André Malraux. L’ultimo cavaliere del fato

Romano Guatta Caldini

Un artista di genio è innanzitutto un adolescente affascinato da qualche dipinto che si porta dentro le pupille e che è sufficiente a distrarlo dal mondo.

André Malraux

Dopo che Céline ebbe presentato Voyage au bout de la nuit, alla casa editrice Gallimard, il libro, per poter essere dato alle stampe, dovette passare dalle forche caudine del comitato di lettura. All’interno di suddetto organismo, gli unici a non stroncare l’opera e a favorirne la pubblicazione furono Emmanuel Berl e André Malraux, il primo, critico letterario e il secondo, futuro ministro alla cultura con la presidenza De Gaulle. Non era comunque la prima volta che il destino di Malraux incrociava quello di un noto collaborazionista. Malraux , questo dannunziano – gollista, come lo ha definito Michele Serra, era legato da una profonda amicizia con il dannatissimo Drieu La Rochelle e toccherà proprio a  Malraux, su richiesta dello stesso Drieu,  il triste ruolo di esecutore testamentario dell’amico suicida.

Dell’infanzia di André Malraux [nella foto sotto] si conosce poco e quello che ci è pervenuto, spesso, è frutto della rielaborazione autobiografica. Nato a Parigi nel 1901, dopo la morte della madre deve imparare a gestire il difficile rapporto con un padre alcolista che morirà di lì a poco. A ventuno anni, influenzato dal cubismo, pubblica “Lunes de papier”; a ventisei  dopo la laurea in lingue orientali e archeologia, si reca in Indocina e paesi limitrofi come cronista. Dalla visita dell’estremo oriente scaturiranno: La tentation de l’Occident, 1926 e due romanzi: I conquistatori (1928) sullo sfondo della lotta antibritannica a Hong Kong, e La condizione umana (1933), forse la migliore delle opere di Malraux.

andre-malraux1_fondo-magazineAnticipando di alcuni decenni quel senso dell’assurdo che verrà poi ripreso da Camus, con Lo straniero e più in particolare con Il mito di Sisifo,  ne  La condition humaine, Malraux si addentra nella Cina degli anni venti e prendendo a esempio, come farà in altre occasioni, eminenti figure di rivoluzionari comunisti e nazionalisti, delinea l’ineluttabile tragicità che solo il bel gesto e l’azione nella sua finezza estetica possono eludere.

Il ritorno in Europa vede Malraux in Spagna, schierato con i repubblicani delle Brigate Internazionali. Qui, con mezzi di fortuna e qualche apparecchio mal ridotto forma la Escuadrilla España, prima formazione aerea della Spagna repubblicana.  Malraux, che non ha neanche la patente dell’automobile, mostra un’ottima attitudine al volo, riuscendo a evitare il proprio abbattimento, dopo uno scontro con l’asso dell’aviazione italiana, Ettore Muti.

Andrè Malraux è un fine intellettuale, un avventuriero, un uomo d’azione, è insomma il prototipo dell’uomo nuovo che, seppur in altri versanti, si sta tentando di forgiare.  Lo scrittore, pur muovendosi in ambienti prettamente comunisti, non lo si può comunque definire come tale. E’ un uomo di sinistra, certo, ma con una forte, fortissima componente nazionalista. Rifugge però la  retorica patriottarda, quanto l’ambiguo nazionalismo di Petain. Si unisce così a De Gaulle e viene posto a capo della brigata Alsazia-Lorena. La stima per il Generale non è mai venuta meno, a differenza di quella per gli altri esponenti della resistenza. Tale inquietudine si palesa quando Drieu La Rochelle gli  invia  una lettera proponendogli di arruolarsi con lui nei reparti della repubblica di Vichy, Malraux  accetta, purché sotto falso nome. Non se ne fa nulla, ma a Drieu basta: è anche una prova d’amicizia.

Se vi è una città che ha rappresentato il crocevia di tutte le avanguardie nell’Europa dilaniata dalla guerra civile, questa è proprio Parigi. Un crogiolo di pulsioni spesso discordanti, ma legate le une alle altre da un identico fil rouge che ne ha accomunato i destini. E chi meglio di  Andrè Malraux,  Drieu La Rochelle  e Louis Aragon ha scolpito nel marmo della storia di Francia tali aspirazioni?

Rispettivamente: il dannunziano-gollista, il fascista decadente e il surrealista divenuto comunista, tre amici, tre forti personalità che hanno segnato il profilo culturale e politico del loro Paese in momenti di grande trasformazione etica, come ha voluto sottolineare  Michele Serra con il suo Fratelli Separati, consanguinei per affinità elettiva che si muovono sullo sfondo di tre avanguardie, il Futurismo, il Dadaismo e infine il Surrealismo.

«Era – sostiene Silvio Locatelli –  l’ansia di scrivere ciò che affiorava nell’animo senza far passare le parole dal filtro della ragione, compreso i pensieri atroci che la ragione controlla prima dell’espressione scritta o parlata. Era il bisogno di dare spazio all’inconscio e al sogno, tenuto conto che il sogno non è frammentario, mentre frammentaria è la memoria. Breton e Aragon erano i papi del movimento, Drieu La Rochelle fu più un osservatore che un impegnato. Malraux era curioso di tutto, di qualsiasi avventura, tuttavia non partecipa, ma non ignora. Il filo che tesse i loro rapporti è un filo politico. Aragon è della sinistra, aderirà nel 1927 al partito comunista con Breton e altri, e come comunista avrà difficoltà a staccarsi dalla radice madre anche quando il fallimento dell’ideologia apparirà chiaro a tutti. Drieu La Rochelle ha camminato a lungo sul sentiero di “destra” e saprà affrontare con coraggio le conseguenze delle sue scelte. Malraux, da parte sua, ha camminato a lungo a sinistra, ha scritto opere di grande valore. (…) Malraux, uomo di cultura, amante dell’arte, oratore straordinario, capace di esaltare le più diverse platee, ha avuto un solo dio, la sua immagine.»

Malraux, come Drieu, era un esteta innanzitutto di stesso, un dandy, con la sigaretta perennemente fra le labbra. Così lo ha dipinto Max Aub: «Rapidissimo. Sicuro. Pieno di tic nervosi, lo insegue un carro armato, si gira, si nasconde, spara, lo fa saltare in aria. Allora ne appare un altro; due, dieci. Muore, ma li ferma. Sullo sfondo sfilano miglia di uomini, nudi, carichi di catene, verso la speranza. Rischia, si mette in pericolo, si espone all’avventura, la frangia sulla fronte. Determina, spiega, forgia la realtà: -Questo è così, questo è cosà , questo è diverso, questo è un’altra cosa. Quello che importa è lottare contro il destino. Vincere. Conquistare. Tutto si può conquistare. E del resto chi se ne importa. Alza la mano, scaccia l’idiozia, riaggiusta il ciuffo sulla fronte, strizza l’occhio senza volere. Non gli importò mai nulla di quelli che non lo capivano. Questo re Lear che vaga per i campi, glabro, cercando fortuna e avventura, mettendo in gioco la vita… Rischiare la vita è importante se si può raccontare, perché se non si può, lo dice anche Bertoldo, non c’è soluzione. La vita, costi quello che costi, è a buon mercato, ma devi andartela a cercare; è difficile che venga da sola a leccarti i pedi. E ministro. Che cosa inaudita! Qualsiasi cosa umana gli è estranea meno l’arte o, meglio, qualsiasi cosa che non sia l’arte può sembrare agli altri che gli sia estranea. Questa è l’arte, parlata, scritta, dipinta, scolpita. Si riavvia la frangia. Ha subito i rovesci più crudeli perseguitato dall’avversità. Tenendo in gran conto la vita, ne ha perse molte. Ha rubato al sentire comune il modo di dire, ha opposto concetti lasciandone la comprensione all’arbitrio altrui, superando sempre i limiti, obbligando a grandi falcate chi lo seguiva tranquillo. Amare i precipizi, solo con la memoria; non cercò naufragi, glieli offrirono. Si confessò sempre e sempre si espose, ma senza arrivare mai alla pubblicità. Ha fatto più di chiunque, perché ha avuto a disposizione i mezzi, ma ha saputo sfruttarli come pochi. Tutto fa supporre che gliene renderanno grazie. Non gli importerà un gran che: abbastanza intelligente per sapere cosa ci si può aspettare dagli uomini. E’ la fraternità e la solitudine, che non sono antitetiche».

Si sa, la Storia è fatta di vinti e vincitori; questo però non vuol dire che i primi non abbiano il diritto di sopravvivere alla sconfitta. A uomini come Brasillach questo diritto è stato tolto di prepotenza, Celine dovette scappare perché proscritto in patria e Drieu si tolse la vita per non subire lo stesso affronto. Vite diverse accomunate da un uguale destino, una pagina vergognosa della Storia francese che Malraux ha condannato più volte. Tali prese di posizione non erano comunque sporadiche e su di esse non influiva solo il risentimento per la perdita di amici.

Nel dopoguerra, Malraux si troverà a difendere le posizioni che aveva sempre avversato, quelle stesse posizioni per cui molti amici sacrificarono la vita sull’altare dell’Idea . Nel ’75, con lo sgomento generale dell’opinione pubblica, ebbe a dichiarare: «Il fascismo fu italiano, umanista e senza campi di sterminio. Fu il matrimonio di un uomo con una nazione, matrimonio d’amore terminato nella tragedia di un tradimento di alcuni famigliari. Ma fu anche un’idea geniale e sociale».  Sempre nel dopoguerra, l’ascesa di De Gaulle nel panorama politico Francese provoca non poco scompiglio tra le fila degli ex-resistenti. Il sogno di un’Europa – Nazione, forte, sovrana e armata che il Generale andava auspicando da tempo, scardinava e contrastava quell’infame spartizione di Yalta a cui era stata sottoposta l’Europa. De Gaulle divenne, gioco forza, il campione di un nazionalismo francese ad ampio respiro europeo, in contrapposizione all’imperialismo dei due monoliti ideologici d’occidente e d’oriente.

La fine della militanza politica coincide per Malraux, con una nuova fase esistenziale: il ritorno all’arte e quello che si può definire il Rinascimento francese, rappresentato dagli affreschi di Chagall all’Opéra di Parigi, da quelli di Masson al Teatro di Francia, dalle innumerevoli sculture di Maiol disseminate a le Tuileries, dalla  retrospettiva di Giacometti all’Orangérie, solo per citare alcune delle imprese che si devono a Malraux e al suo ministero culturale, senza dimenticare  Max Jacob, Dubuffet, Roualt, Fautrier e Balthus. Come ha detto giustamente Solinas: «l’arte fu per Malraux la passione della vita in una vita segnata dall’idea della morte: il solo suicida vivente», parafrasando a sua volta Paul Morand. Sì, perché solo l’arte e nient’altro che l’arte, può dare all’uomo la possibilità di ribellarsi al fato, rimpossessandosi di un destino negatogli in partenza. Solo l’artista, pur sapendo di dover morire, «può strappare alle ironie delle nebulose il canto delle costellazioni e lanciarlo nell’azzardo dei secoli imprimendo loro parole sconosciute». E’ sempre Solinas a offrirci una descrizione dell’ultimo Malraux: «Il pavimento è tappezzato di riproduzioni fotografiche e lui se ne sta sdraiato in mezzo come un bambino che gioca con le figurine, il fisico un po’ appesantito, un pullover bianco che lo insacca. Su un tavolo si intravedono delle bottiglie di liquore, whisky, cognac, un vaso di fiori, tulipani, una monografia di Zanne, una di Bosh, una bambola di legno degli indiani Hopi del Nord America. Per terra si incrociano e si confrontano l’arte egizia e quella greca, il gotico medievale e i templi kmer, Piero Della Francesca e Balthus».

Dannunziano, Malraux lo fu fino in fondo, dall’assunzione di oppiacei alle frequenti sbronze, che gli costeranno l’espulsione dal partito. Ciononostante o forse anche per questo, divenne il mito di generazioni di gollisti e non. Nel ’68, sull’onda lunga del mito guevariano, Malraux sarà l’esempio di quel volontarismo politico che fece la fortuna del giovane medico argentino. Anche se in realtà lo scrittore e ministro non ebbe mai buoni rapporti con gli “arrabbiati di Nanterre”.

Sul volgere del gollismo, prima di uno degli innumerevoli comizi che videro Malraux oratore, De Gaulle gli chiese di cosa avrebbe parlato alla folla; ed egli rispose: «de la Chevalierie mon gènèral». Quando nel ’96, Chirac decise di traslare le sue spoglie al Pantheon, qualcuno disse che non era un omaggio al politico, ma al combattente, all’ultimo cavaliere di Francia.

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