Europa. All’ombra dei cipressi e dentro l’urne…

miro renzaglia

A parte la eventuale valutazione interna all’Italia che i risultati forniranno ai contendenti, Pdl e Pd in prima fila, credo che l’interesse del cittadino di tutti gli stati europei per la prossima turnazione elettorale sia basso, molto basso… Pochi sono in grado di cogliere il portato politico dell’assise strasburghese. E non è colpa di miopia o distrazione degli osservatori: il fatto è che la struttura è ai limiti dell’autoreferenzialità, schiacciata dagli stati nazionali, sul piano politico e dai dettati della Bce, completamente autonoma sul fare decisione in materia economica, dall’altro. Incapace perfino di darsi una carta costituzionale, più volte bocciata con veti incrociati, preludio necessario a una qualsivoglia creazione di forma effettivamente supernazionale. La capacità del parlamento europeo d’incidere, non dico nella storia ma almeno della cronaca continentale, risulta essere prossima allo zero. Da qui quello scollamento, puntualmente registrato ogni volta, dell’affezione elettorale all’occasione che si riproporrà fra pochi giorni rispetto ad altri appuntamenti democratici che, quanto meno, toccano più da vicino la sensibilità politica dell’elettore.

Abbiamo proposto, e sono ancora in lettura, qui su Il Fondo, le dichiarazioni sull’ “Europa che vorrei” di Gabriele Adinolfi e Luca Leonello Rimbotti. Puntuali e precisi nel sottolineare, il primo, l’inconsistenza dell’attuale disegno politico e, il secondo, a richiamare nella memoria collettiva quello che l’Europa dovrebbe e potrebbe essere se solo sapesse riscoprire significati e significanti della sua identità sorgiva, non credo sia molto necessario che io ne ripeta il messaggio. Resterebbe solo da auspicare che la disaffezione di cui più sopra si diceva per questa vicenda di schede, sbarramenti e proporzioni assembleari, abbia un esito totalmente negativo. Ovvero: che la diserzione alle urne raggiungesse un quorum talmente elevato da inibire la convocazione della prossima legislatura. Sarebbe il segnale chiaro del fallimento di un’istituzione che ha il solo scopo di fingere una coesione o un tentativo di coesione che, al momento, si registra solo sui termini di quella moneta, l’euro, che abbiamo pagato e stiamo pagando ad usura…

Ma che il mio auspicio di aborto elettorale abbia o non abbia esito, i nodi verranno comunque al pettine quando, per esempio, la crisi economico planetaria del sistema capitalista dimostrerà, come sta già dimostrando, che le piccole patrie europee saranno le prime a pagare l’assenza di un comune piano di pronto intervento. Non sembrerà un caso che segnali di ripresa e rilancio economico vengano, oggi, da paesi sub-continentali come la Cina, il Brasile, l’India, che vantano un’agilità di scelta politica ed economica unitarie, a differenza di quanto avviene in quel regime di permanente conflittualità trans-nazionale che da secoli affligge il Vecchio continente… Ed è noto che decadenza e fine di una civiltà arrivano sempre quando vengono sopraffatte dal debito pubblico e dalla decrescita economica. L’occidente (già) evoluto vi è vicino. L’Europa, di più…

cecchini

P.S. Mentre scrivo, ascolto non so su quale stazione radio, la carrellata di dichiarazioni ed esortazioni al voto dei candidati. Sarà almeno un’ora che sono sintonizzato: non ho sentito una proposta, un’idea, un progetto sul che fare dopo aver messo le natiche sull’ambito seggio. Dubito persino che sappiano quali sono le effettive competenze del deputato europeo. Tutti, e spesso non so distinguere i candidati di una schiera da quelli dell’altra, partecipano all’unica gara che gli compete: quella del noi (io) siamo (sono) meglio di loro (lui). Perché? Perché, sì… Pura tautologia autoreferenziale. L’unico che mi sembra meritevole di essere votato è Graziano Cecchini che, nel corso di un’intervista, a chi gli chiedeva perché si fosse candidato e perché proprio con La Destra, in associazione con il siciliano Movimento per l’Autonomia, ha avuto la sincerità di dichiarare: «Questi agglomerati elettorali sono come degli autobus, uno ci deve salire su sperando di essere eletto per poi fare quello che gli pare».  Non so se tanto basterà a farmi guarire dalla mia allergia da rito elettorale. Ma se qualcuno non soffre della stessa patologia, ci faccia un pensierino… Chissà che a quell’aula grigia (e sorda) non giovi colorarsi di un bel RossoTrevi…

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