Evola. La trascendenza come premessa

Giovanni Di Martino

Julius Evola (1898 – 1974) [nella foto sotto] è stato ed è tutt’ora uno dei filosofi italiani novecenteschi maggiormente difficili da collocare, e a mio avviso anche da interpretare. Tant’è che viene spesso accostato sbrigativamente ad un non meglio definito “mondo della tradizione” per quel che riguarda la filosofia ed al fascismo (anch’esso non meglio definito) per quel che riguarda la politica. Ci sono tre ragioni principali di questo difficile e sbrigativo inquadramento. La prima e principale ragione è la formazione culturale eclettica ed eterogenea, nonché autonoma di Evola, che diventa filosofo dopo essere stato pittore e scrittore, ma soprattutto che si interessa ed approfondisce molti e differenti campi, manifestando un più intenso interesse per le culture orientali e per l’esoterismo. La seconda ragione sta nella coincidenza rovinosa di avere affrontato direttamente temi come il razzismo e nel contempo essere stato preso come filosofo di riferimento da buona parte dei neofascisti del dopoguerra. Entrambe le ragioni hanno generato un po’ di confusione in chi ha tentato un approccio ad Evola con l’obiettivo di collocarlo tra i filosofi del XX secolo, insieme alla terza ragione, che ha confuso e continua a confondere anche molti di coloro che si definiscono “evoliani”, ossia le contraddizioni non tanto nel pensiero di Evola, quanto nella sua esistenza confrontata con il suo pensiero.

evola_fondo-magazineProprio da quest’ultima considerazione è utile partire per impostare la premessa necessaria a capire Evola. Evola è stato sincero ammiratore degli Imperi Centrali ed ufficiale volontario nella Grande Guerra, monarchico fervente e nel contempo aderente alla Repubblica Sociale, eretto a maestro da parecchi neofascisti, ma inviso a molta gente a tal punto da dover girare con la scorta durante il ventennio fascista. E gli esempi potrebbero continuare, ma l’insieme di essi non significano affatto che Evola predicasse in un modo e razzolasse in un altro. Proprio su questo credo che si fondi il maggiore equivoco nell’interpretarlo. La filosofia di Evola, infatti, ha una forte e necessaria premessa di trascendenza, senza la quale tutte le sue opere assumono significati differenti ed in certi casi addirittura opposti a quelli voluti. Ciò vuol dire che Evola parla, per esempio, di fascismo, di nazismo, di aristocrazia e di razzismo, quasi sempre in linea di principio e dunque molto spesso allontanandosi dalle vicende contingenti (oltre che privilegiandone gli aspetti a lui più graditi, anche se in certi casi del tutto marginali). Si può quindi concludere affermando che gli scritti di Evola sono rivolti principalmente alla sfera interiore dell’individuo, e come tali vanno affrontati.

La tradizione e il mondo moderno: Evola filosofo

È possibile considerare Evola come filosofo della tradizione a condizione di chiarire cosa per tradizione egli intenda. Come molti filosofi italiani di inizio secolo, Evola parte da posizioni idealiste, per poi affrancarsene ed evolvere verso una sorta di spiritualismo volontaristico, addirittura avversario dell’idealismo di matrice gentiliana, con il quale, tutto sommato, male si concilia l’aristocrazia interiore dell’uomo eretto in mezzo alle rovine che egli teorizza. La tradizione che Evola teorizza e difende, non è quindi solo un qualcosa di temporale e di legato al passato, ma un qualcosa da far vivere nel presente, e anche da contribuire a creare, attraverso il perpetuarsi di uno stile interiore superiore.

Evola è interessato a tutte le culture, le religioni e le civiltà tradizionali, che approfondisce (privilegiando le indoeuropee). Sostiene, come anche altri filosofi così detti tradizionalisti, la visione ciclica del tempo e delle civiltà, in contrasto con la moderna visione progressista. Ogni epoca, secondo tale visione, avrebbe uno svolgersi non lineare, ma ciclico, nel senso che da un inizio in ascesa (età dell’oro), sfocerebbe in una necessaria e progressiva decadenza, fino ad arrivare alla fine del ciclo, il Kali Yuga, al termine del quale ci sarebbe una nuova età dell’oro. Fissa nel 1789 il punto di non ritorno della decadenza di quello che lui chiama “il mondo moderno”, in quanto inizio della sovversione degli ordini aristocratici in favore dell’ascesa dei liberali/borghesi prima e dei socialcomunisti poi (considerando, a livello spirituale, i secondi la normale evoluzione dei primi).

Diversamente da altre visioni tradizionaliste, il pensiero di Evola rifiuta, in virtù proprio del suo volontarismo, lo storicismo (come spiega chiaramente in Gli uomini e le rovine). Esorta anzi ad aspettare il passaggio della fase di decadenza totale nella quale ritiene di vivere, e, se il caso, di agevolarla, per arrivare prima ad una nuova età dell’oro (Cavalcare la tigre).

Nella sua opera più importante, Rivolta contro il mondo moderno, mette in luce le analogie presenti nelle civiltà tradizionali, che suddivide in androcratiche (o solari: greci, romani, germani…), e ginecocratiche (o telluriche: principalmente le civiltà semitiche, quindi ebrei, cristiani e islamici), considerando le prime superiori alle seconde, ma ritenendo comunque queste ultime portatrici di valori tradizionali oggi in decadenza. Tra i miti comuni alle varie tradizioni, oltre ad Abramo e Melisedek, Gog e Magog (e gli indiani Koka e Vikoka), Evola accosta Adamo a Prometeo, entrambi puniti per avere azzardato disobbedire agli dei, ma rileva come il primo (in una tradizione lunare, sia stato punito con un castigo indelebile, mentre il secondo (in una tradizione solare), ancorchè punito, viene perdonato da Zeus, che ne apprezza il coraggio per aver tentato di elevarsi al suo rango.

Evola e il fascismo

evolaanni30_fondo-magazineCome già detto, più per fatti risalenti al dopoguerra, Evola è considerato il filosofo del fascismo e del nazismo. Come si vedrà nei prossimi paragrafi, ciò è dovuto alla frequentazione della casa di Evola da parte di alcuni gruppi neofascisti, e della successiva erezione di Evola a punto di riferimento da parte di parecchi neofascisti, ai quali non è sembrato vero riuscire ad avere un riferimento culturale così importante.

Durante il ventennio fascista Evola si tiene molto lontano dalla politica. Mostra un certo qual interesse per il fascismo, ma a livello metapolitico, non certo per la modernizzazione e la socialità, e tanto meno per il nazionalismo, ma per i richiami al mondo romano antico, che anzi egli vorrebbe più forti e soprattutto più concreti. Proprio l’accusa al regime fascista di non dare sostanza al proprio richiamo verso la Roma antica, gli varrà l’antipatia di alcuni fascisti, soprattutto della prima ora, ossia quelli più legati al primo programma fascista (quello socialisteggiante), come ad esempio il fondatore del fascio di Roma e ardito fiumano Mario Carli, oltre alla chiusura del giornale “La Torre”. Quando gli fanno notare che le idee espresse non corrispondono con quelle di Mussolini risponde: «tanto peggio per Mussolini». Nel dopoguerra pubblicherà Il fascismo. Saggio di un’analisi critica dal punto di vista della destra, nel quale teorizzerà (sempre il linea di principio) lo stato organico (quello in cui tutto è collegato ed ognuno è al proprio posto), del quale lo stato totalitario (quello in cui tutto è collegato, ma senza organicità tra le parti) non rappresenta che una degenerazione, e nel quale prenderà le distanze dalle riforme sociali del fascismo (in particolare dalla socializzazione delle imprese introdotta nella Repubblica Sociale, arrivando persino a preferirle una fantomatica e mai esistita socializzazione nella Germania nazista).

Evola razzista

Dato il contenuto della propria critica al fascismo, Evola guarda con maggior favore al nazionalsocialismo tedesco, in quanto maggiormente vicino alla propria visione pagana, e maggiormente antimoderno, soprattutto nel folclore. Malgrado le SS lo tengano sotto stretta sorveglianza (almeno durante il periodo della Repubblica Sociale), Evola è considerato erroneamente il filosofo delle SS e del razzismo antiebraico. Per quanto siano innegabili, dato il tenore di certe affermazioni, sia l’avversione generale di Evola verso gli ebrei, sia un certo razzismo di matrice biologica piuttosto ben celato, occorre muoversi con la massima delicatezza nell’affrontare il razzismo evoliano, proprio in virtù di quella premessa di trascendenza fatta prima.

Evola inizia il suo percorso razzista nel 1937, pubblicando Il mito del sangue, e lo termina tra il 1941 e il 1942 con la pubblicazione di Sintesi per una dottrina della razza e Indirizzi per una educazione razziale. Se nella prima opera citata, Evola parte dalla rassegna frenologica delle razze umane biologicamente intese, nelle ultime egli teorizza un proprio razzismo come un razzismo dell’anima e dello spirito, lontano dal razzismo biologico (e sostenendo chiaramente che gli Ariani non sono i tedeschi alti e biondi). Il risultato finale della teorizzazione evoliana è che esistono tre diversi tipi di razzismo (non tre componenti dello stesso concetto di razza, come predicano alcuni scaltri evolisti di oggi per legittimare le proprie tesi paraleghiste). Il razzismo biologico è quello che classifica le persone sulla base dei caratteri somatici, ed è l’unico razzismo di stampo materiale. Il razzismo dell’anima è quello che classifica le persone non sulla base di caratteristiche materiali, ma sulla base della capacità di ciascuno manifestare esternamente la propria grandezza interiore. Il razzismo dello spirito, infine, è quello che classifica le persone sulla base non della manifestazione esteriore, ma sulla base del modo interiore di ciascuno di porsi nei confronti del trascendente. La lotta razzista, secondo Evola, deve dunque essere solamente una lotta di anima e di stile.

Le teoria piace molto a Mussolini (“è il libro che ci serve“), in cerca di una legittimazione scientifico – culturale alle leggi razziali anti ebraiche del 1938, emanate per puro opportunismo politico nel compiacere ad un alleato neopagano, e fino ad allora sostenute solo dai vaneggiamenti biologici di Preziosi ed Interlandi.

Evola pilastro postumo dei neofascisti

La gloria tra i fascisti, però, Evola la trova solo nel dopoguerra. Nella biblioteca del carcere romano di Regina Coeli, alcuni giovanissimi ex combattenti della Repubblica Sociale, detenuti per ragioni politiche risalenti a fatti dell’immediato dopoguerra, trovano e leggono alcuni suoi libri, e, usciti dal carcere, iniziano a frequentarlo assiduamente. La filosofia politica di Evola, quella degli uomini in pieni sulle rovine e dell’aristocrazia interiore, è perfetta per chi è giovane ed arriva da una sconfitta militare e politica. Anche se non era nei suoi intenti, tutto ciò è molto romantico e si addice agli sconfitti, in un certo senso li aiuta ad affrontare il destino.

Evola diventa così il punto di riferimento per alcuni giovani neofascisti, che formeranno, dapprima all’interno del MSI, e poi per conto proprio, il Centro Studi Ordine Nuovo. Negli anni sessanta, con il diffondersi di nuove pubblicazioni, alcune delle quali scritte proprio su pressione dei suoi allievi (Orientamenti, Gli uomini e le rovine, Cavalcare la tigre), l’interesse per Evola da parte del mondo neofascista si accentua e va oltre i confini di Ordine Nuovo. Con il tempo Evola diventa il filosofo della destra neofascista anticomunista, e si proclama l’anti Marcuse.

Gli “allievi” di Evola

Evola chiarisce molto bene in L’arco e la clava, che i veri allievi di un filosofo, non sono quelli che ripetono pedestremente ed elevano a dogma intangibile il suo pensiero, autoproclamandosi custodi dell’ortodossia interpretativa. Gli allievi, per Evola (che in realtà non voleva sentir parlare di allievi e non voleva essere considerato un maestro), sono invece quelli che partono dalle idee del maestro per poi evolvere verso qualcos’altro e creare qualcosa di proprio. Paradossalmente ad Evola è toccato un seguito di custodi dell’ortodossia, forse perchè nell’ambiente neofascista la capacità critica viene azzerata con maggiore facilità. Fatto sta che oggi ci sono molti singoli e diversi gruppi che predicano e (quanto di peggio) attuano alla lettera il verbo di Evola, stando ben saldi in cima alla torre ad attendere messianicamente e senza sporcarsi troppo la fine del Kali Yuga e una nuova età dell’oro che dia la giusta collocazione alla propria superiorità). Di fronte a tali evolisti, ci sono gli evoliani, ossia coloro che, proprio come Evola avrebbe voluto, sono nel tempo partiti dal suo pensiero per sviluppare concetti differenti ed evoluti. Tra essi, gli spunti più interessanti sono arrivati da Gianfranco De Turris, a lungo presidente della fondazione Evola, Carlo Terracciano, autore dei saggi La dottrina delle Tre Liberazioni e Rivolta contro il mondialismo moderno e Salvatore Francia, autore di un piccolo saggio su Evola che ne spiega il pensiero con una sintesi molto chiara (Il pensiero tradizionale di Julius Evola). Lo spunto più originale tra gli evoliani arriva da Franco Giorgio Freda, noto forse più per le proprie vicende giudiziarie che non per i suoi scritti. Nel 1969, con il libro La disintegrazione del sistema, Freda ribalta la prospettiva tattica teorizzata quasi vent’anni prima da Evola, che in Gli uomini e le rovine, la sua dottrina dello stato, predicava una alleanza strategica dei fascisti con liberali e democristiani, in funzione anticomunista. Freda, tra le vesti stracciate dei custodi dell’ortodossia e non senza aver fatto storcere il naso allo stesso Evola, teorizza una alleanza strategica del fascisti con i comunisti in funzione antisistema.

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks