Nietzsche. L’UomoCervello nella biografia di Fini

Mario Grossi

Quando si dice predicare bene e razzolare male. Sono sempre tutto teso a condannare il pregiudizio, la semplificazione, la supponenza che non dovrebbero mai farci da condottieri ed ecco che mi scopro vittima del pregiudizio, della semplificazione e della supponenza. Bel maestro davvero. Ma poi mi consolo, come tutti gli ipocriti, pensando, in fin dei conti, che l’antico adagio che ci invita a fare quello che il prete dice e non quello che il prete fa, ha ragione. Sarà! Sta di fatto che mi sono fatto guidare dal pregiudizio, commettendo un primo errore. Se poi stiamo parlando di Massimo Fini l’errore è duplice. Mai sottovalutarlo, mai credere che possa scrivere qualcosa di scontato.

Proprio in questi giorni ho completato la lettura di Nietzsche. L’apolide dell’esistenza uscito in prima edizione tascabile da Marsilio nell’aprile di questo anno, dopo aver visto la luce credo nel 2002. All’epoca fui guidato dal pregiudizio, visto che di Massimo Fini, avevo letto gran parte del pubblicato e visto che avevo sempre divorato con passione i suoi libri, e non volli comprare il libro.

nietzsche_fini_fondo-magazineNon sono mai stato appassionato di biografie, perché ho sempre ritenuto irrilevante o marginale conoscere la vita di un autore. Mi sono sempre detto che sapere da cosa e in che contesto nasca un pensiero o una riflessione non spostava in realtà granchè. In giovane età fui accusato di eresia perché affermai in una disputa sulla figura del Cristo che non me ne fregava niente se Gesù di Nazareth fosse veramente vissuto. Ai fini di un giudizio su di lui e su quello che ne seguì (almeno dal mio punto di vista) non sposta un’acca la sua realtà storica.

Non a caso quindi di Massimo Fini non ho letto né Nerone, né Catilina (ora colmerò la lacuna). La biografie non sono il genere di lettura che mi appassiona. E poi mi sono detto, uno come lui non dà certo il meglio di sé con una biografia. Errori su errori. Per cui quando mi fu consigliato l’acquisto di questa biografia di Nietzsche, circospetto come sempre, prima di aprire il borsellino ho fatto quello che faccio abitualmente. Me ne sono letto una parte a sbafo in piedi, in un angolo poco frequentato della mia libreria di riferimento. Ho subito capito la montagna di errori terribili che avevo commesso. Ho così comprato e letto (completato di leggere per l’esattezza) questo libro.

Il lettore che si imbatte in questa lettura può percepire fin dalle prime righe dell’introduzione e poi dal primo capitolo che questa non sarà la solita stanca descrizione di eventi più o meno significativi di una vita, ma una galoppata entusiasmante nel nulla che si trasforma nel tutto. Cosa abbia spinto Massimo Fini a tentare una biografia di un personaggio come Nietzsche ce lo dice lui stesso nella breve ed intensa introduzione che è uno dei motivi principali che mi hanno indotto all’acquisto. Di Nietzsche hanno scritto orde fameliche di interpreti, apologeti, detrattori, biografi, testimoni, amici, nemici, una messe infinita di scrittori che avrebbero indotto chiunque a desistere. Questo è il primo motivo che spinge Fini a scriverne, come tutti i veri temerari (ma sarebbe meglio dire coraggiosi, in quanto consapevoli del pericolo) sfidando il già detto ed il già scritto. Un buon inizio per il lettore. Vediamo questo qua che riesce a dire ancora su un tema tanto trito.

Un secondo motivo che fa di Fini un “puro folle” ma che mi ha intrigato da subito è la sua dichiarazione provocatoria. Una bella fatica provare a scrivere una biografia di un personaggio la cui vita è totalmente priva d’azione. «Nella sua vita Nietzsche non ha fatto altro, o quasi, che pensare e scrivere… Si capisce dunque perché i non molti biografi del pensatore finiscano sempre per confondere vita e opera e non resistano alla tentazione di fare una storia più che dell’uomo del suo pensiero».

Un terzo motivo che mi ha spinto alla lettura è ancora la dichiarazione di Fini che dice di sé «Non sono però un nicciano di stretta osservanza né un cultore della sua personalità… Credo di aver maturato la sufficiente distanza critica per osservare con la freddezza necessaria l’oggetto del mio interesse, senza farne un eroe, un mito, com’è stato quasi sempre visto dai suoi ammiratori di destra, né un mostro, com’è stato quasi sempre vissuto a sinistra, ma collocandolo nella sua reale dimensione d’uomo…». Troppe volte ho assistito alla nascita di insulse “icone” deificate o demonizzate senza nemmeno essere state lette. Quante volte anche voi vi sarete imbattuti in ammiratori o detrattori a prescindere di Pound, Celine, Brassillach, Junger (tanto per fare i soliti nomi noti), a cui non fregava niente di loro ma che li utilizzavano solo come “santini”, martiri o puttane a seconda della propria fazione.

Ma il motivo vero che mi ha spinto alla lettura è senza dubbio il primo capitolo, che, secondo me, dà il vero taglio di originalità alla biografia, rovesciandone i canoni. Il capitolo si intitola La tomba e descrive due successive visite di Fini al cimitero di Rocken dove il nostro è sepolto. Una prima della caduta del muro ed una nel 2001. I luoghi, tra le due visite, sono cambiati e la sua tomba, sporca, piena di erbacce, trascurata, si è trasformata in una linda meta di pellegrinaggio per gli ammiratori, quasi una metafora del percorso del filosofo. Misconosciuto in vita, famosissimo ed acclamato dopo morto. Ma al di là di questo, è bizzarro e carico di proficui risvolti ribaltare i termini di una biografia partendo dalle spoglie e dal post mortem e non dalla data di nascita.

Ho sempre sostenuto che per conoscere qualcuno è spesso più utile frequentare i cimiteri che non i luoghi dei viventi, assai meno vitali dei primi. E questa scelta di Fini me ne dà sostanziale conferma. A questo punto non ho intenzione di render conto degli episodi che costituiscono la vita del pensatore, in gran parte stranoti, e che ogni lettore potrà ritrovare nel corpo di questa biografia, voglio solo cercare di appuntare quello che per me è il leit motiv che li correla, fornendo, e questo è l’infinito merito di Massimo Fini, uno strumento che bene ne spiega il percorso.

In ogni capitolo, quasi in ogni pagina, ciò che incombe è la sua malattia, o meglio le sue malattie. Più che una sintomatologia dei malanni del filosofo una puntuale fotografia di questa immane battaglia che si svolge tutta dentro di lui tra il suo corpo ed il suo cervello. Le sue emicranie, i suoi accessi di vomito, le sue spossatezze sono la somatizzazione di questa costante lotta fratricida che si svolge all’interno delle pareti cerebrali di Nietzsche. Che ne è consapevole e volontariamente non tenta mai di dirimerla in forma pacificante.

Nietzsche sa bene che il suo benessere corporale andrebbe a scapito della sua profonda riflessione autodiretta e foriera di un filosofare così denso. Non se lo nasconde ed oscilla in un costante martirio consapevole che talvolta lo induce a chiedere una tregua a se stesso. Quando il pensiero prende il sopravvento scaricando le sue enormi tensioni sul suo corpo e di fronte a questa sofferenza tenta di ritrarsi, per poi di nuovo ritornare al suo cervello. Non può deprimere la sua riflessione rinunciando al dolore che gli infligge e la persegue, tormentando le membra per spremere il succo acre delle sue parole. Nietzsche sa di vivere un’esistenza squilibrata in cui una parte vuole vincere sull’altra trasformandosi in un tutto tirannico. È un uomo che ha deciso di non riequilibrare il sottile gioco di pesi tra corpo e mente. Non tenta di rientrare nell’alveo comune dell’umanità che riesce consapevolmente o inconsapevolmente a modulare queste due metà per trovare uno spazio vitale, un po’ ottuso ma ben miscelato. Sceglie deliberatamente di far prevalere una parte sul tutto. Mi ricorda un po’ il centauro, mezzo uomo e mezzo animale che non sa pacificarsi, mi ricorda le sirene in cui il pesce inghiotte la mezzadonna. Decide, o accetta il proprio destino, di UomoCervello che sta fagocitando il resto. Compie un atto di parziale autocannibalismo, facendo strame del proprio corpo per dar da mangiare alla sua famelica mente. Sceglie il disequilibrio, unico motore per un pensiero della vetta.

È forse per questo che per molto tempo e soprattutto nel grigio e borghese mondo professorale tedesco non trova nessuno pronto a dargli ascolto. Ed è forse per questo che attira a sé gli squilibrati di mezzo mondo, unici a cedere al suo pensiero, non tanto perché lo hanno compreso, ma perché a lui si sentono affini. È un idemsentire che li accomuna nell’estrema lontananza che comunque li divide.

Le sue solitudini estreme, anche quando è in compagnia, la sua ricorrente malattia che si sfoga costantemente e con sempre crescente virulenza ogni Natale ed ogni Capodanno danno la dimensione di questa battaglia interiore che si trasforma in psicosomatico autocannibalismo. Questa è in fondo la sua vita (il suo destino?) che sfocia poi nella follia degli ultimi anni.

Il capitolo dedicato al suo esplodere è forse il più evocativo, carico di tensione e che mi ha coinvolto più degli altri, e che si condensa nella scena a tutti nota di Nietzsche che a Torino vedendo frustare un cavallo, in uno scoppio di lacrime, lo abbraccia dando inizio al periodo della sua pazzia. L’Uomocervello ha compiuto il suo percorso, ha tracannato fino alla morchia il calice colmo del suo vino. L’UomoCervello ha mangiato tutto il suo corpo, ha spremuto da se tutta la linfa del suo pensiero per destinarlo ai posteri e si spinge nelle braccia delle tenebre folli. Ha terminato il suo percorso che appare, in prima battuta, lineare.

Come nella sua frase “L’Uomo è una corda tesa tra la Bestia ed il Superuomo” sembra aver abbandonato da tempo l’umanità per spingersi più in là verso quel Super vagheggiato. Bestia, Uomo, Superuomo in un menage a trois che sembra tanto ricordare metaforicamente quel rapporto a tre, tra lui, Ree e la Salomè (chi sia Bestia, chi Uomo, chi Superuomo fate voi), subito o scelto da Nietzsche che lo coinvolse e sconvolse emotivamente.

Ma nella mia mente io vedo che quella tensione estrema della corda e che prefigura questa linearità del suo percorso prende una curvatura che assume una traiettoria circolare, si piega, si torce, inverte la sua marcia. L’UomoCervello che, svuotato di tutti gli umori la sua mente, si presenta alla corte del Superuomo come un decerebrato, non si incarna più nel Superuomo, ma nella Bestia che costituiva, in apparenza, il suo punto di partenza. In una trasvalutazione di tutti i valori il Superuomo si fonde nella Bestia, il decerebrato torna ad un’animalità in cui prevale ed acquista valore l’istinto, la risposta nervosa comandata dal senso. La razionalità del gesto e del pensiero, guidata umanamente dal buon senso, sparisce lasciando spazio a questa fusione in cui l’inizio della Bestia è la fine, l’obiettivo finale del Superuomo è l’inizio, il tempo si fa circolare, in un eterno ritorno dell’uguale. Con la scomparsa dell’uomo si dà inizio ad una nuova era e Bestia e Superuomo perdono di senso se visti contrapposti e non fusi in un’unica entità/destino decerebrata e ripulita.

Quello che ci rimane è questa danza cosmica senza inizio e senza fine, dalla traiettoria circolare, senza metà ultima né partenza. Il progresso è morto, almeno nel senso prospettato dai Lumi e quello che ci rimane è una coppa ricolma di quel succo spremuto dalla mente del filosofo.

Solo Massimo Fini, anche se questi non saranno certo stati i suoi intendimenti, con la sua prosa e le sue intuizioni avrebbe potuto suscitare in me tali pensieri. Che siano farneticazioni di un babbeo lascio a voi decidere.

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