Noi, il G8, la sicurezza e i fenomeni migratori

Domani inizia a Roma il G8  sui temi della sicurezza e dei fenomeni migratori. Vi parteciperanno i ministri della Giustizia e degli Interni degli otto Paesi membri. Sull’evento, abbiamo posto  tre domande a diverse personalità: giornalisti, scrittori, saggisti, critici, militanti e no. Di seguito, le risposte di: Gabriele Adinolfi, Giorgio Ballario, Francesco Boco, Giovanni Di Martino, Alessandro Grandi, Mario Grossi, Francesco Mancinelli, Miro Renzaglia, Luca Leonello Rimbotti,  Adriano Scianca, Antonio Serena, Stefano Vaj.

La redazione


g81_fondo-magazine

LE DOMANDE

1) Come giudichi l’abbinamento tematico del prossimo G8?  Ovvero:  sicurezza e immigrazione sono fenomeni strettamente collegati tanto da dover essere trattati nella medesima sede? Perché sì o perché no?

2) Politiche sicuritarie e politiche migratorie-anti-migratorie sono o no, secondo te, funzionali alle politiche liberiste e capitaliste? E in che modo lo sono o non lo sono?

3) Condividi le ragioni di chi andrà in piazza, cioè le ragioni del movimento no-global? Perché sì o perché no?

LE RISPOSTE


g81_fondo-magazineGabriele Adinolfi

1) Per l’opinione pubblica sì. E poi questa convinzione è fondamentale per mantenere quella “coesione da timore” operata continuamente sulla gente: una  pratica propria alle oligarchie democratiche, una dittatura psicologica che tanto bene ha definito il sociologo svizzero Eric Werner. In realtà si tratta di due fattori distinti che si tende a mescolare tra loro con il solo risultato tangibile di chiudere in un vicolo cieco qualsiasi critica costruttiva allo tsunami immigrazionista. Che con l’aumento esponenziale di desperados nelle nostre nuove bidonville cresca anche la delinquenza è comunque vero, ma circoscrivere lo studio di un dramma socioculturale immenso in questo solo contesto è assurdo. È assurdo ma paga perché spinge le masse individualizzate e disancorate ad aggrapparsi alle classi dirigenti in carica e perché allontana la critica all’immigrazione da tutti gli elementi strutturali, impedendo, ad esempio, che ci sia una mobilitazione per togliere l’otto per mille alle chiese e il cinque per mille alle associazioni di negrieri buonisti. Così gli immigrati, anche se criminalizzati, restano un grande business per gli internazionalisti – cristiani, laici e materialisti – che sono gli schiavisti di oggi.

2) Affermare di sì sarebbe semplicistico. Tutto quello che viviamo oggi è frutto della vittoria dei mercanti sui popoli, del trionfo nel 1945 del Crimine Organizzato  che ha costituito il sistema di capitalismo multinazional-globale che conosciamo. Le politiche di calmierato che vengono proposte da alcuni governi, come il Berlusconi in carica, hanno di certo le gambe corte perché servirebbe invece un’alternativa di sistema e di potenza. Non credo che i tentativi condivisibili di calmierato – che, pur pessimista, io auspico continuativi – siano funzionali alle logiche liberiste. Siamo oramai al paradosso in quanto più di un rappresentante del  liberismo si rende conto che l’immigrazione in Europa è eccessiva, tanto che dei rappresentanti della Commissione Trilateral, quali Kissinger e la stessa Boniver, provano a espolorare altre strade se non a proporre vere e proprie inversioni di tendenza . È invece il cosiddetto capitalismo sociale, con in prima fila la chiesa cattolica e le protestanti a non accettare discussioni. Vuol chiudere il cerchio riproponendo la sua radice ambrogiana ed imporre così il comunismo oligarchico nemico di ogni forma e di ogni identità. Il mostro globale, che ha prodotto a valle migrazioni di massa da paesi depauperati a monte non si spiega soltanto con le logiche liberiste di cui si nutre;  si sublima nell’orrendo tramite le ideologie e le strutture clerical-comuniste sempre più aggressive e prepotenti. È la guerra mondiale che prosegue.

3) No. Da quando la sinistra estrema si è avvitata su se stessa – il che è significativamente coinciso con il momento in cui ha assunto il termine “antagonista” – si è allineata alla ghettizzazione della destra terminale e si è così avviata alla pura e semplice messinscena di sé. Siamo  all’hooliganismo politico e all’avanspettacolo, le stesse cose che ho incondizionatamente respinto della destra post-neo-post-fascista che mi sono ritrovato davanti al mio ritorno in Italia nove anni fa e che per fortuna ha subito strappi e lacerazioni vivificanti in particolare grazie a CasaPound. Gli “alterglobal” che si mettono in scena di fronte al G8 non hanno ancora goduto di questa terapia. Non sono poi assolutamente d’accordo sulle loro controproposte, che sono ancora più global e liberticide di quello che contestano, ma questo è un dettaglio. Il fatto centrale è che le presunte aree antagoniste – eccezion fatta delle loro avanguardie culturali, artistiche e sociali – sono entrate a pieno titolo nel “paese dei balocchi”; e così, pur confermando la loro piena inutilità  e incapacità politica, si mettono spettacolarmente in vetrina solo per potersi poi rispecchiare su internet e youtube. Siccome vogliono farlo in modo trasgressivo  finiscono con l’essere qualcosa che assomiglia un po’ troppo alle puttane di Amsterdam. Venere ed Eros non hanno più nulla a che vedere con tutto ciò.

g81_fondo-magazineGiorgio Ballario

1) Non sono necessariamente collegati fra loro, ma in questa fase storica dell’Europa e dell’Italia mi sembra tutto sommato inevitabile. Non perché tutti gli immigrati siano delinquenti o potenziali criminali, è ovvio. Ma perché i numeri e le modalità dell’immigrazione clandestina (gestita dalle mafie) impongono un coordinamento con le politiche anti crimine. Anche se la risposta al fenomeno, nella sua complessità, non può essere solo di tipo poliziesco.

2) Le politiche sicuritarie sono funzionali a qualsiasi tipo di governo, purché sia un governo forte (cioè in grado di gestire le riforme in prima persona senza farsele imporre dai gruppi sociali non governativi). La sicurezza è sempre stato un fiore all’occhiello anche dei regimi comunisti e socialisti, quindi non è strettamente legata al sistema liberal-capitalista. Viceversa l’immigrazione risponde a una precisa esigenza di fornire forza lavoro (possibilmente a buon mercato, poco sindacalizzata e facilmente controllabile) all’industria, per cui è funzionale al modello liberal-capitalistico. Che ovviamente si disinteressa degli squilibri provocati dallo spostamento sul territorio di milioni di persone di altra cultura e altri costumi: già i fenomeni migratori interni all’Italia negli anni Cinquanta e Sessanta rappresentano un esempio in questo senso. L’immigrazione clandestina e disperata, invece, risponde più che altro alle esigenze della piccola imprenditoria rapace ( artigiana e agricola) e in buona misura agli interessi delle mafie, soprattutto nel Sud Italia.

3) Condivido pienamente il pensiero no-global, però non lo ritengo rappresentato – se non in parte – dai classici manifestanti di piazza che si definiscono no-global. Anzi ho l’impressione che questi ultimi siano in prevalenza dei super-global, e cioè aspirino ad ampliare e accelerare i fenomeni della globalizzazione, non limitandoli solo agli aspetti economici. Chi auspica la libera e piena circolazione non solo delle merci, ma soprattutto delle persone – anzi, degli individui – ipotizzando il raggiungimento di una sorta di melting pot culturale, a mio avviso non può definirsi contro la globalizzazione. Gli antiglobalisti (o antimondialisti, come si diceva in altri tempi) pensano ad un modello politico, economico e culturale completamente diverso dal melting pot di stampo americano. In cui, caso mai, ci dovrebbero essere dei precisi paletti sia alla circolazione delle merci che delle persone. Il che non significa adottare una visione da fortezza-Europa, come invece fanno alcuni.

g81_fondo-magazineFrancesco Boco

1) Non credo che sicurezza e immigrazione siano argomenti legati tra loro, o almeno non dovrebbero esserlo. Quando si parla di immigrazione bisogna in primo luogo porsi il problema delle identità, del radicamento e del ritorno. Il problema della sicurezza è una questione che sorge solo in un secondo tempo, quando i numeri dell’immigrazione si fanno così imponenti da trasportare nei paesi accoglienti  persone legate alla criminalità o comunque uomini e donne non inseribili nella società per mancanza di lavoro e risorse. Penso che sia un circolo vizioso, per cui all’arrivo di disperati si associa inevitabilmente il confluire della gran parte di essi nelle file dei disoccupati e della criminalità. La colpa non va comunque data all’immigrato in sé, ma a un sistema globalizzato che, per realizzare il modello del mondo ideale dove tutti sono uguali (tranne alcuni), segue con precisione i voleri delle multinazionali e delle lobby di potere che puntano, per i propri interessi, alla distruzione delle identità e delle differenze. È il sogno utopico e nichilista della fine della storia che piano piano prende piede. Associare in modo così evidente il tema della sicurezza a quello dell’immigrazione è oggi necessario, ma distoglie dal fulcro fondamentale del problema, che è e resta quello dell’appartenenza a una comunità storica e antropologica definita. Non ci si pone cioè il problema di come inserire lo straniero nella società in modo attivo, senza però snaturarne la specificità e senza dissolvere quella del paese accogliente. I flussi migratori, che finiscono col provocare conflitti sociali e instabilità, non fanno che spingere a un ulteriore perfezionamento del sistema di controllo globalizzato, che mira cioè a mantenere lo status quo evitando il sorgere di alternative e dissensi effettivi. Il tema della sicurezza da necessità sociale diventa un boomerang che indebolisce la popolazione accogliente, disabituandola a difendersi e a tenere testa alle offese, e dall’altro lato prepara un mondo dove la libertà individuale è sempre più limitata fino ad arrivare al “paradiso in terra” dove pace e uguaglianza saranno finalmente diffusi ovunque.

2) Le politiche sicuritarie a mio avviso fanno indubbiamente il gioco di politiche capitaliste egualitarie e anti-comunitarie. Dove c’è un popolo, e dove questo popolo sa difendere il proprio diritto, la propria terra e la propria identità, sono certo che non è necessario parlare di sicurezza, e non si pone neppure il problema dell’immigrato lavoratore. Insistere sul tema sicurezza serve a gente debole per affidare le proprie cose e finanche la propria vita a uno Stato che, purtroppo, si rivela sempre più inadatto al compito. Questo governo sta facendo delle cose che giudico positive, però insistere, come fanno i media, in modo irresponsabile e irrazionale sulla sicurezza, come fosse la soluzione a ogni problema, mi sembra una trovata superficiale. Le politiche migratorie, come detto, fanno gli interessi del capitale e delle multinazionali; è un dato di fatto dimostrato dalle carte geopolitiche di Le Monde Diplomatique che, proprio dai pesi poveri dove la presenza di multinazionali è più forte, partono anche i numeri più grossi dell’immigrazione (v. quaderno Polaris immigrazione). Per quanto riguarda le politiche anti-migratorie: tendo a pensare per affermazioni, quindi sarebbe più importante e proficuo parlare di politiche identitarie e comunitarie. È necessario oggi più che mai ricreare un legame col territorio e la propria comunità, il proprio ambiente, tornare a vivere in modo autentico il proprio tempo e la propria dimensione politica. Così non è, e si riescono solo a pensare politiche che demonizzano l’immigrato in modo aprioristico, senza proporre valide soluzioni al grave problema dell’immigrazione. Un passo importante e positivo è comunque venuto dal governo italiano, ritengo che l’accordo tra Italia e Libia e quello che sembra prendere piede tra il nostro paese e la Grecia s’inseriscano in un’ottica mediterranea e strategica di contrasto all’invasione.

3) Generalmente non condivido l’impostazione mentale di chi costruisce la sua azione sulle negazioni. I no global, già per il semplice fatto di definirsi così, hanno fallito in partenza e dimostrano di essere facilmente manipolabili. La loro visione delle cose è viziata da una mentalità moralista e non aderente alla realtà, dettata in fondo dal fatto di rimanere e ristagnare nello stesso linguaggio e discorso dei globalizzatori che pretendono di contrastare. Dimostrazione ne è il fatto che i no global non sono affatto contrari all’immigrazione, non sono contrari alla distruzione delle culture e delle identità, non sono quindi contrari alla tratta di esseri umani, ma semplicemente chiedono che questo processo venga realizzato in modo diverso. Se i no global fossero veramente tali e coerenti con le premesse, vista la loro cieca esaltazione, ritengo che dovrebbero essere dei beceri sciovinisti tardo ottocenteschi. Invece no, come per Marx il paradiso in terra doveva essere il consolidarsi della dittatura del proletariato e il livellamento di tutta l’umanità, così, per questi personaggi, il paradiso in terra è il mondo globale in cui esistono soltanto cittadini del mondo e in cui finalmente verranno meno le differenze che distinguono un europeo da un africano. E allora non potranno più gioire alla vista di una donna africana vestita nel suo coloratissimo abbigliamento tradizionale, potranno invece provare grande piacere a vederla vestita con jeans Levi’s e scarpe di fabbricazione americana.  Tempo fa uscì un libro che tutti dovrebbero conoscere, A destra di Porto Alegre, dove emerge la verità storica di un mondo culturale, a cui appartengo, che, ben prima dei no global, e ben prima che s’iniziasse a parlare di globalizzazione, si era posto il problema di porre un freno all’omologazione globale. Bisogna rendersi conto che oggi la vera ribellione sta nell’affermare e nel costruire, e soprattutto nel rivendicare una storia, un’identità e un destino. I no global, per uscire dall’ottica bislacca e distorta che ne vanifica l’utopismo, dovrebbero prima di tutto scardinare le proprie gabbie mentali e le definizioni consolidate, per procedere poi alla formulazione di proposte concrete in grado di garantire agli italiani di tornare a essere un popolo-comunità e anche di conservare nell’armonia le particolarità dello straniero.

g81_fondo-magazineGiovanni Di Martino

1) L’abbinamento tematico è frutto dei tempi, e dei politici attuali. Sicurezza e immigrazione sono gli unici temi sui quali i politici di oggi hanno qualcosa da dire. Qualcosa di brutto, ma almeno è qualcosa. Mica come sulla crisi, che è il “grande evento” dell’imperatore, del quale tutti parlano, ma che nessuno sa bene cos’è da cosa deriva come si può affrontare eccetera. I politici di oggi non sanno collocare l’Afghanistan sulla carta geografica, ma ne hanno votato il finanziamento della missione militare, cosa vuoi che capiscano della crisi, anche volendo. Ma sulla sicurezza e l’immigrazione qualcosa da dire ce lo hanno anche i deputati e i senatori italiani, come anche gli amici del bar. O si è del tutto tolleranti e quindi refrattari ad ogni discorso sensato, oppure si è del tutto intolleranti e quindi si va dalla critica agli extracomunitari che sporcano, ci rubano il lavoro, vogliono colonizzarci, farci crescere la barba e mettere il velo alle nostre donne. Direi che oggi si va in quest’ultimo senso. In Italia ci va la destra, moderata ed estrema (con buona pace dello sfruttamento della mano d’opera extracomunitaria da parte dei piccoli imprenditori che la votano), ma quel che è più grave è che ci va anche la sinistra. Perché vince Berlusconi? Non solo perché lui promette tutto e gli altri si limitano a dire che non manterrà le promesse, senza però rilanciare, ma anche perché in Italia, come negli Stati Uniti, la sinistra rincorre la destra sul suo territorio, e lì si fa male e forte. Hai visto i manifesti del PD? Più polizia, più sicurezza eccetera, roba su cui la Lega Nord lavora da venti anni e ti mangia in testa (e sulla gente, se si parla di sicurezza e immigrazione, fanno populisticamente più presa la faccia congestionata di Calderoli, la voce luciferina di Gentilini e le parolacce di Borghezio, che non la giacca e la cravatta del Franceschini di turno). Ma d’altronde se si pensa i modelli di questa sinistra sono dei cazzari tipo Lula, Obama o Zapatero (che con i clandestini si è comportato peggio del più grande sogno di Borghezio), i conti tornano. In conclusione secondo me, sono due ambiti che possono intersecarsi e quando si intersecano devono essere trattati insieme, ma quanto avviene da un po’ di anni è un’altra cosa. Si tenta e con successo, perché la gente ci casca, di far derivare la mancanza di sicurezza dall’eccessiva immigrazione. E su questo non sono d’accordo. Aggiungo anche che a me della sicurezza, intesa come libertà del singolo di poter portare il cane dopo cena a fare i propri bisogni, interessa abbastanza poco, perché nella maggior parte dei casi ho toccato con mano che ripulito un quartiere dalla malavita, questa si spostava in un altro e gli abitanti del primo si dedicavano ai bisogni dei propri animali con la ritrovata sicurezza, senza interessarsi di quello che poteva succedere altrove. Senza prima un ordine sociale (e un ordine delle coscienze), non ci può essere un vero ordine pubblico. A meno di intendere per ordine pubblico la presenza di camionette ed autoblinde dell’esercito per le strade come c’è ora. Sai meglio di me che nella Roma antica non c’era nemmeno il diritto penale inteso come lo intendiamo oggi, tanto era interesse della comunità il mantenimento dell’ordine pubblico.

2) Sono funzionali al capitalismo (ed alle dinamiche di sfruttamento che gli fanno da corollario), ovviamente. L’immigrazione non è una causa, ma un effetto. È l’effetto di una politica mondiale squilibrata. Se uno a casa propria ci sta bene ci resta eccome. Ma siccome il mondo è squilibrato non si sta bene a casa di tutti, e così nascono le migrazioni, quelle dei meridionali prima, quelle degli stranieri poi. Altro che invasione islamica o roba simile. Le migrazioni, anche di interi popoli, ci sono da sempre, mica solo da dopo la legge Martelli. Allora di chi è la colpa? Io dico di chi regge il sistema a livello mondiale, non certo di chi lo subisce. Torino è strapiena di immigrati, per esempio, ma il vero problema è il degrado, tant’è che i marocchini, i primi ad arrivare, se ne stanno andando (alcuni pure tornando in Marocco), primo perché la città fa troppo schifo pure per loro, e secondo perché da fare non c’è più niente. Non c’è niente di peggio di una città operaia indietro con la terziarizzazione e nella quale chiudono le fabbriche. È spettrale. Lascia perdere le olimpiadi del 2006, per le quali si sono scopate le briciole sotto il letto e sfrattati a tempo i barboni dalle panchine di fatto recludendoli. Una città così ha bisogno di tante cose, ma non che vengano presi fischi per fiaschi, come ci fanno credere Borghezio e i suoi: c’è la crisi, occorre trovare un nemico da additare come colpevole, prima erano i meridionali, ora sono i marocchini, ma ora che se ne stanno andando magari se la prenderanno coi i mutanti.

3) In linea di principio sì. Ma solo in linea di principio. Non condivido le loro analisi, alimentate di pacifismo ad oltranza con tentativi di mettere fiori dentro i cannoni sempre più alti che si costruisce il nemico, e non condivido nemmeno le tecniche delle frange estreme che spaccano vetrine assicurate rendendosi impopolari agli occhi della gente, che in realtà la globalizzazione la subisce e quindi dovrebbe stare dalla loro parte.

g81_fondo-magazineAlessandro Grandi

1) Sono fenomeni collegati perché una quota sempre più rilevante dei reati è commessa da immigrati. Certo, non è la maggioranza degli immigrati a commetterli, ma l’incidenza dell’immigrazione sulla criminalità è evidente. Ovviamente il tema criminalità riguarda anche gli italiani e non si può ignorare anche questo aspetto, così come i problemi legati all’alleanza tra mafie interne e criminalità internazionale.

2) Più aumenta la manodopera a disposizione e più è possibile mantenere bassi i salari. E i disperati in arrivo dall’estero sono disposti a rinunciare a regole salariali, a tutele ambientali, a diritti sindacali pur di ottenere un lavoro qualsiasi. In Italia si favorisce l’arrivo di manodopera priva di qualsiasi qualifica e specializzazione per avere manodopera di bassa qualità. Ma non si fa nulla per frenare la fuga dei cervelli italiani verso l’estero, dove le retribuzioni sono decisamente superiori. Si tende a specializzare ogni singolo Paese in un’ottica globale: l’Africa servirà per produzioni alimentari Ogm, l’Italia per la produzione industriale a basso costo destinata all’Occidente, la Germania per la qualità superiore, la Cina per i prodotti di massa destinati ai poveri dell’Occidente, sempre più numerosi.

3) Non condivido la protesta perché serve solo a spalancare porte che devono rimanere il più chiuse possibile. In Italia non c’è posto per tutti. Manca il lavoro e mancano persino gli spazi. Abbiamo gli stessi abitanti della Francia con metà della superficie. E con  più montagne. La conseguenza è la povertà diffusa e l’inquinamento in costante aumento.

g81_fondo-magazineMario Grossi

1) Trovo strumentale sovrapporre o accostare i due fenomeni di sicurezza e immigrazione. L’immigrazione non porta con sé direttamente l’insicurezza. E poi mancanza di sicurezza per chi? La sicurezza è vista sempre come un bene necessario per il cittadino italiano. Io contesto questa impostazione. La sicurezza è un bene per tutti. È necessaria per il cittadino italiano ed è forse ancor più necessaria per colui che entra in Italia come immigrato. Il punto è che il fenomeno dell’immigrazione è un problema complesso ed imponente che non si riesce a governare con i reticolati e con i muri. Ci vuole altro. In primo luogo bisogna definire chi può e chi non può entrare, tutelando con una maggiore scurezza proprio l’immigrato ammesso che fuggendo dalla sua miseria originaria cerca un riscatto in Italia e che spesso non viene tutelato proprio a causa dell’insicurezza in cui è costretto a vivere. E questa insicurezza è provocata, da una parte, dagli immigrati giunti per delinquere, da un’altra dalle frange più accese che utilizzano la facile e mistificante equazione extracomunitario = criminale per coprire gli atti di violenza gratuita e dall’altra ancora dallo Stato che non assicura agli aventi diritto uno status umano. Un esempio banale. Nel mio paese burino Nagi è un egiziano titolare di un bar. È in Italia da 30 anni, dà lavoro a qualche ragazzetto di zona che si paga gli studi o le vacanze. È sicuramente un immigrato che si è guadagnato i galloni sul campo. Gli immigrati clandestini o gli extracomunitari spacciatori fanno più male a lui che non a un italiano. Se poi ci metti che fa pure un ottimo cappuccino, capisci bene che il suo modo di essere immigrato non può essere accostato ad un problema di sicurezza se non nei termini che sopra ho accennato. Lui l’insicurezza la subisce, non ne è fonte.

2) Credo che la speculazione in atto sia assolutamente funzionale alle politiche liberiste e capitaliste. Da un lato si vuole tranquillizzare il “parco buoi” nostrano. Lavoratori spaventati di perdere il posto o vederselo sfilato da un immigrato che si accontenta di molto meno di lui sono più facilmente governabili (nel senso di sfruttabili). La paura è un potente antidoto alla ribellione e deprime tutte le richieste anche le più legittime (ad esempio la sicurezza sul lavoro). Poi le politiche securitarie che additano l’immigrato come delinquente da colpire vanno a vellicare la pancia del lavoratore autoctono che trova soddisfazione alle sue frustrazioni scaricando le responsabilità di tutto questo sul più facile dei capri espiatori. Dall’altro, l’ingresso di disperati, volutamente clandestini, è utile per avere sempre più manodopera paraschiavizzata e sempre più a basso costo. Questo permette di accrescere indebitamente e a dismisura i profitti senza dover oltretutto riconoscere allo Stato, in termini di contributi, IVA e tasse, nulla. Il cerchio poi si chiude perché l’ingresso dei clandestini alimenta un altro sporco mercato che è quello delle famiglie “bene”. Avere a disposizione colf filippine o badanti russe a prezzo d’accatto genera la falsa illusione di essere dei gran signori. Tipico dei parvenue e degli snob (quelli che superano il “vorrei ma non posso” con delle scorciatoie oscene). Se uno vuole un maggiordomo se lo deve pagare. Una volta lessi un articolo sulla scuola rigidissima per maggiordomi (credo che sia a Londra) ed appresi che  per un maggiordomo a pieno servizio la paga annua lorda minima si aggira sui 40000 €. Per me uno dei problemi è proprio questo, qualcuno per mancanza assoluta di sobrietà, per spocchia, per alterigia vuole servizi e privilegi non pagandoseli correttamente ma riducendo alla fame ed alla schiavitù persone che ovviamente, spinte dal bisogno, accettano. Questo è il modo classico di drogare il mercato a scapito di tutti i lavoratori, per primi gli italiani. I sostenitori di questa necessità sono in malafede e rendono un pessimo servizio proprio alla loro causa, perché il mercato dovrebbe vivere di regole certe ed il competere deve essere fatto sulla capacità, a parità di condizioni, d offrire il meglio al prezzo più contenuto. Se io impiegando clandestini ho costi più bassi è evidente che deformo il mercato ed estrometto proprio coloro che stanno alle regole. Questi imprenditori con le loro mogli (ma non solo) quando adottano uno schema simile sono i primi promotori dell’insicurezza.  Poi c’è la balla delle badanti che se non ci fossero sarebbe la catastrofe nazionale! Questo non significa che bisogna schiavizzare romene e russe. Bisogna che chi ha disponibilità se le paghi e che la paga sia onesta. Chi non ne ha la possibilità le riceva gratuitamente dallo Stato.

3) Sì le condivido! Il movimento no-global credo sia un patrimonio per tutti e credo che tutti coloro che da una parte o dall’altra si impegnano contro la globalizzazione o contro un certo tipo di globalizzazione possano trovare motivo di apprezzamento. Io preferisco forme che alcuni hanno definito Glocal, nel senso di locale e radicato ma aperto anche ad esperienze globali, piuttosto che no-global integrali, ma penso tuttavia di poter trovare anch’io voce in questo movimento. Il problema è, come sempre, un altro. Tutti gli ambienti di sinistra anche i più moderati si sono espressi favorevolmente (anche se con diverse sfumature e talvolta strumentalmente al fine di ottenere del facile consenso) su questo movimento. Gli ambienti cosiddetti di destra, se si eccettuano alcuni gruppi non rappresentati in Parlamento (e pertanto oscurati), si sono sempre espressi in maniera violentemente critica, spesso ricorrendo al più becero “Ordine e Globalizzazione”. Così, come sempre, chi, come me, guarda da una posizione ritenuta non conforme viene preso per un provocatore, per un pazzo, per uno fuori luogo. Una volta mi è capitato di partecipare ad una serie di incontri sulla salvaguardia delle riserve idriche (l’acqua per me è una fissazione) indetti dalla locale cellula di Rifondazione Comunista. La prima volta che andai fui guardato come uno zombie (nei paesi sanno chi sei). Riuscii a spezzare quella tensione solo con una battuta delle mie dichiarando “Sono venuto perché anche i fascisti hanno sete!”. Devo dire che fui accolto bene (avevo già i capelli bianchi e forse per questo non me ne fu torto nemmeno uno). Bisogna battere questo ostracismo ed andare oltre la visione corta del cosiddetto centro-destra che qui come in innumerevoli altre occasioni dimostra una cecità atavica (vedi ad esempio l’esperienza dei centri sociali o i temi ambientali).

g81_fondo-magazineFrancesco Mancinelli

1) Agli occhi della pubblica opinione i due fenomeni combaciano perfettamente. Peccato che nessuna capisca che proprio il G8 (mondialismo e globalizzazione) ne è la causa fondante. Io credo comunque che non sia possibile “ricomprendere e collegare” sempre i due fenomeni e le conseguenze. Significa dire che ogni fenomeno migratorio ed a ogni latitudine porta con sé sempre problemi “di sicurezza” :  nel corso della storia non sempre è stato così. Alcuni fenomeni migratori (di conquista ?) possono essere considerati al contrario come portatrici di ordine sociale e di rifondazione antropologica su precedenti tessuti sociali ” in dissoluzione” (es. le migrazioni indoeuropee).

2) Le politiche securitarie e anti-immigrazione provengono spesso da una semplice reazione di matrice nazional-populista che si sente “accerchiata ed impaurita” dalle ristrutturazione del neo-mercatismo liberista e dalla nuova tratta degli schiavi voluta dalle politiche neo-capitaliste. Sarebbe opportuno trasformare la deriva plebea nazional-populista, arroccata ed impaurita in “avanguardia rivoluzionaria” una avanguardia cosciente e “all’attacco” anziché in difesa, una avanguardia che sappia trarre dalla crisi una opportunità di emancipazione e di rilancio,  contro la causa scatenante (globalismo e mondializzazione). Rimane sempre aperta l’opzione di una Europa alleata strategicamente del terzo mondo contro il Mondialismo. Siamo in grado di fare quello che faceva Roma,  che conquistava e non si lasciava mai conquistare ?

3) Chi va in piazza,  spesso non è un no-global, ma è semplicemente un “new-global”:  ovvero gli attori giovanili della contestazione sono forse contro il mondialismo ( cioè il modo di gestire i processi globalizzanti)  ma sono paradossalmente favorevolissimi alla globalizzazione ed ai suoi devastanti effetti ; favorevoli quindi alla proletarizzazione delle masse, al meticciato culturale, alla perdita di qualsiasi identità e di forza ideologica, alla negazione di qualsiasi tipo di appartenenza e di specificità etnica e territoriale. Proprio quello richiesto a gran voce e praticato da “chi” dirige i mercati  (quello sistema per uccidere i popoli che i new global credono di combattere). Pasolini scrisse parole profetiche a riguardo.

g81_fondo-magazineMiro Renzaglia

1) Non ci sarebbe alcun problema a trattare questi due temi nella medesima sede, se non per il fatto che abbinandoli si coltiva nell’immaginario collettivo un paradigma abbastanza infondato: immigrati = criminalità. Il fatto che gli immigrati siano portatori ANCHE  di criminalità, è vero… Ma è altrettanto vero che il loro prodotto di “insicurezza”, nel contesto della nostra società, incide in misura veramente minima sulla produzione autarchica del crimine, di gran lunga preponderante… Nello specifico, da scrittore quale sono (perdonate l’immodestia…), credo che il messaggio sottinteso dall’ordine del giorno congressuale abbia un valore subliminale che serve a sviare su episodi  marginali la realtà di un paese, il nostro, che da decenni non riesce ad arginare fenomeni di criminalità organizzata e diffusa ben più preoccupanti, come quelli della mafia e della camorra… Da qui, il mio dissenso sull’abbinamento…

2) Assolutamente, sì. Sia le politiche sicuritarie che quelle migratorie o anti-migratorie sono l’esatto risultato della politica del maggior profitto liberista o capitalista tout court. L’esercizio di rapina compiuto nei confronti dei paesi del Terzo mondo, serbatoio dell’esodo biblico cui assistiamo, è di quest’ultimo la causa scatenante: gli scafisti sono solo l’ultimo anello della filiera che produce schiavitù a basso costo e massimo profitto. Le politiche sicuritarie, dal canto loro, sono la solita risposta repressiva che, anziché affrontare il male alla radice, propone l’antipiretico per abbassare la febbre… Sennonché, l’antipiretico pure ha costi da cui qualcuno sicuramente trae profitto… Finché il capitalismo, ormai in fase terminale, anche se non sappiamo ancora quanto questa fase avrà da procurar danni, non esalerà l’ultimo mortifero sospiro, avremo poco giovamento da respingimenti, CPT, fili spinati alle frontiere e pratiche di  isolazionismo etnico e culturale…  Chi spera in questi palliatavi per arginare il fenomeno migratorio resterà sovranamente deluso…

3) Sì, sia pure con molte obiezioni…  La principale, per esempio, risiede nella loro incapacità di vedere che sostenere i fenomeni migratori in maniera acritica va esattamente nel segno di quella globalizzazione che si impegnano a contestare. Proprio in tal senso, sono deluso dal fatto che le avanguardie politiche della cosidddetta “galassia nera”, almeno quelle più avvedute ed evolute,  non abbiano organizzato, per l’occasione, un loro corteo di protesta per manifestare il proprio dissenso contro un vertice di cui si conoscono bene progetto e finalità. Progetto e finalità che non coincidono in alcun modo con ciò che, dal nostro punto di vista,  da anni andiamo contestando in termini di anti globalità e mondialismo… E, allora – mi chiedo – perché non siamo anche noi lì, in piazza, con le nostre ragioni e la nostra criticità differenziata?

g81_fondo-magazineLuca Leonello Rimbotti

1) Sicurezza e immigrazione sono sicuramente correlati. E’ un fatto che la maggior quota di delinquenti è rappresentata da immigrati. Eppure, su questo si innesta la speculazione simmetrica di destra e sinistra. La prima cavalca la protesta che sorge spontanea dal basso e dà vita ad aborti del tipo della legge Bossi-Fini (di fatto sorella della Turco-Napolitano) e veicola equivoci viventi come Fini, che sponsorizza il voto agli immigrati. La seconda si accoda, finge di adeguarsi alla pericolosità sociale, ma nei fatti fa passare come ineluttabile il multiculturalismo. E quindi mina alle fondamenta l’esistenza del popolo che accoglie e l’identità stessa degli accolti. Che, in quanto sradicati, perdono preso o tardi la loro cultura, la loro peculiarità. Il problema non è a mio parere tra immigrazione clandestina e regolare, ma tra immigrazione-sì e immigrazione-no. I flussi migratori, controllati o meno, costituiscono secondo me una sciagura epocale per tutti. Chi riceve questa massa vede sfaldarsi il proprio mondo, nel momento stesso in cui l’immigrato – qualunque tipo di immigrato – perde progressivamente la sua dignità di uomo con retaggi e appartenenze, diventando un individuo derubato della sua identità. Esattamente ciò che vogliono le agenzie internazionali che gestiscono la tratta dei migranti, a cominciare dalla Caritas, che sulla disintegrazione dei popoli ci campa non meno delle multinazionali finanziarie.

2) Il capitalismo liberale è nato schiavista e si è sempre nutrito di masse spostate a forza da un continente all’altro. Gli immigrati sono funzionali all’economia capitalista di sfruttamento, non solo a quella sommersa. Costano poco, non sono sindacalizzati, possono essere facilmente ricattati dal padronato grande e piccolo. E domani saranno un ottimo bacino elettorale. La sparizione del proletariato occidentale viene surrogata con l’introduzione forzata e ben studiata di queste nuove vittime dello sfruttamento programmato. Il multiculturalismo non è affatto ineluttabile  e strutturale, come viene definito a destra e a sinistra. Ed è un falso acclarato che gli immigrati servano per fare i lavori umili che i nostri giovani non vogliono più fare. Questa è propaganda. Per fermare non l’immigrazione clandestina, ma ogni sorta di immigrazione, basterebbe una semplice volontà di decisione politica. Arrestato il fenomeno, ecco che l’ineluttabile sarebbe che non esiste più un problema immigratorio. Il processo migratorio è fatale e inevitabile soltanto nella testa di chi trova positivo che le culture perdano valore e  riconoscibilità, e che muoiano per affastellamento. A questi tristi fenomeni di pilotaggio verso lo sfruttamento, sarebbe facile oppore politiche di crescita economica e sociale in loco, nei paesi del Terzo Mondo.

3) Condivido i metodi, ma non i fini. Nel senso che una contestazione radicale, mediaticamente visibile, della congiura – poiché di congiura si tratta – multiculturalista sarebbe ottima base di partenza per un rovesciamento delle posizioni: rianimare le masse borghesi oggi narcotizzate dall’apatia e dal martellamento massmediale, dare vita a avanguardie politiche  e culturali in grado di opporre al fenomeno le ragioni culturali e sociali che impongono la difesa della differenza e della specificità dei popoli. Di tutti i popoli, quelli  ricchi e quelli poveri. Di fatto, i no-global lavorano per le multinazionali, di cui condividono l’ideologia mondialista di fondo. I “disobbedienti” in realtà non vogliono meno, ma più liberismo, non meno, ma più mondialismo. Questo cosmopolitismo dal basso è perfettamente simmetrico a quello dall’alto dei consigli d’amministrazione. L’uno e l’altro sono una promessa di morte per i popoli. A un mondo di popoli e di culture, alla ricchezza che è nel relativismo delle appartenenze e dei legami, alla varietà delle tradizoni e dei retaggi, si oppone infatti la visione fobica e neo-illluminista di un mondo popolato da un’unica plebe mondializzata, facile preda dell’economia di sfruttamento. Il “cittadino del mondo” è una scoria individualista che non potrà mai opporre nulla ai gestori del fenomeno di assimilazione mondiale dell’economia del profitto come legge di vita.

g81_fondo-magazineAdriano Scianca

1) L’immigrazione di massa cui assistiamo in questi anni è un fenomeno che mette in gioco problematiche demografiche, etniche, culturali, sociali ed economiche. Tra le dinamiche sociali messe in moto dall’immigrazione c’è sicuramente anche un problema di sicurezza e ordine pubblico. Non è l’unica dimensione che assume questo problema, ma certo è una dimensione ben presente e ha per lo meno il merito di rendere il problema visibile. E’ inoltre l’aspetto che più preoccupa il popolo il che – anche al netto della demagogia, degli stereotipi e della logica del capro espiatorio – genera comunque una domanda cui la politica deve rispondere (a meno che non ci si voglia adagiare sul razzismo etico e classista del Pd, per cui i problemi del popolo “basso” sono sempre espressione di xenofobia fascistoide e berlusconiana). Si può poi ritenere (a ragione) che il legame immigrazione/insicurezza si collochi nell’ambito degli effetti e non in quello delle cause. Giusto. Il problema va inquadrato senza miopie e corti respiri. A patto, però, che l’operazione non consista in un rimando all’infinito, retorico e sociologizzante, alla ricerca di più ampi contesti e più antiche radici, senza che si giunga a formulare rimedi concreti.

2) Le politiche immigrazioniste sono non solo funzionali al liberalcapitalismo, ma ne costituiscono il cuore pulsante. L’immigrazione selvaggia, schiavistica e destrutturante è il sogno cosmopolita realizzato, la globalizzazione nel suo lato più concreto. Il meccanismo economico è abbastanza evidente e consiste nel fare degli immigrati il marxiano “esercito industriale di riserva”, ovvero una massa praticamente infinita di disperati che per la loro sola presenza tendono a far abbassare i salari e le garanzie sociali per tutti i lavoratori. Gli immigrati sono una risorsa. Lo sono per Confindustria, Vaticano, mafie, volontariato cattocomunista e partiti di sinistra. L’immigrazionismo è inoltre funzionale all’azzeramento delle culture tanto degli “ospiti” che degli “ospitanti”, il che sta in effetti particolarmente a cuore ai padroni del vapore. Quanto alle “politiche securitarie”, esse sono funzionali al potere nella misura in cui si limitano ad un controllo spettacolare (nel senso della “società dello spettacolo”) ma fattivamente nullo del fenomeno. Credo tuttavia che qualsiasi governo – di destra o di sinistra, liberale, comunista o fascista – debba necessariamente provvedere a “politiche securitarie”, nel senso di provvedimenti atti a mantenere la sicurezza dei cittadini.

3) Il cosiddetto “movimento no-global” non si definisce così da tempo, preferendo piuttosto la qualifica di “new-global” o “alter-golbal”. La semantica non è innocente. L’abbandono della definizione originaria è stato infatti determinato dalla necessità di rimarcare una sorta di “riformismo” rispetto alla globalizzazione. Che è cosa buona e giusta, ma che – per costoro – manca di un aspetto importante: la libera circolazione degli uomini accanto a quella delle merci, dei capitali e delle informazioni. Va da sé che questa impostazione mette semplicemente i brividi. Il tempo del “popolo di Seattle”, delle manifestazioni certo hyppeggianti, ma comunque trasversali e “glocal”, con vaghe colorazioni identitarie è passato. L’attuale sinistra antagonista – perché di questo si tratta – è di fatto il settore più retrivo, reazionario, paranoide e fossilizzato dello scacchiere politico. Facile immaginare il contesto umano e comunicazionale delle manifestazioni anti-G8: antiberlusconismo paranoico, antifascismo talebano, retorica alterglobal, odio e repulsione per tutto ciò che è forma. Credo che gli unici che possono “condividere” certe manifestazioni sono gli schiavisti di professione, ovvero la bella gente di cui sopra: Confindustria, Vaticano, mafie, volontariato cattocomunista e partiti di sinistra.

g81_fondo-magazineAntonio Serena

1 – 2) Il sistema imperialista, dopo aver assoggettato l’Europa in seguito agli esiti  del secondo conflitto mondiale, sta da tempo espandendosi in altre parti del mondo per riuscire a mantenere in piedi il suo insostenibile modello di sviluppo. L’ ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, organismo dell’ONU, ci informa che nel mondo circa un miliardo e mezzo di persone vive con meno di due dollari al giorno. Un dato, questo, che direbbe poco all’interno di un’economia basata sull’autoproduzione e I’autoconsumo qual era quella in auge nel pianeta fino all’Alto medioevo. II fatto è che l’economia partorita dalla rivoluzione industriale, divenuta modello di sviluppo dell’Occidente verso il 1870, ha disgregato anche tutte le economie di sussistenza del Terzo Mondo integrandole nella nuova economia monetaria e facendo sprofondare quelle popolazioni nella miseria più nera. Osserva a ragione Massimo Fini: «Un conto è se un agricoltore africano pachistano vive sul suo e del suo, sulla propria terra, altro è se lo stesso individuo vive in una città di cinque milioni di abitanti come Nairobi o di dodici come Karachi dove due dollari sono appena sufficienti a sfamarsi… D’altra parte nemmeno l’agricoltore terzomondista che rimanga sul suo campo si salva. Lo spopolamento delle campagne e la globalizzazione economica gli impediscono quel minimo di interscambio, con i vicini e con la città, che prima integrava e rendeva possibile la sua economia di sussistenza. In Mongolia, un Paese che ha vissuto per migliaia di anni dei latticini locali, gli empori sono pieni di burro tedesco. In Kenya il burro importato dall’Olanda costa la meta di quello locale. Il Venezuela è stato sempre un gran produttore di carne, oggi la importa per più della metà del fabbisogno e l’eventuale minor prezzo dei prodotti importati non compensa minimamente la disgregazione complessiva portata nei Paesi del Terzo Mondo dall’intrusione del modello economico occidentale». E’ evidente, dato questo che non ha potuto venir ignorato dallo stesso capo della Chiesa cattolica, che i sistemi partoriti dalla società industriale – capitalismo e collettivismo – hanno fallito, non riuscendo nemmeno a sanare le disuguaglianze all’interno dei cosiddetti Paesi sviluppati, spingendoli verso una prevedibile implosione. Ciononostante si continua ad operare per estendere sempre più capillarmente questa modello di sviluppo a tutto il pianeta. In un rincorrersi di cause ed effetti ormai inarrestabile e destinato alla catastrofe planetaria.

3) E’ fuor di dubbio che sia da promuovere ed appoggiare ogni politica tendente a promuovere un sistema di sviluppo sostenibile. Ma l’alternativa alla semplice protesta non può essere né una decrescita insapore né la riproposizione pura e semplice di modelli anch’essi già bollati dall’economia e dalla storia.

g81_fondo-magazineStefano Vaj

1) Sicurezza e immigrazione sono questioni certamente legate. L’immigrazione, che al contrario di quello che suggeriscono oggi i media si distingue dalla migrazione (stile quelle degli indoeuropei, dei longobardi, dei visigoti, dei vichinghi in Islanda…) perché non coinvolge comunità “con armi e bagagli”, ma singoli individui sradicati dal proprio tessuto sociale e culturale di partenza, è intrisecamente criminogena quando ha per oggetto ampie masse di diseredati, per ragioni ovvie, e non fa nessuno differenza che si tratti di italiani all’estero o di stranieri in Italia. D’altro parte, il G8 ha probabilmente poco da dire sull’argomento, posto che quello che è stata chiamata “la nuova tratta degli schiavi” è direttamente figlia della globalizzazione già anticipata con grande preveggenza da libri come Il sistema per uccidere i popoli di Guillaume Faye, ma accelerata drammaticamente sulla base dell’entente cordiale in tal senso prodottasi tra i paesi membri di tale club almeno a partire dalla caduta dell’Unione sovietica.

2) Se il mondialismo è l’altra faccia della globalizzazione, esiste sicuramente anche il sospetto che il deficit di sicurezza provocato a tutti i livelli dalla seconda, a partire dalla microcriminalità per finire con la grande criminalità organizzata, la corruzione ed il riciclaggio, venga oggi a farsi alibi di una crescente trasformazione dei paesi occidentali in stati di polizia, in cui continua ad essere ridicolmente represso il trattamento privato dei dati personali dei cittadini, e finanche delle persone giuridiche, intanto che si installano sistemi di controllo sociale sempre più pervasivi, invadenti e transnazionali.

3) Il movimento no-global perde tragicamente di rilevanza, e prima ancora di interesse, nella misura in cui è ben avviata la sua trasformazione in movimento neo-global o alter-global, e nel momento in cui della globalizzazione continua a criticare le conseguenze pratiche, ma ne rimette ben poco in discussione i presupposti ideologici, in vista in particolare della riaffermazione delle sovranità popolari, del principio di non ingerenza, dell’autodeterminazione collettiva, delle identità culturali. La perdurante egemonia in tale ambito dell’ideologia etnocida dei “diritti dell’uomo” e l’idea di contrastare il potere di alcuni paesi attraverso il richiamo ai formalismi di agenzie internazionali che pure sono soggetti attivi del processo di globalizzazione, come l’ONU, mi pare siano eloquenti in tal senso.

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks