Coco avant Chanel

Francesco Boco

L’assenza di anniversari di qualsiasi genere induce a pensare che l’attenzione degli ultimi tempi per il personaggio di Gabrielle “Coco” Chanel sia un qualcosa di serio e non soltanto un fenomeno passeggero.  In questi giorni nelle sale cinematografiche italiane esce il nuovo film della francese Anne Fontaine intitolato “Coco avant Chanel”, che racconta le vicende della giovane Chanel prima che desse il suo nome a un marchio conosciuto in tutto il mondo.

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(Anne Fontaine, Coco avant Chanel, 2009)

Nata nel 1883 in un’umile famiglia di campagna, venne poi affidata dal padre a un orfanotrofio di suore a causa di problemi economici: la narrazione filmica prende avvio da qui. Cresciuta infelice e con una sola amica del cuore al suo fianco, Coco impara a cucire negli anni del convitto e nella scena seguente, qualche anno dopo, la vediamo duettare in un affollato locale francese frequentato da prostitute, ricchi dongiovanni e semplici manovali. Qui farà la conoscenza di un uomo che le cambierà la vita, tale Balsan, un aristocratico libertino e dissoluto che tenterà più volte di avvicinarla. Un po’ per necessità e un po’ per interesse, Coco finirà a vivere nella reggia del ricco scapolo e qui la storia, come lo stile di ripresa, prende un nuovo corso.

coco_fondo-magazineL’ambientazione si svolge fra suggestivi scenari naturali, tramonti fiammeggianti, fastose dimore aristocratiche, mete turistiche alla moda, lussuosi alberghi, ricevimenti esclusivi e feste goliardiche. All’inizio la giovane sarta Coco è intimidita di fronte a questo mondo estraneo, ma col tempo si troverà sempre più a suo agio e riuscirà a farsi notare per la sua originalità e il suo estro creativo nei lavori di sartoria che le vengono commissionati. Il carattere chiuso e riflessivo della Chanel emerge per gran parte del film, ma lampi di gioia e luce faranno qui e là la loro salutare comparsa, in momenti particolarmente felici della sua vita. Sarà il tragico amore per un ricco imprenditore inglese a segnare tristemente la sua esistenza, spingendola a vivere per sempre da sola.

Il racconto tratta solo parzialmente dei successi lavorativi della futura stilista, concentrandosi piuttosto sulla sua personalità e sui passaggi della sua giovinezza che ne segnarono il cammino. La messa in scena è sobria, controllata e pudica; gli incontri sessuali e le scene d’amore sono raccontate in modo particolarmente castigato e sono soprattutto i suoi partner ad esibire qualche nudità.

La protagonista Audrey Tautou comunica con straordinaria efficacia i pensieri e le sensazioni di Coco attraverso uno sguardo sempre profondo ed espressivo, ben evidenziato dalla telecamera, che lascia ampio spazio ai giochi di sguardi e ai dettagli visivi. È precisamente nella vista, infatti, che si concentra la vorace creatività di Chanel. Calata in un mondo sfarzoso e molto attento all’apparire, metterà a frutto il suo talento nel creare abiti riuscendo nell’intento di creare vestiti originali e stupefacenti. L’osservazione del vestiario altrui la preparerà infatti alla realizzazione del suo celebre stile sobrio, minimale e molto personale.

Il film non lo racconta, ma bisogna ricordare che nel 1913 apre la prima bottega e nel 1915 il suo primo salone, iniziando la sua vera scalata al successo. La fama di Gabrielle cresce rapidamente, grazie al suo stile che esalta una donna dinamica e priva di etichette, e culmina con l’apertura di un negozio a Parigi. Per Chanel gli anni venti saranno anni vivaci e avanguardisti, in cui le sue intuizioni provocatorie troveranno terreno fertile nell’alta società. Una scena del lungometraggio rende bene l’idea: a un ballo con l’uomo che ama, la telecamera mette in risalto la figura di Chanel, vestita in un lungo abito nero, di contro a tutte le altre donne della sala, vestite di bianco. Saranno queste intuizioni a fare di Chanel un marchio sinonimo di stile.

Lo spirito anticonformista e precursore di Coco emerge lungo tutto il film, e anche la sua storia personale è costellata di trovate geniali, che oggi troviamo ripetute in ogni vetrina di negozio. Fu Chanel la prima a disegnare e a indossare dei pantaloni da donna, mischiando la mascolinità con la femminilità; fu sempre lei a creare la bigiotteria, introducendo la moda di indossare gioielli molto vistosi su abiti dalle linee semplici.

Durante la Seconda guerra mondiale, stanca delle proteste dei suoi dipendenti, si sposterà nella Francia di Vichy, da cui riemerse solo negli anni ’50, ritornando dopo anni di crisi per la sua industria stilistica. Il ritorno fu ovviamente col botto anche se inizialmente le sue creazioni vennero duramente criticate. Continuò imperterrita a ispirarsi allo stile degli anni venti, minimale, semplice ed essenziale, prediligendo colori come il nero e il bianco, ma anche grigio, beige e blu scuro; dalla voglia di unire modernità e raffinatezza nacquero i tailleur.

La storia di Gabrielle Chanel, che nel film si ferma a una sua celebre e fortunatissima sfilata, è la vicenda di una donna che si è fatta da sola. È la storia di una personalità geniale e innovativa che ha segnato con la sua eleganza e il suo stile il modo di vestire degli anni a venire. Ciò che riuscì più di tutto a Coco fu di creare non una semplice moda, ma uno stile ben preciso e definito. Come ebbe a dire: «la moda passa, lo stile resta», e a conferma delle sue intuizioni sono i successi venuti negli anni ’70 e il riconoscimento che ancor oggi le tributa il cinema mondiale.

Dopo la fiction televisiva di Christian Duguay e dopo questo bel film della Fontaine, nei prossimi mesi è annunciata l’uscita nelle sale di “Coco Chanel & Igor Stravinsky”, film che narra del breve amore tra la stilista e il celebre musicista. Insomma, nel fashion design come sul grande schermo, lo stile è un segno che dura nel tempo.

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