Noi e le elezioni europee 2009

La redazione

Alla luce dei risultati delle recenti elezioni europee, abbiamo chiesto un commento a diverse personalità: giornalisti, scrittori, saggisti, critici, militanti e no. Di seguito, le risposte di: Gabriele Adinolfi, Giorgio Ballario, Francesco Boco, Nando Dicè, Giovanni Di Martino, Alessandro Grandi, Mario Grossi, Francesco Mancinelli, Miro Renzaglia, Antonio Serena.

La redazione

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1) Qual è il segnale politico continentale che esce dai risultati delle consultazioni elettorali europee?

Gabriele Adinolfi La crisi della democrazia delegata. C’è una forte tenuta delle figure autoritarie (Merkel, Sarkozy e Berlusconi ma vi aggiungerei anche Zapatero perché il suo presunto calo dipende dal fatto che a queste elezioni i catalani, suoi abituali alleati alle politiche, erano soli come a tutte le europee, ma il raffronto comune è stato fatto, impropriamente, con le politiche). C’è un crollo totale della sinistra storica e schematica, sia socialista, sia comunista sia socialdemocratica, sia liberal. C’è una fortissima avanzata delle forze populiste, definite in modo grossolano e non sempre preciso come xenofobe o euroscettiche. C’è la ripresa della sinistra movimentista e post-teologica. Netta in Francia, sensibile in Germania, germinale in Italia. Si sta creando una polarizzazione in alto e in basso tra autoritarismo e movimentismo e, qui è la novità interessante, non si tratta necessariamente di polarizzazione antagonista perché tanto in Francia, quanto in Italia, sia a “destra” che a “sinistra” prevalgono le forze autonome e duttili e non quelle sclerotiche e dogmatiche. L’interventismo pragmatico ha la meglio sull’antagonismo stridulo. Quest’ultimo fatto, congiunto alla crisi della democrazia delegata, mi fa guardare con molto ottimismo al futuro e alle possibilità di liberarci dalla aggrovigliata rete dei proci.

Giorgio Ballario – Primo: arretramento quasi ovunque della sinistra (socialista e democratica) a favore di spezzoni che non sempre appartengono alla sinistra e comunque non a quella tradizionale: penso ai Verdi in Francia e Germania, all’IdV in Italia. Oppure se la sinistra vince, come in Grecia, è strettamente legato a condizioni interne. Secondo: successo, in alcuni casi travolgente, di movimenti di destra con connotazioni xenofobe e antieuropeiste che hanno fatto del problema immigrazione il loro principale cavallo di battaglia. Terzo: avanzata dei movimenti in qualche modo legati ai piccoli nazionalismi e alle piccole patrie; un fenomeno che in certi casi – a partire dalla Lega Nord – si intreccia con le istanze xenofobe, euroscettiche e anti immigratorie di cui si parlava prima. Penso ai fiamminghi in Belgio, allo Scottish National Party che in Scozia ha superato i laburisti, ai “liberali” austriaci eredi di Haider…  Quarto: i partiti di centro-destra al governo, come in Italia, Francia e Germania, tengono dopo la crisi economica ma sembrano aver esaurito la loro spinta propulsiva. Lo stesso Pp spagnolo vince più che altro per i demeriti di Zapatero. Di modello vincente liberal-capitalista non parla più nessuno, anzi com’è noto dopo la crisi dell’autunno 2008 sono tornati prepotentemente in gioco i temi dell’intervento dello Stato. In definitiva direi che il voto del 6-7 giugno ha sancito una significativa affermazione – non ancora nei numeri, ma sicuramente a livello di immagine e di mentalità collettiva – dei movimenti di carattere populista, in alcuni casi decisamente xenofobi, in altri casi identitari; generalmente lontani dalla cultura globalista e dal politicamente corretto di Bruxelles; quasi tutti contrari all’ingresso della Turchia nell’Ue. Forse è poco per stappare lo champagne, ma credo che sia un buon punto di partenza per provare a ripensare un’Europa diversa, lontana da quella degli euroburocrati delle quote latte e delle cambiali in bianco alle lobby finanziarie sovranazionali. Fra l’altro a vacillare non è solo il principio del bipartitismo, che direi morto e sepolto a partire dalla sua patria britannica, ma pure del bipolarismo. E’ emersa un’Europa multipolare che fatica a riconoscersi nelle due vecchie famiglie dei socialisti e dei popolari.

Francesco Boco –  C’è un forte astensionismo che dovrebbe indurre a riflettere. Evidentemente molti cittadini europei non trovano interessanti / importanti questi frangenti elettorali. Oltre a ciò si aggiunge una significativa avanzata delle compagini identitarie, anti-immigrazione ed euro-scettiche. Basti pensare ai risultati di Lega Nord, BNP, Vlaams Belang e tanti altri dalla Finlandia alla Romania. I due dati, se associati, danno ragione a chi pensa che questa non sia l’Europa autentica che gli europei veramente desiderano. In generale comunque il voto ha segnato il fallimento delle politiche dichiaratamente filo-immigratorie di tanta sinistra europea, tranne nell’importante (per posizione geopolitica) caso della Grecia, che si risveglia con una forte vittoria socialista e comunista.

Nando Dicè Che dell’Europa non se ne frega niente nessuno. Che il vero potere è sempre più distante dalla gente e che le “armi di distrazione di massa” hanno invaso la politica sino a massacrarla. L’illusione di esserci conta più della realtà di agire per cambiare le cose. La “fortezza Europa” che si difende dall’invasione dei clandestini, ma che non mette in discussione le radici economiche che sono alla base dell’emigrazione è una “macchietta” milanese, degna delle barzellette su Bossi. Se dovessimo far politica solo per cacciare tutti i cornuti dal paese, non solo non avremmo chi votare, ma forse non ci sarebbero nemmeno gli elettori.

Giovanni Di MartinoLa domanda non è per niente facile. Il parlamento europeo ha trent’anni, ma non serve a nulla in termini concreti. E questo è il segnale che l’Europa la fanno i padroni. Ho conosciuto assistenti parlamentari, di destra e di sinistra, i quali mi hanno confermato che a Strasburgo gli uffici sono sempre vuoti. Ciò però non esclude che le elezioni europee abbiano un fortissimo significato politico per tutti. Sono un barometro molto importante perchè collegato, nel senso che servono a monitorare che aria tira nei vari paesi nello stesso momento e con la stessa posta in gioco (i soldi e solo quelli). Servono perchè poi ci si fa coraggio guardando l’erba del vicino. Ho sentito molta gente italiana di destra godere molto più per la frenata di Zapatero che non per quella – ampiamente annunciata – di Franceschini.

Alessandro Grandi – Il segnale più evidente, a livello europeo, è la crisi irreversibile delle forze che si dichiarano socialiste. Totalmente incapaci di intercettare il cambiamento, le nuove esigenze di un elettorato che sta cambiando, così come cambia il contesto. Un elettorato che non è spaventato dall’immigrazione, ma è disgustato dall’atteggiamento politicamente corretto con cui viene affrontato dai partiti socialisti. Altrettanto evidente è la mancanza di fiducia dell’elettore europeo nella capacità della sinistra classica di affrontare i problemi posti dalla crisi economica globale. Un segnale altrettanto chiaro è la rinascita dei verdi, per lo meno in quei paesi dove la bandiera dell’ecologia è nelle mani di persone credibili. Cohn Bendit e Bové, in Francia, sono qualcosa di molto ma molto diverso da un Pecoraro Scanio qualunque. E i verdi tedeschi hanno poco da spartire con i logorroici e litigiosi ambientalisti nostrani. Se popi, in Italia, il Sole che ride dovesse allearsi con i nuclearisti, globalisti, liberisti, filocinesi e sudditi yankee dei radicali, allora la mancata ripresa dei Verdi sarebbe garantita. Sul fronte opposto c’è da segnalare la tenuta, che è tutt’altra cosa dal successo, di alcuni partiti di governo come in Francia, Germania e Italia. Più un voto per mancanza di alternativa che una scelta convinta e motivata. Crescono invece le destre, di varie forme e di vari orientamenti. Dimostrando, comqunque, che gli spazi esistono se solo li si sa interpretare e conquistare. A livello europeo magari non sarà facile conciliare la destra antibulgara olandese con la destra bulgara. Ma se qualcuno riuscisse a dare un segnale di raggruppamento, si potrebbero ottenere risultati inaspettati. Forse potrebbero pensarci gli ungheresi, che anche dalla loro centralità europea, e con il forte radicamento nelle tradizioni politiche, potrebbero essere in grado di coagulare forze di origine diversa.

Mario Grossi – In Europa mi sembra si percepisca un clima che risente fortemente della crisi internazionale e di politiche che non hanno saputo arginare la pressione che il fenomeno immigratorio ha esercitato sulla coesione degli stati.Così si assiste ad un duplice effetto. I partiti che governano in questo periodo di crisi sono penalizzati duramente (vedi ad esempio Zapatero in Spagna) perché visti come responsabili ed incapaci di guidare i loro paesi verso lidi meno drammatici di quelli che stiamo vivendo e perdono consensi.
Dall’altro si assiste ad una forte avanzata di quelle destre xenofobe e nazionaliste che appaiono le uniche a poter salvaguardare gli interessi nazionali in questo periodo calamitoso.
Infine direi che il voto è una nuova testimonianza, vista la scarsissima affluenza alle urne, che il Parlamento europeo e di conseguenza l’immagine che ne scaturisce di Europa sia veramente pallida, non sentita, inconsistente.
Curioso i nfine constatare come l’Italia (forse unico paese in Europa) si discosta da questo schema. Il centro destra è al governo ma non viene molto penalizzato per il fatto di esserci. I partiti della destra che più si battono contro l’immigrazione e per la centralità nazionale non avanzano di un solo passo, scippati in buona sostanza dalla Lega). Da ultimo in Italia (forse per un effetto trascinamento) si registra la più alta affluenza alle urne nelle varie nazioni.
Il segnale che se ne percepisce è quindi che un’Europa non esiste, gli elettori non ci credono, di fronte alla crisi ed ai problemi che ha innescato ognuno sceglie vie individuali (talvolta isteriche).

Francesco Mancinelli – Bhè…  intanto salta agli occhi che oggi vince chi delegittima “ la democrazia mediata “ o parlamentare ( ovvero ha la maggioranza dei non-votanti ). E questo è sicuramente un buon risultato. Diciamo che aiuta anche se non risolve… Poi c’è da notare che tra chi invece legittimano la democrazia, ci sono fette consistenti di elettorato nazional-populista, localista, xenofobo, con tutti i limiti di natura politica e meta politica che assomma in sè la deriva “istintuale” nazional-populista; ma tale deriva mette in evidenza una naturale reazione di difesa da un lato, e di sconfessione delle attuali politiche e classi dirigenti di Strasburgo dall’altro. Diamolo quindi come dato limitante ma positivo. Poi c’è da notare che il nazional-populismo ( cioè l’istinto di difesa dei penultimi contro gli ultimi ), vota per lo più “a destra” o casomai per il centro-destra e non per la sinistra socialdemocratica e liberale che ormai risulta essere percepita come elitaria, anti-popolare, astratta nelle rivendicazioni e nelle risposte e nelle soluzioni alla crisi globale. Infine da non dimenticare la tematica ecologica che continua ( nonostante le venature rosso-verdi ) a coinvolgere probabilmente le menti più “ illuminate ed attente “ alla crisi della modernità. Che non significa che l’ecologia deve diventare un altro determinismo religioso, ma che “ le ecologie plurali “, quando radicate nel territorio e legate ad una dimensione identitaria più “ alta e forte “ risultano essere gradite e vincenti. Peccato che il tema verde rimane ancora troppo ostaggio della sinistra reazione invece di essere libero di cavalcare in versione post-moderna “ oltre la destra e la sinistra “ (ovvero una dei possibili scenari della “Tentazione Sinistra” ).

Miro Renzaglia –  Il dato più rilevante emerso dai risultati, mi sembra essere la crescita della percentuale di astensione in tutti i paesi dell’Unione (ma quale unione?) europea… Dato che, lo avevo anticipato prima del voto, auspicandolo, trovo estremamente positivo… Un’istituzione come il Parlamento di Strasburgo, stretta e quasi annullata dai governi nazionali sul piano politico e dalla Banca centrale europea, su quello economico, che non è stata fin qui in grado di darsi una carta costituzionale, preludio necessario a qualsiasi stato di effettivo diritto viene sempre meno avvertita come necessaria dal cittadino europeo. Non si tratta, nel mio caso, di euroscetticismo ma, piuttosto, della presa d’atto che l’Europa che verrà, se verrà, non passerà mai per Strasburgo… Che poi scompaiano partiti tradizionalmente internazionalisti e crescano, invece, quelli rappresentanti delle piccole patrie identitarie, se non proprio xenofobe, mi sembra indicazione che conferma una direzione di marcia che va esattamente nel senso opposto a quello in auspicio…

Antonio Serena Ad eccezione della Grecia, dove il Pasok sorpassa i moderati, e del Portogallo, dove i socialisti di Socrates perdono voti a favore della sinistra estrema, è ormai assodata l’avanzata dei partiti “di destra” (nazionalisti, conservatori, estrema destra, xenofobi) e la sconfitta, da Budapest a Berlino a Parigi, dei cosiddetti socialisti, socialdemocratici o laburisti. Si tratta poi di stabilire che cosa si intende per destra. In Italia sono al governo Lega e PDL, ma tutti sanno quali distanze abissali vi siano tra i due schieramenti, specie in politica estera. Analoghe distanze sussistono tra alcuni dei partiti europei vincenti. Il segnale politico che esce da queste elezioni è la paura per la crisi economica in atto e la perdita di identità delle patrie in un Europa asservita agli interessi atlantici.

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2) Quale risultato si legge a livello nazionale?

Gabriele AdinolfiRicalca quello generale ma con un dato essenziale che sembra non si voglia ammettere: il mattatore incontrastato è stato Berlusconi.Le elezioni che hanno visto in campo un governo in carica da un anno – e in un periodo di crisi economica – per la maggioranza sono risultate addirittura trionfali; ce lo dicono le cifre.
La somma di PdL e Lega dà una percentuale di pochissimo inferiore alle scorse politiche. Ma vi andrebbe aggiunto almeno l’1,8% di Lombardo e Fatuzzo (se vogliamo essere così magnanimi da concedere a La Destra uno 0,5 nella sua coalizione, percentuale che nei fatti neanche ha). E la tenuta del voto di protesta trasformatosi in voto di consenso così è assicurata. Cosa inedita in democrazia. Il PdL è il primo partito in tutte le circoscrizioni delle europee.
Lasciamo stare L’Aquila che è troppo particolare perché lì la maggioranza assoluta si sposa con una bassa percentuale di votanti, essendo sfollati i più. Ma nell’abruzzo intero il Pdl doppia il Pd. Il Pdl guadagna poi cinque eurodeputati, oltre un quinto della sua truppa, in un Europarlamento che pure in questa legislatura offriva meno posti disponibili.
Il Pd come alternativa di governo quasi scompare. Nelle amministrative poi Pdl e Lega vanno come un rullo compressore e il centrosinistra si aggrappa a poche isole felici. Ma restiamo alle europee: Berlusconi ha ottenuto qualcosa di più di due milioni e settecentomila preferenze personali (cioé un elettore del Pdl ogni quattro ha sentito il bisogno di scriverne il nome). Per rendersi conto di quello che significa si tenga a mente che il presunto vincitore delle elezioni, Di Pietro, ha collezionato – come partito! – due milioni quattrocentocinquantatremila voti in tutta Italia.
Ovvero solo con le preferenze espresse Berlusconi batte di un quarto di milione di voti l’intera IdV.
Eppure fa lo scontento per aprire le ostilità. Sarà pure megalomane ma non è cretino né male informato, come ha dimostrato costantemente. Sparare alla vigilia un assolutamente impossibile 45% serviva a fornire per tempo – premeditatamente – un paracadute a Franceschini e un pretesto per attaccare Fini, pigro e fellone. Sotto attacco congiunto da Cei, City e Quirinale, Berlusconi aveva visto comporsi lo spettro di un’ipotetica alleanza per un governo di salute nazionale successivo al suo impeachment: Fini, D’Alema, Casini e Di Pietro con la benedizione di Napolitano.
Parato il colpo parte al contrattacco. E Fini raccoglie la sfida cercando di provocare ad arte un conflitto con la Lega.
Ora Berlusconi ha la forza e le condizioni favorevoli per dare una spallata. Ora i proci cercheranno di sparargli nelle gambe. Ne vedremo di gustose e di colorate.

Giorgio Ballario – A livello nazionale l’analisi è un po’ più semplice, anche se si rischia di dire ovvietà. Cioè che il Pd arretra vistosamente ed è il suo progetto politico ad essere messo in forse alla radice e che il Pdl, pur tenendo conto di una campagna canagliesca su Berlusconi (ma è Silvio stesso che tende a personalizzare la politica, quindi…) subisce una botta d’arresto. La novità più importante è la crescita dell’Idv, che erode consensi ma soprattutto vitalità ed energie al Partito Democratico (comincia ad attirare anche intellettuali ex Pd) e che dal tema ossessivo dell’antiberlusconismo annuncia di voler passare ad affrontare argomenti più ampi (lavoro, sicurezza…). La sinistra di area comunista, oltre a frammentarsi in sigle francamente incomprensibili ai più, sembra ormai aver perso il contatto con gran parte del suo vecchio elettorato e non riesce a sfondare fra i nuovi proletari (precari, operai sottopagati). Questi ultimi forse disorientati da tanta attenzione ai temi à la mode come immigrati, omosessualità, testamento biologico… e dallo scarso interesse per gli argomenti di vita quotidiana di gran parte degli italiani: occupazione, delocalizzazione, sicurezza, emergenza abitativa…Ancora una volta è la Lega Nord a fornire più spunti per i politologi. La vittoria di Bossi & C. era annunciata, ma è andata al di là delle aspettative: un eurodeputato eletto nel collegio Centro e voti consistenti non solo in Emilia, ma anche Marche e Toscana, indicano che ormai il Carroccio ha oltrepassato il Po. E anche il Rubicone. La politica di alleanza ma non commistione con il berlusconismo, la scomparsa di An, la posizione chiara sui temi del federalismo fiscale, della globalizzazione, della lotta all’immigrazione clandestina, della sicurezza e dell’euroscetticismo, alla fine hanno pagato. Che poi nelle città del Nord, dove tradizionalmente la Lega ha sempre faticato, le percentuali più alte arrivino proprio dai quartieri meno ricchi e con grande presenza di immigrati meridionali, la dice lunga su un tabù ormai superato.

Francesco Boco –  A livello nazionale si conferma la tendenza vincente della presenza e del radicamento territoriale. La Lega dimostra di essere un partito di grande seguito popolare e la sua importanza in seno alla maggioranza aumenta, a scapito forse di altre componenti. L’IDV avanza e ruba qualche voto al PD e alle sinistre estreme; evidentemente c’è uno zoccolo duro di scontenti e anti- che persevera nella volontà di contrapposizione dura. Le tendenze populiste, di ogni colore, restano vive. Al di là dei singoli dati partitici, comunque, è probabile che gli equilibri all’interno della maggioranza cambino. Forse si andrà verso una linea più marcatamente identitaria, anche se il PDL resta carente di una base militante seria e nel lungo termine questo fattore peserà probabilmente a favore della Lega.

Nando Dicè – La conferma di una dittatura feroce e dolce, che toglie sempre più dignità al meridione e che massacra ogni forma di identità.Il cerchio si chiude come una corda al collo di tutti coloro che non si arrendono al pensiero unico. Le alchimie elettoralistiche hanno fallito e l’affarismo impera. Se non si esce dalle logiche dettate dai nostri nemici e si ragiona in maniera totalmente diversa, non ci saranno possibilità di uscita. La cosa più sorprendente e che le “parti” disegnate dal potere e poste a Destra ed a Sinistra della sceneggiata elettorale hanno recitato tutto come da copione, senza nemmeno una battuta fuori posto. La politica nazionale oggi è una Ventura senza trucco, che fa innamorare Sircana.

Giovanni Di MartinoIn Italia le elezioni europee sono quelle per cui non c’è un voto utile. Siccome non servono a niente, il comunista può mettere a cuor leggero la crocetta sulla falce e martello, senza essere costretto a metterla sull’Ulivo o sul PD per evitare che vinca Berlusconi. E così a destra. Non a caso Forza Italia, il partito non partito, non è mai andato granchè bene alle europee, tranne che a quelle del 1994, ma lì si era in pieno terremoto politico.
La solfa è sempre la stessa: i partitoni perdono un po’ perchè non c’è il voto utile, mentre i partitini guadagnano perchè le simpatie identitarie della gente possono essere espresse senza temere, come Fantozzi, di sbagliare il voto.
Ma in Italia c’è un disegno da ultimare. Quello della creazione del bipartitismo perfetto, con due partiti simili in che si alternino al potere, d’accordo sui grossi temi e pronti a litigare sulle piccolezze. L’attuazione di tale disegno implica che vengano eliminati i partitini. Molto è stato già fatto alle politiche del 2008, ma alle europee del 2009 è stato assestato un colpo decisivo: tutti dentro i due calderoni PD e PDL, con spazio solo per due estremità una a destra, la Lega Nord, e una a sinistra (sic) l’Italia dei Valori. Si tratta però di estremità perfettamente addomesticate e che non sfuggiranno di mano (la prima alleata di Berlusconi, la seconda del PD. Entrambe demagogiche e populiste fino al vomito, ma nel contempo capaci di presentarsi all’elettorato estremista molto meglio di Forza Nuova o di Rifondazione (non senza una buona mano dei media). E il gioco è compiuto. Queste sono le elezioni in cui è stata ribadita definitivamente la messa fuori gioco dei partiti di destra e di sinistra. Questa era già stata attuata un anno fa, ma c’era bisogno di una conferma, ed è arrivata. La dittatura di centro ha rivinto e stravinto. Io non vado mai a votare (perchè non mi sento rappresentato dalle forze politiche che si candidano, e poi perchè non sono così democratico e non vedo perchè il mio voto debba contare come quello degli altri), però sono dispiaciuto per l’eliminazione di Rifondazione Comunista. Non certo per ragioni identitarie, ma perchè col mancato raggiungimento del quorum (e dei soldi), rischia di andarsene l’ultimo partito con all’interno (oltre al consueto clientelarismo corrotto e all’impreparazione cronica) alcune spinte innovatrici interessanti (quali ad esempio il progetto del “Partito Sociale”).

Alessandro Grandi – Anche in Italia è evidente il fallimento della sinistra tradizionale. Sopravvive solo grazie alla forza di qualche sindaco, di qualche presidente regionale, ma non esiste alcun progetto politico, alcuna idea. Non a caso si parla di amministratori e non di politici: condominio Italia. Così ha spazio l’Idv di Di Pietro che non ha un progetto ma vive solo di anti berlusconismo. Quando uscirà di scena il cavaliere, sparirà anche l’Idv. L’Udc, invece, non ha progetti politici ma ha per lo meno l’idea di approfittare delle esigenze altrui. E’ sul mercato, promta a vendersi al miglior offerente. Sul centro destra il Pdl paga l’assenza di un progetto condiviso e appare in attesa del dopo Berlusconi. Per il momento è a destra? al centro? dove? Non si sa. Si procede in ordine sparso, contando sul traino del cavaliere. Senza un’idea forte, senza una meta precisa che non sia l’occupazione di posti di potere. E qualcuno è pronto anche a cedere il potere politico in cambio di consulenze alla propria moglie affidate dal centro sinistra. Così, come il Pd lascia spazio all’Idv, il Pdl lascia spazio alla Lega. Che ha obiettivi chiari e la voglia di raggiungerli. E che sfonda ben oltre il Po, occupando tutto lo spazio a Nord della Linea Gotica e cominciando a penetrare anche al di sotto. Il primo eurodeputato leghista eletto al Centro è un segnale preciso. Anche per la Lega, tuttavia, vale il discorso degli altri partiti italiani: qual è la linea politica? Non basta condividere la lotta all’immigrazione clandestina per avere una linea politica comune. Tra un Borghezio che appare molto in sintonia con Fiore (Forza Nuova) e altri leghisti in arrivo dalla Dc le differenze sono abissali.

Mario Grossi – Prevale e viene premiata la caratterizzazione macchiettistica. Prende piede sempre di più una politica dell’urlo, dello spot violento, televisivo, viscerale. Chi assume con più convinzione i panni e la maschera della commedia dell’arte prevale.L’affermazione di Di Pietro nello schieramento sinistro e della Lega in quello destro lo testimonia. Si parla di vittoria dei leghismi. E che ci siano delle affinità non può essere negato. Entrambi tendono ad estremizzare il loro messaggio politico. Entrambi ricorrono all’iperbole verbale per meglio far passare i loro slogan. Entrambi sono geograficamente radicati (la Lega in un territorio fisico: il suolo padano, Di Pietro in un territorio metafisico: il suolo moralistico dei “valori”). Entrambi hanno stilizzato grossolanamente l’avversario. Entrambi ricorrono all’espediente retorico di accentuare i caratteri dialettali per farsi riconoscere meglio. Entrambi vellicano le pance dei loro elettori con truci parole (Di Pietro con il Berlusconi criminale, la Lega con gli “islamici di merda” di Borghezio). Entrambi utilizzano richiami animali per stuzzicare le loro schiere (Bossi con le canottiere, Di Pietro con il trattore). Per quanto riguarda il PD, il pallore del suo leader e l’evanescenza dei suoi programmi lo fanno perdere in modo assai più decisivo di quel che si vorrebbe fare credere. Anche quando il PdL mostra qualche difficoltà e perde (almeno nelle Europee) un po’ di consenso il PD perde molto di più ed arretra ulteriormente. Nelle provinciali e nelle comunali poi, terreno fertile del pregiudizio favorevole “Il centro sinistra vince a livello locale perché sa amministrare”, si verifica una vera e propria frana . Il segnale che ne traggo è che in queste condizioni, se non ci saranno modifiche di questo panorama la permanenza al governo del centro-destra continuerà almeno fino a quando, per raggiunti limiti d’età Berlusconi non si ritiri (ma data la sua dichiarata immortalità questo potrebbe non avvenire mai)

Francesco Mancinelli – Le giulive “oche aennine “ stanno segnando miseramente il passo , con la loro classe dirigente di accattoni, professionisti e falliti della politica dentro l’ apparato, e per lo più parassiti; e il prode Dux-Berlusca se ne è accorto e come, e sembra disturbato più dalle questioni e dalle beghe interne di questi cialtroni, che dall’opposizione del Pd e del populista di sinistra Di Pietro . D’altra parte di Pietro è diventato quello che il MSI era negli anni 80’ , il contenitore demagogico dei voti di esercito, carabinieri, finanza, parastatali delusi , magistrati invidiosi; sarebbe per lui più opportuno cercare una soluzione credibile al problema sociale (alternativa al Pd) , e utilizzare il proprio tempo per la costruzione di una classe dirigente diversa e senza vivere esorcizzando continuamente la figura del demone berlusconiano. Finchè il demone paga va bene … ma un giorno la pacchia potrebbe finire. La Lega Nord vera forza del nazional-populismo localista , concreta e spregiudicata nell’azione di governo, sta erodendo lentamente voti a sinistra ed a destra e si prepara al rilancio. Ne faranno le spese “i professionisti della politica”, cioè quelli che non hanno mai lavorato in vita loro … E questo è un bene.
• Infine da notare l’imbecillità congenita della sinistra terminale che avrebbe portato ben 5 deputati al parlamento di Strasburgo, se solo avesse avuto ricercato più strategia e meno visibilità tattica sui distinguo . Quanto ci rassomigliano questi compagni quando si auto-castrano…

Miro Renzaglia –   Sul piano nazionale riprende respiro, nonostante il forte calo del Pd, l’area di opposizione all’attuale formazione governativa… Ma, per il momento, è solo una questione di numeri, perché in realtà il ventaglio di partiti che va da Rifondazione comunista all’Udc hanno ben poco in comune se non un del tutto nominalistico antiberlusconismo… Che con quest’unico minimo comune denominatore possano ridare vita a quell’inciucio di dodici- partiti-dodici quale fu l’ultimo governo Prodi, può stare nella logica di una mera spartizione di potere… Spartizione i cui esiti sarebbero, come già lo sono stati, del tutto nefasti. Una politica che voglia dirsi di proposizione alternativa deve necessariamente passare, al di là dei numeri, per una riformulazione delle istanze sociali ed economiche, dei linguaggi, delle identità.

Antonio Serena – In Italia il PDL perde qualche voto a favore della Lega. Lega che vince soprattutto per aver raccattato voti al centro- sud. Adesso è pure scattato un seggio leghista nel collegio centrale, quello di “Roma ladrona”. La Lega si sta, come andiamo dicendo da tempo, “italianizzando”, approfittando degli spazi lasciati liberi dalla politica personalistica di Gianfranco Fini. E’ stato recuperato il tricolore dal cesso di Bossi e molte liste targate Lega, ad esempio nel Veneto, sono state contrassegnate da evidenti fasce tricolori. La gente vota ancora Lega per paura dell’immigrato, del diverso, dimenticando che costui arriva da noi in conseguenza della politica Usa nei suoi paesi, specie in medio oriente, trovando qui la benevola accoglienza usuraia di un mercato italiano in difficoltà.

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3) Quale risultato vale  per gli spezzoni della cosiddetta destra radicale italiana (la Destra, FT, FN…)?

Gabriele AdinolfiStorace & co falliscono senza riserve perché si ponevano come veteroalternative al berlusconismo. La Fiamma Tricolore che conserva i suoi fedelissimi e Forza Nuova che aumenta addirittura il suo bacino elettorale, se da un lato confermano l’assoluta mancanza di un progetto politico compiuto e di un loro destino, dall’altra rivelano che niente è stato annullato o livellato. Il voto, insignificante ma non nullo, lo hanno raccolto perchè impolitico, mentre la Destra che provava a politicizzarlo ha preso solo un pugno di mosche. Possono FT e FN essere contente? In un gioco di ruolo o di società potrebbero, ma in politica no. Meglio fa, anche stavolta, Casa Pound, che capitalizza la scelta di non schierarsi nel nulla elettorale, garantendo però al contempo – e qui c’è la novità di portata rivoluzionaria – le indipendenze dei nuclei locali che si articolano nei vari casi in alleanze con le destre terminali, con quelle governative e con le liste civiche. Del resto anche dai risultati dei fiammisti e dei forzanovisti risulta che il radicamento ha pagato soprattutto quando ha rotto gli schemi preconcetti. Lo studio dei singoli score, con risultati lusinghieri in certi casi e devastanti in altri pur all’interno del medesimo contenitore, attesta che il populismo ha prevalso sull’ideologismo e il movimentismo sull’integralismo. Ci sono tutti gli ingredienti per varare una politica nuova in uno scenario nuovo. Avanti a chi ne ha la volontà si apre un’autostrada. A chi, invece, vive di frasi fatte, di chiusre mentali, di preconcetti, di routine e di fascinazioni partitiche consiglio vivamente di cambiare hobby. (Un’analisi completa la potete leggere su Noreporter).

Giorgio Ballario – Spiace dirlo, ma per quest’area politica l’unico segnale che arriva dalle elezioni europee e amministrative è un rintocco funebre, in linea con l’analisi che da tempo va facendo Gabriele Adinolfi sulla cosiddetta “destra terminale”. Credo che nessuno avrebbe scommesso dieci centesimi sulla possibilità che uno dei tre spezzoni ce la facesse a superare lo sbarramento del 4% e ad andare a Bruxelles, ma non era neppure prevedibile un risultato così deludente. In particolare per La Destra, che alle Politiche del 2008 aveva comunque dato segni di vitalità. Commentando i risultati dell’estrema sinistra, un dirigente sindacale della Fiom ha osservato che non basta più esibire falce e martello per conquistare i voti degli operai. Ecco, potremmo dire che pure dall’altra parte non basta più mettere sulla scheda elettorale fiamme e tricolori. Ci vorrebbero anche idee, programmi, dirigenti politici credibili. Magari un pizzico di fantasia e creatività politica, che invece nella “destra terminale” sono scomparse da tempo. Dispiace assistere a un tale declino, ma la sconfitta elettorale del 6-7 giugno non è che il segno tangibile di una sconfitta politica che appare irreversibile.

Francesco Boco – Il segnale per la destra radicale italiana sembra più che esplicito: staccare la spina. Il grosso dei voti che poteva andare a questi partiti è andato alla maggioranza o è finito nel bacino dell’astensionismo, e la sfiducia per programmi e leader appare palese, tanto più che nel resto d’Europa il trend è del tutto inverso. Per come stanno le cose, neppure messi assieme i tre partitelli avrebbero raggiunto la soglia di sbarramento. Ora quello che importa è smettere la politica dell’estenuazione, prendersi del tempo per formare i giovani e meno giovani, riflettere e osservare con occhio vigile l’evolvere della situazione. Resta da chiedersi se sarebbe utile un nuovo partito unitario e innovativo, ma probabilmente quello che manca, in fondo, sono gli uomini, le idee e la volontà. Molto più intelligente e progettuale appare la tattica di quegli appartenenti a Casa Pound Italia che hanno scelto di correre per il PdL.

Nando Dicè – E’ una “parte” della politica italiana sempre più accondiscendente ai disegni dei suoi nemici. Tutti chi più chi meno hanno avuto rapporti con Berlusconi, da lui sono stati usati e da lui sono stati scaricati. Si conferma una fase decadente delle vecchie ideologie (specularmente vale anche per le sinistre radicali), che pensano più alla sopravvivenza in apnea delle nomenclature che alle prospettive.Una frase come “Vivi come se dovessi morire domani e pensa come se non dovessi morire mai” pronunciata da Qualcuno ha un senso, detta da Moana Pozzi (rilasciò questa dichiarazione a Panorama) ha un altro senso.

Giovanni Di Martino La mia tesi generale è sempre la stessa. A destra del MSI e a sinistra del PCI si sono create nel tempo delle sacche extraparlamentari più o meno in malafede, pronte a raccogliere e organizzare gli scontenti dei consueti spostamenti al centro dei due partiti, e, dopo un po’, a riportarli dentro con la scusa dell’entrismo, dell’ombrello del partito, dei soldi e della possibilità e così via. È ovviamente una tesi generale, non faccio di tutta l’erba un fascio. In Ordine Nuovo, Terza Posizione, Lotta Continua, Servire il popolo e in tanti altri movimenti ci sono stati sicuramente un sacco di militanti puri e in buona fede. Non me ne vogliano costoro, che sono la parte bella della politica. Ma i fatti parlano chiaro…il riassorbimento, esplicito o implicito, collettivo o individuale, c’è stato.
Fatta questa premessa, Forza Nuova e Fiamma Tricolore erano e sono un po’ al capolinea…non sono stati in grado di sfruttare l’onda lunga di Fini in Israele del 2003-2005, hanno ceduto alla tentazione di farsi rappresentare dalla Mussolini, hanno sbagliato modi e tempi degli accordi elettorali (questa è una costante senza eccezioni dell’estrema destra italiana), ed ora avevano un eurodeputato a testa, e dunque si sono presentati, ma penso che non ci credessero molto, dato lo sbarramento così alto. Diverso il discorso per La Destra, la quale nasce per l’esigenza che ho spiegato prima di non disperdere gli scontenti con l’entrata di AN nel PDL (quindi dietro c’è Berlusconi, come dimostrato dal fatto che nel 2008 hanno candidato la Santanchè, assolutamente avulsa, oltre che dalla politica, dal retaggio missino di cui La Destra si dice erede). Ma siccome Berlusconi stravince, non c’è più tanto bisogno di questa appendice (anche perchè l’elettorato di riferimento se l’è preso la Lega Nord). Quindi penso che La Destra abbia fatto questo discorso: ci presentiamo alle elezioni europee, poi se va bene, duriamo qualche anno prima di entrare nel PDL, mentre se va male ci entriamo subito o quasi con minore potere contrattuale. L’estrema destra era comunque al capolinea, nessuno escluso, e la deriva pidiellista era inevitabile. Confermo i complimenti che feci per scritto ad Adinolfi quando utilizzò l’espressione di “destra terminale”, perchè era ed è azzeccatissima.

Alessandro Grandi – Adinolfi l’ha definita Destra Terminale. Impietoso ma profetico. E’ mancata la capacità di comunicare? No, è mancato tutto. Progetti, credibilità, rapporto con la gente, programmi . E quando i programmi c’erano, non si è stati capaci di farli conoscere. Manca la competenza, si procede in modo vecchio, superato. Le tv locali ormai costano poco, i soldi sprecati nelle campagne elettorali disastrose potrebbero essere utilizzati proficuamente per dotarsi di mezzi di comunicazione. Ma forse il problema non è il contenitore ma il contenuto da riversa in questi spazi. Le interviste rilasciate negli spazi concessi per l’informazione elettorale sono state assolutamente deprimenti. Tristi, sconfitti prima di cominciare, piagnucolosi, rancorosi. Incapaci di guardare fuori dalla cinta daziaria, refrattari ad ogni consiglio. Eppure basterebbe gettare l’occhio oltre il confine per vedere come, con gli stessi mezzi, si possano ottenere risultati soddisfacenti in Austria o in Grecia, in Finlandia o in Gran Bretagna. Ma serve un po’ di umiltà. Rara come il senso del popolo a sinistra.

Mario Grossi – Il segnale per me più significativo è che, mentre in altri paesi europei i problemi legati al fenomeno migratorio, quello della sovranità nazionale, la critica ad un Europa dei banchieri e non dei popoli sia a totale appannaggio dei movimenti della destra nazionalista, in Italia questi temi che sono tra i pilastri dei gruppi di destra radicali nostrani sono anche utilizzati (in modo assai più efficace e radicato) dalla Lega, che da anni ne ha fatto i suoi cavalli di battaglia. Così la Lega si trova da un lato a governare ed ha ampia visibilità, dall’altra può condurre un vigoroso “porta a porta” visto il suo radicamento in tutto il Nord.  Se poi ci aggiungiamo che i gruppi di destra radicale si presentano con un “look” che ha scarsa presa nella liquidità del Nord, mentre la Lega è svincolata da questo, ho paura che l’esperienza residuale di questi gruppi sia condannata ad una sempre maggiore marginalità. In questa politica non vedo spazio. Forse orientandosi più fortemente verso il territorio e verso esperienze dirette e concrete sul territorio si potrebbe avere un’incidenza (sempre locale e puntiforme ma carica di prospettive) che potrebbe aprire nuovi spazi e panorami (il riferimento a CP mi viene naturale). Ma bisogna esserne capaci, a partire da come si comunicano le proprie iniziative.

Francesco Mancinelli – La destra radicale è un perimetro meta politico molto ampio ed indefinito che non andrebbe mai confuso concettualmente con la politica militante, e con le frange più estreme della cosiddetta deriva nazional-populista . Proprio perché, per quanto ci sia da sempre interazione e contatto , dire che la Fiamma Tricolore è di Destra Radicale o che lo sia Storace con “La Destra” risulta essere azzardato e soprattutto non corretto. FN è sicuramente la forza più posizionata sulle tematiche di Destra Radicale ( nella sua componente confessionale-politica e sulle tematiche di politica internazionale ) è la vera dimensione speculare alle forze nazional-populiste ungheresi, austriache, polacche, bulgare che sono entrate di prepotenza a Strasburgo. In Italia quello spazio è però occupato a Nord dalla Lega, e al centro-sud da alcune frange indistinte e mimetizzate dentro lo stesso Pdl oltreché dalla Fiamma e dal La Destra. Inoltre partecipare alle elezioni europee divisi in tre tronconi, ed in una competizione elettorale con un tetto del 4% è una pratica suicida. Quindi il nazional-populismo (non localista) italiota, sembra essere ancora una volta ben pagato da Berlusconi per non creare ulteriori problemi alla Sua destra. La Tradizione Nazionale e sociale italiana non può e non deve essere tuttavia nazional-populista o (perlomeno non solo appiattita sulle tematiche nazional-populiste); ma per essere veramente “radicale“ deve tornare ad essere avanguardia nazional-rivoluzionaria, cercando anche di andare oltre il ghetto di posizionamento già predisposto dalla globalizzazioni nello scontro tra gli ultimi ed i penultimi. Si è Avanguardia (come ci ricordano I proscritti di E. Von Salomon) aggredendo ferocemente e senza pietà “i primi” (cioè i responsabili della devastazione sociale) e magari strappando a qualcuno, in modo “ poco democratico”, il bastone del comando.

Miro Renzaglia –  La destra terminale, già radicale, è finalmente terminata… Con tutto il rispetto per le militanze di base dei piccoli partiti ultra-identitari di quella che definisco “nebulosa nera”, credo che sia un dato positivo… Queste energie dovrebbero sentirsi finalmente libere di rimettersi in circolazione e ripensare forme nuove di aggregazione, attivismo e, anche qui: di linguaggio e obiettivi. Fuori, finalmente, da quei rigidi contenitori di slogan e parole d’ordine del tutto alienati dalla realtà nei quali si erano ed erano compresse…

Antonio Serena – I risultati ottenuti dalla destra radicale in Italia sono noti: 0.79 Fiamma Tricolore, 0.47 Forza Nuova, 2.22 Destra alleata a Mpa e centro. Finché questi schieramenti, o meglio le poche persone che li rappresentano, correranno per il finanziamento elettorale, i risultati continueranno ad esser questi. Assieme, avrebbero potuto quantomeno sperare in un ingresso in Parlamento, ma forse è meglio così. Evidentemente sono più interessati ai rimborsi. Vista la situazione, una loro estinzione sarebbe preferibile. In ogni caso la rinascita del cd. radicalismo di destra non può che passare attraverso un patto sociale con gli elementi più illuminati della cd. sinistra. Insomma, vanno rimescolate le carte e trovato un minimo comun denominatore. E, soprattutto, storia e politica vanno assegnati alle rispettive caselle, trovando finalmente la forza e il coraggio di “uscire dal Novecento”.

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