ha dedicato il romanzo «agli esuli istriani, fiumani e dalmati». Un abbraccio che richiama e coniuga le “patrie” familiari: la Trieste dov’erano ripiegati i nonni di Umago e Pirano, e quella d’adozione, altrettanto amata, Roma, anzi il quartiere di Monteverde. «Ognuno – scrive – rivendicava un pezzetto di verità». Spiega Franchi: «Spesso mi chiedo, guardandomi allo specchio, chi sono e a chi appartengo, a Monteverde per via di trent’anni di residenza, a Trieste per via della nascita, all’Istria e a Trieste e un pochetto a Roma per via del sangue? Cosa sono? Non ho un’identità chiara, ho interiorizzato la frontiera».

E’ un’opera stupefacente per intensità. Potremmo definirlo un romanzo generazionale, se non temessimo di urtare la suscettibilità del protagonista, Guido Orsini, l’alter ego letterario di Gianfranco Franchi che già avevamo conosciuto in Disorder, la raccolta di racconti pubblicata dalle edizioni Il Foglio nel 2006 (pp.1 18, € 10,00).

monteverde_fondo-magazineOppure potremmo salutarlo come un romanzo di denuncia del precariato eretto a sistema di sfruttamento perfettamente legale, anzi incoraggiato da uno Stato incapace di offrire prospettive professionali a laureati cum laude (come il nostro). No, l’autobiografico Monteverde è un libro intimo, oltre che intimamente politico, che racconta l’educazione sentimentale di un giovane addestrato nella complessità culturale. «Gli affetti più cari erano nemici tra loro, e parlavano lingue e dialetti diversi. Adesso registro questa pluralità con un sorriso». Avendo troppe patrie a disposizione ne ha scelta una sola: «La letteratura in lingua italiana con opportune commistioni dialettali e linguistiche perché io sono amalgamato così; perché è terra di menzogna e oasi di invenzioni e meraviglia, non ha pretese d’essere vera o realistica a ogni costo, né d’essere Storia. È storia delle storie, è tante storie insieme».

«La nostra letteratura va deideologizzata – ci spiega Franchi – e ciò sarà possibile solo cancellando ogni intento neorealista. Perché chi ha la pretesa di raccontare la storia inevitabilmente ne darà una lettura di parte. Un approccio più onesto con i lettori imporrebbe di limitarsi a restituire lo spirito del tempo senza fare invasione di campo. La letteratura non può sostituirsi alla storia». Il che non giustifica il disimpegno. Al contrario, Franchi «pretende» che l’intellettuale “onesto” produca opere in grado di scuotere le coscienze.

«Noi scrittori – precisa Franchi – abbiamo un compito politico importante, pacificare una volta per tutte i nostri nonni, che si sono sparati addosso con la stessa parola sulle labbra: Patria». E i nonni non potevano certo mancare nella straordinaria galleria dei personaggi di Monteverde. L’ultimo capitolo, “Frontiere”, è tutto loro. «In testa avevo delle marionette che parlavano lingue e dialetti diversi, e ognuna rivendicava un pezzetto di verità», scrive ripercorrendo i brevi interminabili viaggi che, ragazzino, faceva con i nonni esuli da Trieste alle loro vecchie terre. Ricorda le parole amare della nonna: «Quelle erano le nostre case, il nostro mare. E se le abbiamo perdute è colpa di quei porci dei democristiani. Del gobbo, e dei comunisti. Porci, e amici degli s’ciavi». E la sensazione di paura che li assaliva: «Erano minuti d’angoscia, manco fossimo contrabbandieri. Passata la frontiera eravamo stranieri in patria. Poi tornavamo a Trieste e i nonni erano altrettanto stranieri in patria».

E, se non proprio straniero, Franchi è certamente atipico nel panorama editoriale italiano, schierato com’è per una letteratura veramente indipendente. «In questo momento – accusa – chi è fuori dalle grandi concentrazioni editoriali ha problemi di visibilità. Per le televisioni, i quotidiani e le librerie esistono soltanto alcune case editrici. Non è più solo una questione politica e ideologica, ma anche industriale e commerciale. Ci sono posizioni dominanti inaccettabili. L’editoria va riformata facendo in modo che anche la piccola e media editoria abbia parità di opportunità, spazio e rispetto».

Ne “I diritti del letterato”- penultimo capitolo del libro – stabilisce anche ironiche sanzioni per chi si macchierà dei “reati” più gravi. «Salvo luminose quanto rare eccezioni – ci spiega Franchi – gli scrittori under 35 sono finti, artificiali, clonati, confezionati in casa editrice. È letteratura uterina, degna della decadenza della sinistra contemporanea». Il contrario di quello che serve: sincerità. Disarmante è quella di Guido Orsini, antieroe per eccellenza. Irriverente e malinconico, Guido Orsini è un Donchisciotte post litteram, disincantato ma mai cinico, malgrado abbia visto le proprie aspettative andare in frantumi nello scoprire che l’università non è un tempio della letteratura e i docenti non sono gran sacerdoti ma, spesso e volentieri, vanitosi arrivisti. Altra delusione gli arriva dall’editoria, ché «solo accidentalmente si occupa della letteratura italiana». Ma lui non molla. Guido è un nostalgico assetato di futuro. Di fronte all’inevitabilità del progresso, pertanto, a Guido non rimane che un gesto estremo: seppellire il proprio palmare sotto la pianta del basilico e consolarsi con il sogno: il calcio, la Roma, anzi la Magica. Un mondo che evoca la figura paterna e l’amicizia sugli spalti e nella vita, un universo tanto amato nel quale Gianfranco/Guido non si è fatto scrupolo di entrare dalla porta di servizio, come arbitro. Lo so. I palati più fini arricceranno il naso. Ma come – protesteranno – Guido Orsini, il letterato che porta avanti la sua battaglia per l’arte quasi fosse una missione, s’appassiona alle effimere sorti di undici uomini in mutande? Gianfranco chiama a sua difesa lo scrittore inglese Nick Hornby, che in Febbre a 90°, scrive: «Sono sempre stato accusato di prendere le cose che amo – il calcio, ma anche i libri e i dischi – troppo sul serio, e in effetti provo una specie di rabbia quando sento un brutto disco, o quando qualcuno è freddino nei confronti di un libro che significa molto per me». Le passioni non si discutono. Si coltivano. Anche quando arriva qualcuno più giovane a farci capire che siamo irrimediabilmente out. Capita a Guido quando, durante una lezione privata di latino, per ripetere un suono antropoide proveniente dalla strada, mima la voce di Chewbecca di Star Wars e la sua allieva lo guarda con gli occhi sbarrati. «Una studentessa nata negli anni Novanta, che non si ricorda nemmeno lo Stadio Olimpico senza copertura o un mondo senza internet, ti comunica inequivocabilmente che parli di cose senza senso, non guardi i film giusti e fai versi come una scimmia. Ti muore qualcosa dentro se fai Chewbecca e non vieni capito».

Di sicuro, non puoi più insegnare. E allora eccolo misurarsi con i lavori più improbabili: da “scannerizzatore” notturno di notizie a giornalista magazziniere fino a quello di apprendista commentatore radiofonico, “segato” quando, contravvenendo alle imposizioni della redazione, si permette di mettere in difficoltà un politico regionale di An. Malgrado – ma in radio non lo sanno – si tratti del suo vecchio partito di riferimento. Già, perché Gianfranco Franchi viene da destra. In Pagano (Edizioni Il Foglio 2007, pp. 145 € 10,00), precedente anti-romanzo esistenziale, racconta le sue vicissitudini politiche nel liceo classico Luciano Manara di Monteverde nei primi anni Novanta. «Nei licei bulgari noi eravamo quelli con la giacca di pelle, le camicie firmate e i pantaloni attillati. Eravamo pochi e guardati con disprezzo. Io ero quello che – un po’ irritati – chiamavano “l’intellettuale di destra”. Dicevano che il mio era fascismo impossibile, perché intellettuale e violento al contempo. Non serve dire che non avevo e non ho mai tirato un pugno o uno schiaffo in vita mia e non ho nostalgia del fascismo. Io guardavo e guardo avanti». Sta di fatto che Franchi venne eletto al consiglio d’istituto, primo rappresentante della destra dopo tantissimi anni. «In quel liceo rosso – ci racconta – ho fatto da apripista per una nuova generazione di impegnati a destra come Valentina e Flaminia Augello». E l’auspicio è che faccia da apripista anche a nuovi letterati assetati di futuro. Cosa possiamo aspettarci da Franchi? La risposta la dà lui stesso in Scissione, la poesia che chiude la bellissima raccolta de L’Inadempienza (Il Foglio 2008, pp. 263, € 15,00): «E adesso aspettati qualcosa / che non mi pento e non mi spengo».

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