Rino Volpe. Corrispondenze baudelairiane

Aspirazione costante dell’animo umano è di collegare, quasi in reciproca collaborazione (o piuttosto in competizione) capace di trasformarsi magari in tensione verso una forma di arte totale, i vari linguaggi dell’estetico: scrittura e arti visive, architettura e musica, musica e pittura. Una tensione, a ben vedere, destinata ad un finale fallimento, perché i diversi linguaggi non riusciranno mai a fondersi tra di loro, restando votati all’isolamento, come liquidi di diversa densità, che si stratificano gli uni sugli altri. Eppure la tentazione persiste: basti pensare all’illustrazione, ovvero al riscontro figurale del testo letterario, consegnata al destino di un problematico equilibrio tra i due campi, ma comunque molto praticata.

Una differente via di collaborazione tra arti visive e scrittura, tra letteratura e istanze figurali è offerta dall’inserimento nella composizione pittorica della scrittura. Beninteso, questa ultima non è scoperta della contemporaneità, basti pensare alla pittura medievale che accoglieva spesso parole attribuite dal pittore a santi, angeli, ma anche a più comuni mortali, su strisce o cartigli, per lo più dorati, veri e propri fumetti anzitempo; fumetti ben più aulici delle attuali strips, ma investiti di analoga missione. Tuttavia è in tempi recenti che questa sinergia espressiva ha conosciuto ampia diffusione e attenzione critica.

Com’è ben noto, la ricerca estetica contemporanea ha ampiamente praticato e teorizzato, specie nel corso degli anni Sessanta e Settanta, il ricorso alla scrittura nell’ambito delle arti visive. Ecco, così, la Poesia visiva, la Pittura come scrittura e la sua declinazione speculare della Scrittura come pittura. Naturalmente, a questo punto, il campo poteva aprirsi ad un orizzonte dalle metafore, dai coinvolgimenti e dalle contaminazioni innumerevoli: dagli alfabeti riconosciuti e codificati, alle criptografie arcane e fantastiche; dai brani letterari, alla decorazione; dalle valenze semantiche, alle parole in libertà. Accenno, questo ultimo, non casuale, né peregrino, perché era toccato proprio ai Futuristi di liberare lettere e parole dalle pinze del tipografo, e di dar loro potenzialità creativa, consentendogli di distribuirsi sul foglio, senza costrizioni di giustezza, di interlinee, di rientri. Spontaneamente, proprio da queste istanze nasceva pure il Libro d’artista, in cui scrittura, pittura, valenze tridimensionali, ma anche il gusto del calembour, del paradossale, del superamento dell’utilitario, trovavano modo di convergere e di cooperare.

Comunque si restava nell’ambito della pittura, alla cui manifestazione concorreva tutto un sistema di segni, codificati o immaginari, subliminali o determinati, esili o massicci, isolati o coordinati. Non a caso erano gli anni in cui si scopriva la semiologia, che è appunto la disciplina che studia i segni, e furoreggiavano Roland Barthes e i suoi preziosi “Elementi di semiologia”.

E’ appunto questo il contesto in cui nasce e ha modo di svilupparsi la pittura di Rino Volpe, in particolare il vasto ciclo dei Soprappensieri, caratterizzato dall’inserimento nel contesto pittorico di una frase di un determinato autore letterario.

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Anche a costo di ripetermi, per quanto riguarda Rino Volpe, questo incontro tra arte e letteratura (specificatamente tra arte e poesia) appartiene al contesto pittorico, è pittura, in quanto l’intervento di scrittura viene da lui assunto alla stregua di pittura: si tratta di un concorso di “segni assieme ad altri segni”. Lo afferma chiaramente lo stesso artista nel suo intervento nella tavola rotonda del 1989 presso l’Istituto francese di Napoli, in cui fu inizialmente presentata la serie di opere dedicate a Baudelaire: “considero tutto segni: tutto è trasformabile in segni; che poi ci sia anche una possibilità di lettura dei testi, questo arricchisce la fruizione, ma non è affatto determinante”.

Quest’ultimo concetto, che può apparire a prima vista singolare, è esplicitato da Volpe con il ricorso a delle citazioni che, beninteso, chiedono di essere adattate al contesto specifico. Si può esordire con Proust, ad esempio: “i bei versi erano tanto più belli in quanto privi di significato”; ed ecco Arturo Martini: “le lingue morte sono mille volte più apprezzate delle vive, perché non si capiscono”. Ed ecco, ancora, un’affermazione proprio di Baudelaire: “ignorare una lingua è rendere l’orecchio più sensibile alla sua armonia”.

E riferendosi alle sue opere ispirate al grande poeta francese, vera figura centrale del lirismo ottocentesco, Volpe aggiunge: “il testo poetico di Baudelaire è inserito come un apporto di segni e per questo anche chi non sa leggere il francese può accettare i dipinti come puri e semplici segni”.

Ma sarà opportuno, a questo punto, seguire almeno fugacemente il percorso dell’artista napoletano, di accennare all”itinerario che lo ha condotto all”assunzione della sua poetica. La ricerca pittorica di Rino Volpe, sempre molto coerente, ha inizio nel corso degli anni Sessanta, raggiungendo tuttavia la piena maturità nel decennio successivo, e peraltro proseguendo fino al presente, a conferma di una perdurante freschezza ideativa. Quello adottato da Volpe è un contesto colto, che si riflette tanto nella selettiva attenzione portata al retaggio delle esperienze dell’avanguardia storica, all’eco dei partiti decorativi arabi e al ricorrere di palesi motivi di impronta esoterica, quanto nell’assunzione di un’attitudine concettuale, e nell’inserimento nella composizione del segno-scrittura, non in misura e in ruolo accessorio, né tantomeno soltanto formale, ma anzi sostanziale nell’economia del dipinto. Cosicché ne sono derivati dei veri e propri cicli ispirati da poeti e pensatori di centrale rilevanza per la cultura contemporanea, a cominciare, appunto da Baudelaire, per proseguire con Pound e Machado, Nietzsche e Tagore, e altri ancora. Dove la riflessione attenta del pittore ai testi letterari è venuta, via via, istituendo delle vere e proprie interpretazioni pittoriche di essi, delle narrazioni parallele, grazie anche, appunto, all’inserzione di citazioni testuali nel contesto delle immagini, vivacissime per cromia e invenzione. Ma sia ben chiaro: in Volpe ogni finalità teorica è subordinata e finalizzata al conseguimento di un esito estetico, specificatamente pittorico, improntato a una intensa forza immaginativa. Eloquente riesce il netto superamento della fase del lettering, ottenuto mediante l’inserimento nei quadri di brani testuali, anche dilungati talvolta, dipinti pazientemente a pennello (la lezione delle calligrafie arabe ed estremorientali confermandosi fondamentali), e quindi assunti essi stessi in pittura, in immagine pittorica.

E’ interessante, prima di addentrarci nel contesto di queste Corrispondenze baudelairiane, renderci conto di quale sia il verso operativo, il percorso seguito da Volpe, nel senso di verificare se a precedere sia la conoscenza diretta dei versi o la composizione del dipinto. Ebbene l’artista ci informa, con una preziosa dichiarazione di poetica, che “molti di questi quadri sono stati fatti prima della lettura della poesia: poi ho confrontato il mio lavoro (era il periodo in cui leggevo Baudelaire) con le sue poesie e vi ho trovato una corrispondenza, una certa corrispondenza. La visione di ognuno di questi lavori è autonoma, anche se sussiste il riferimento a Baudelaire. Ogni quadro può essere letto indipendentemente da Baudelaire”.

E sia, ma occorre ben dire che in molti casi, i più felicemente riusciti, quella “certa corrispondenza” riesce di una forza e di una efficacia difficilmente dimenticabili.

Si può andare da Spleen, dipinto calato in toni tetri, insoliti nella pittura di Volpe, evocati dal verso d’esordio di questa celebre lirica, e assunto a manifesto della mostra, alla raffinatissima composizione de La luna offesa; da Danza macabra a Il veleno; oppure da La bellezza a La fiala. L’elenco si potrebbe arricchire di parecchio, anche secondo il gusto e la sensibilità del riguardante. Se è vero che fu scritto, e proprio dallo stesso Baudelaire, che “la migliore comprensione di un dipinto potrà essere un sonetto o un’elegia”; nel nostro caso, è valida anche la posizione inversa: a una più sottile e profonda conoscenza di un contesto poetico, diciamo anche, nella fattispecie, di quello baudelairiano, può riuscire preziosa l’interpretazione pittorica di un artista colto e sintonizzato con il testo scritto, come appunto Volpe.

A una condizione, però: quella di non parlare, di non tirare in ballo, neppure come arrière pensée, l’illustrazione. In nessun modo questi dipinti di Volpe possono essere interpretati come illustrazioni delle liriche baudelairiane. Fatalmente l’illustrazione o si appiattisce docilmente sul testo letterario, oppure risucchia in stato di sudditanza lo scritto. Nessuno dei due casi si verifica nel contesto di questa mostra, dove – certo – la poesia di Baudelaire nulla smarrisce della sua memorabile capacità fascinatrice, ma dove anche i dipinti di Rino Volpe mantengono intatta e, nella doverosa autonomia, le loro istanze ispiratrici, la loro pregnanza, la loro capacità immaginativa.

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