Fidia Gambetti, storia di un’eresia

Romano Guatta Caldini

E’ in Russia che si conclude il lungo viaggio attraverso il Fascismo di Fidia Gambetti. Che il regime avesse intrapreso una strada opposta alla visione che lui aveva del Fascismo, lo intuì ai tempi della guerra di Spagna. All’epoca, insieme alla brigata del “Bargello”, con Vittorini e Bilenchi in prima fila, decise che sarebbe andato a combattere nella penisola iberica, come volontario, ma dall’altra parte della barricata, al fianco dei repubblicani. La loro era una provocazione, ma comunque sintomatica di un dissenso che iniziava a incunearsi fra gli ambienti intellettualmente più vivaci.

Nato nel 1911 a Bagni di Porretta (Bologna), Gambetti inizia a collaborare giovanissimo con gli organi di stampa delle federazioni dei fasci locali. A vent’anni è redattore del “Popolo di Romagna”, qui, in quella che fu la regione più rossa d’Italia, entra a pieno titolo nel sodalizio culturale delle giovani teste calde dei GUF.

benjamin_fondo-magazinePer la generazione dei Littoriali, o quanto meno per coloro che si distingueranno in seguito, il Fascismo è visto come una rivoluzione permanente, una continua contestazione antiborghese e per certi versi antisistemica, nel momento in cui il sistema s’imborghesisce, perdendo  le spinte rivoluzionarie provenienti dai settori del fascismo di sinistra.

L’attività giornalistica, non gli impedisce di coltivare la sua passione per la Poesia, intorno ai sedici anni aveva già pubblicato il suo primo volume. Durante il periodo antecedente lo scontro mondiale cura varie rubriche d’arte e poesia che gli danno una certa notorietà a livello nazionale.

Anche  Ezra Pound si accorge di lui e infatti scrive: «ho ricevuto in questi giorni il volume di Fidia Gambetti, “Controveleno”, libro di dottrina e più che di dottrina, di fede e di stile fascista, di fascista nato. […] Ecco un libro senza paura. Un libro che delinea e riafferma delle verità che abbiamo capito, ma che non dobbiamo dimenticare. Un libro fascista e confuciano, dunque!».

Dalle pagine di “Santa Milizia”, organo della federazione ravennate, partono le invettive contro il provincialismo e l’immobilismo culturale provocato e perpetrato dall’ignoranza di gerarchi locali e non. A causa della sua verve polemica è costretto a cambiare città di frequente, da Ravenna a Brescia, da Brescia ad Asti. Nell’ambiente conservatore delle langhe aumenta l’insofferenza e i suoi attacchi si fanno più duri. La “dissidenza” gli costa la sospensione dal partito per mano dello stesso Starace, che lo accusa di “scarsa sensibilità fascista”.

In Gambetti ortodossia e anticonformismo si fondono, questo suo modo di vivere il Fascismo, lo porta sulla cattiva strada di Marcello Gallian e Berto Ricci. E’ a quest’ultimo, suo maestro di fede e di vita, che dedica queste righe:

«Il tuo spirito è con noi, dentro di noi, non sempre degnamente custodito, un fiero acuto stimolo a diventare migliori, a imitarti nel vivere e nel morire. […] La gente del tuo stampo fa sempre paura con le sue manie d’intransigenza, di purezza, di onestà, di coerenza. La si definisce esaltata o fuori tempo, inopportuna, si lascia sfibrare e distruggere in provincia, in una dura lotta quotidiana per la vita. Il tempo ti avrebbe forse anche distrutto, ma non cambiato. Fortunatamente la guerra, la nostra guerra, prevista e voluta, insieme invocata su per libri e giornali, riaccendeva tutte le speranze e il gusto di riprendere le armi una volta ancora per la rivoluzione sognata».

Per il Poeta, l’unico modo di rimanere coerente alla consegna data è partire volontario. Solo con la guerra e perché no con la morte, si può sublimare un’esistenza dedicata all’intransigenza rivoluzionaria. Prima di partire scrive all’amico Davide Lajolo:

«Rimane a noi ancora una volta il privilegio e il sano orgoglio, alla portata comune, di rivestire il ruvido panno grigioverde, di riprendere zaino e moschetto, pugnale e bombe a mano per accorrere a fare tutto intero, comunque niente altro che il nostro dovere d’italiani e di fascisti, dove si combatte e si muore per l’onore e per la grandezza della Patria. A questo punto le parole nostre come le altrui sono vuote di senso; conviene salutarci sulla soglia di casa, spuntati i pennini, versato l’inchiostro, strappate le pagine bianche, dirci addio come fra soldati in trincea, all’ora del cambio, una vita per un’altra vita, quando la morte ancora non ha fatto la propria scelta. Chi fra di noi ritornerà, abbia fede e volontà anche per coloro che cadranno sul campo guardando in fronte il nemico».

Fidia parte il 13 giugno del ’40, con il XXXVIII battaglione camicie nere da montagna “Asti”. Prima sul fronte francese poi su quello sloveno, segue l’infelice impresa ellenica e infine l’epopea Russa con il battaglione  «Leonessa». Durante la prigionia in terra sovietica viene avvicinato da diversi fuoriusciti italiani che lo conoscono per i suoi scritti. I quadri dirigenti del PCI  lo tenevano d’occhio dai tempi della politica entrista “dell’appello ai fratelli in camicia nera”. Dall’incontro fra gli intellettuali comunisti e l’intransigente fascista nasce una collaborazione editoriale che si protrarrà negli anni.

Lo stato di recluso gli da la possibilità di ricominciare a scrivere. Intanto il Fascismo è caduto ed è arrivato il momento di fare i conti con il passato. Per molti ragazzi come Gambetti, cresciuti nel ventennio, il Fascismo era Mussolini e viceversa, con Mussolini moriva anche il Fascismo. A ciò bisogna aggiungere che la lontananza dall’Italia, durante il periodo della guerra civile, influì notevolmente sul disorientamento politico. Quello che restava da fare a questo punto e in simili circostanze era rimanere coerenti con se stessi e schierarsi sul fronte che più si avvicinava alle aspirazioni politiche di sempre. Seppur con molti distinguo, la scelta ricadde sul PCI. Decisione discutibile quella di Gambetti, ma non meno ipocrita di chi in virtù dell’anticomunismo, non esitò ad allearsi con l’occupante, prima e dopo la caduta del Fascismo.

Al ritorno dalla Russia si accorge che i “25 luglisti”, i colpevoli della disfatta si muovono per l’Italia indisturbati, chi protetto dai nuovi padroni americani chi perché cucitosi addosso una nuova verginità antifascista. Tutti comunque liberi a scapito delle giovani leve del fascismo repubblicano che  quando non languiscono nelle carceri  finiscono massacrati nei vari triangoli rossi sparsi nel centro-nord. Di fronte a ciò Gambetti e molti altri “ex camerati” pressano Togliatti per l’amnistia, la cessazione degli eccidi e un patto di pacificazione nazionale. Il 22 giugno del ’46 venne promulgata l’amnistia e Pajetta fece i primi passi verso la conciliazione fra “ex nemici”.

Certo, Togliatti non era  mosso da pietà o fraterno patriottismo, le sue azioni facevano parte di un disegno ben più ampio che risaliva all’epoca del già citato “appello ai fratelli in camicia nera”. Ossia l’individuazione prima e la “cooptazione” nelle file del PCI  poi, di tutti quei fascisti contraddistintisi per i forti accenti anticapitalisti. Ragazzi che nel caso della sconfitta fascista avrebbero rifiutato di andare a ingrossare le fila della reazione anche a costo di dover “saltare il fosso”. Ed è per tali ragioni che Gambetti, come molti altri, venne reclutato, per entrare a far parte di quella pattuglia che la moderna storiografia ha chiamato le “camicie nere di Togliatti”.

Fidia Gambetti fu fascista sopra le righe e comunista scomodo, scomodissimo, sempre accompagnato dall’immancabile spirito critico che lo portò a denunciare il comportamento molto poco democratico dei comunisti italiani: «L’ atmosfera di quel mondo ancora diviso a metà, l’ ossigeno di quella chiesa laica, da respirare con tutta la sua dottrina e i suoi dogmi, indeboliva ogni giorno di più, fino a eliminare, anche nei più aperti al dialogo, ogni possibilità di comunicare, di capire, di tollerare». E le nefandezze di Stalin: «Il bubbone ci è scoppiato in faccia, con tutto il sangue, il pus, la merda accumulati in quarant’ anni di lunghissimi crimini, di menzogne, di torture, di genocidi, di parricidi, di fratricidi, di segreti di stato e di partito. Con milioni di complici attivi, più milioni di complici silenziosi».

Il poeta con il suo vissuto carico di atrocità, ci ha lasciato la testimonianza cruda e impietosa di un secolo terribilmente indimenticabile.

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