Angelo Branduardi. Futuro antico a Roma

Federico Zamboni

Sa quanta bellezza c’è nella musica, e quanta ce ne lasciamo sfuggire solo perché è racchiusa in un repertorio che abbiamo scordato fino a rimuoverlo, lasciando che sprofondasse nell’oblio come i volumi del Cimitero dei Libri Dimenticati di Carlos Ruiz Zafón. Lo sa e muore dalla voglia di farcelo scoprire. Anche se la distanza da colmare è cospicua, e il guado può risultare disagevole, soprattutto all’inizio, non smette di incitarci. Avendo attraversato il fiume già da molto tempo, e avendovi trovato una vegetazione assai più ricca e più varia, vorrebbe con tutto il cuore che anche noi facessimo altrettanto. Suvvia: ci sarà pure da bagnarsi (e l’acqua sembra parecchio fredda, prima che ci si abitui) ma vale la pena. Ci sarà da fare attenzione a certi sassi scivolosi sul fondo, ma il trucco per uscirne sani e salvi è elementare: basta non pretendere di camminare svelti svelti, e un po’ frenetici, come facciamo di solito. Un passettino alla volta, permettendo ai piedi di saggiare le superfici abbastanza a lungo da padroneggiare i punti di appoggio, e il gioco è fatto. Ma no che non si affonda. Ma figuratevi se vi dicevo di venire anche voi, se c’era il rischio di annegare.

«La musica – dice Angelo Branduardi durante il bellissimo concerto che ha tenuto mercoledì scorso a Roma, nello splendido scenario di piazza San Giovanni (la basilica a destra della platea e un po’ più indietro, che se vuoi vederla devi girare la testa, ma per avvertirne la presenza, e forse il senso di protezione, basta sapere che c’è) – è la più astratta delle arti, e proprio per questo è la più vicina a Dio». Ma è il benvenuto a una festa, non una “lectio magistralis”. Le frasi inanellano concetti impegnativi, però lo fanno con la serenità, e la benevolenza, di un invito a mettersi a proprio agio, in attesa di quel che seguirà. La sobrietà dello studioso pondera attentamente ogni parola. L’entusiasmo dell’appassionato la fa vibrare di una partecipazione assoluta. Il giovane menestrello – come è stato definito chissà quante volte, da quando a metà degli anni Settanta si fece conoscere attraverso album come La luna, Alla fiera dell’Est e Cogli la prima mela, con la tipica tendenza dei media a utilizzare i luoghi comuni e a ripeterli all’infinito, come se avessero appena scovato l’immagine ideale, la sintesi par excellence – è diventato un uomo maturo che non ha mai smesso di affinarsi. Che ha camminato e camminato e camminato sul suo percorso di crescita, quello che va dall’attrazione istintiva all’amore consapevole, senza mai stancarsi. E che ormai sa benissimo, poiché ne fa esperienza diretta e continua, che la comprensione intellettuale e i fremiti emotivi possono coesistere perfettamente. Alla fine di un iter, beninteso. All’atto del ricongiungimento, tutt’altro che ovvio e a portata di mano, tra l’innocenza delle emozioni e la sagacia dei ragionamenti. Tra la spontaneità del bambino che gioca per puro divertimento e l’accortezza dell’adulto che si applica in vista di uno scopo.

httpv://www.youtube.com/watch?v=nRFRtpdqqGU
(Angelo Branduardi, Si può fare,1992)

«Credo che sia opportuno segnalare – affermava più di dieci anni fa in una lunga intervista a Rosario Pantaleo, pubblicata nel 1998 sulla (benemerita e semi sconosciuto) rivista L’isola che non c’era – che tutta la musica popolare e folclorica è, molto spesso, brutta. È inutile “menarcela”: la famosa canzone popolare Bella donna lumbarda fa schifo. Possiamo anche dire che è una canzone nata dall’ispirazione popolare e tutto quanto vogliamo, però è giusto anche dire che la genuina ispirazione popolare è finita con l’alfabetizzazione. È finita nel momento in cui, nel tardo Rinascimento, c’è stato l’avvento della tecnicizzazione della musica, con conseguente appropriazione dei suoi modi. Nel momento in cui si è stati in grado di distinguere un “do maggiore” da una sedia, l’ispirazione popolare è scemata sempre di più limitandosi, molto spesso, all’imitazione della musica colta (imitata male, però!). Su questo tema ci sono però due eccezioni molto evidenti da sottolineare: la prima è la musica irlandese e la seconda è la musica napoletana che sono, per motivi assolutamente inspiegabili, esempi di repertorio musicale di straordinario livello. E questo non solo per motivi storici, sociologici e quant’altro, ma solo perché sono due stili musicali belli e basta».

Insomma: la modernità ci ha diseducati. Abbiamo perso l’immediatezza viscerale di chi si affida a ciò che sente (senza nemmeno elaborarlo in termini così concettuali, peraltro) in nome di una promessa, quanto mai illusoria, di controllo e di efficienza. L’arte si è ridotta a tecnica. Il popolo si è ridotto a pubblico. Tanti autori di canzoni, per restare nell’ambito della musica, si mettono a comporre per puro obbligo lavorativo, sfornando – vedi Sanremo – brani che con ogni probabilità non piacciono davvero neanche a loro. Nel deserto della mancanza di una vera ispirazione, cui nessuna conoscenza teorica può porre rimedio, cuciono i cascami delle mode del momento (o di quella “moda permanente” che è l’immaginario di massa, magazzino e discarica delle fascinazioni pregresse) e sperano che almeno qualcuno abbocchi, preferendo la familiarità di questo patchwork di infimo livello al disorientamento provocato da colori e disegni e tessuti che non ha mai visto e che, mannaggia, lo sfidano a giudicare di testa propria, invece di inchinarsi ai dettami del gusto corrente.

httpv://www.youtube.com/watch?v=4QOoSIKMNDY
(Angelo Branduardi, “Futuro Antico”, Viva Sempre)

Peccato. Perché poi, come si è vesto benissimo anche nel concerto di mercoledì scorso, le possibilità di cambiare atteggiamento ci sono eccome. Tutta la prima parte è stata dedicata a musiche del passato remoto, che Branduardi va recuperando dal 1996, anno di inizio di quella serie “Futuro Antico” di cui è in uscita il sesto episodio: non adattamenti in chiave pop, come venne fatto a suo tempo con Mozart e Vivaldi e Albinoni; esecuzioni rigorose e all’insegna della correttezza filologica, con strumenti perduti come la ghironda o la tiorba.

E il pubblico? Il pubblico, che senza neppure saperlo non vede l’ora di ritornare a essere popolo, si è immerso in questa bellezza di cui ignorava l’esistenza. Come un cittadino dell’entroterra che si trova per la prima volta al cospetto del mare. E un po’ è perplesso. E un po’ è contento. E poi comincia a camminare sul bagnasciuga. E scopre che è bello, cazzo.

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