Cesarini Sforza / Contestabile. Sguardi riflessi

Carlo Fabrizio Carli

Spetta al critico Antonello Rubini il merito di aver accostato due artiste dal lavoro singolarmente affine ma che tuttavia, fino a questa mostra, erano, altrettanto curiosamente, all’oscuro l’una dell’altra. Comune al lavoro di Primarosa Cesarini Sforza e di Lea Contestabile è, ad esempio, il ricorso ad un intervento pittorico, comunque circoscritto, che si associa all’assemblaggio oggettuale, nonché alla perentoria vocazione installativa (attitudine che in Contestabile risulta ulteriormente motivata dall’interesse per lo spettacolo di animazione).

Entrambe le artiste fanno ricorso al polimaterismo, ma, in questo caso, il termine richiede qualche precisazione: in genere, infatti, il polimaterismo rinvia ad un ambito tecnologico; mentre le due artiste si constata l’impiego di materiali naturali, poveri, minimali, arcaici, o quanto meno senza tempo: carte e stoffe di fabbricazione manuale, fili multicolori, piccoli manufatti artigianali. Potrà magari sembrare curioso (eppure è circostanza significativa), entrambe le artiste subiscono il fascino prepotente del suk, del mercato arabo (del Marocco per Cesarini Sforza; di Istanbul per Contestabile); ovvero dell’esibizione di quella sterminata congerie di oggetti fantasiosi, magari scarsamente utili, ma provvisti di forte capacità evocativa e, soprattutto, ancora forniti di una ricchezza che noi occidentali riusciamo a sperimentare sempre più di rado, il piacere della meraviglia e della scoperta. Oggetti che poi esse coinvolgono nella realizzazione delle loro opere.

Primarosa Cesarini Sforza

Primarosa Cesarini Sforza

Ulteriore motivo di affinità è ravvisabile nell’impiego della sagoma, o piuttosto di schematiche silhouettes. In verità, al repertorio delle minute ombre nere, così care al gusto protottocentesco, sembra accostarsi maggiormente Lea Contestabile, specie quando le racchiude in teche vetrate, veri e propri sacrari memoriali – di segreti e dolci ricordi familiari – come preciserò tra poco, ben più che sorprendenti boites-à-miracles di discendenza dadaista (e cornelliana). Perché tanto Cesarini Sforza che Contestabile si rifanno al mondo dell’infanzia, al sapore della fiaba, del sogno, dell’evocazione poetica: qui è il loro comune serbatoio ispiratore; qui la matrice privilegiata delle loro istanze. Con tuttavia una differenza sostanziale, di percorso e di approccio, come opportunamente segnala Antonello Rubini nel testo critico in catalogo: “Primarosa parte dal condiviso, Lea invece dal privato”.

E, accanto ai motivi di affinità, quelli di specificità. Che potremo ravvisare, ad esempio, in Cesarini Sforza, nell’intervento di cucitura, elementare ricamo applicato a carte e stoffe, attitudine eminentemente (seppure non esclusivamente: Vezzoli insegna) muliebre e ricchissima di valenze metaforiche, che assume in lei duplice valenza segnica e propriamente poetica, riconnettendosi, in qualche misura, ad esperienze internazionali, come il lavoro dell’artista egiziano-statunitense Ghada Amer.

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Lea Contestabile

Per quanto riguarda Contestabile, vorrei invece segnalare il ricorso alle già citate silhouettes, distanziate del fondo e trattate sulla faccia retrostante con vernice fosforescente. Espediente che le consente di ottenere effetti di luminosa profondità, particolarmente suggestivi nel caso di immagini bianche su fondo bianco, con risultati di smemorante astrattività. In tempi recenti, l’artista è andata anche inserendo nei suoi lavori piccoli oggetti ceramici da lei stessa realizzati. Come si è già accennato, istanza centrale del lavoro di Contestabile è il recupero, poetico e privatissimo, di memorie familiari. Da qui, il marcato sapore di memorialità, improntata a quella che gli antichi latini avrebbero detto pietas, una pietas domestica.

Anche il vagheggiamento dell’infanzia assume una connotazione fiabesca: volano farfalle, bambine si dondolano sull’altalena, in cielo si librano aquiloni. A ben vedere, quella fiaba parla di un mondo arcaico e rurale, di un Abruzzo (Contestabile è nata in un piccolo centro dell’Aquilano) ancora calato in una civiltà contadina, cronologicamente prossima, eppure ormai remota e favolosa.

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