Giovanni Trapattoni. Cusano Milanino – Eire

Giovanni Di Martino

La partita di calcio tra la nazionale italiana e quella irlandese della settimana scorsa è stata l’occasione per gli sportivi italiani per fare i conti con il proprio passato. Sulle rispettive panchine, infatti, ci sono il presente ed il passato del nostro calcio, sia giocato che allenato. Ho già scritto (cfr. IL FONDO n. 7 del 14 luglio 2008) quello che penso della caratura tecnica dell’ex centrocampista viareggino che si pettinava dopo aver colpito di testa. Se il De Maistre diceva che i popoli hanno i governanti che si meritano, probabilmente gli sportivi italiani hanno anche i commissari tecnici che si meritano.

Ma dall’altra parte c’è un vero e proprio personaggio, che è conosciuto anche dagli italiani che di calcio si occupano poco. Si tratta di Giovanni Trapattoni, oggi allenatore dell’Irlanda (insieme ai suoi vice Tardelli e Brady) e a lungo allenatore di successo nei club italiani e stranieri, e allenatore di insuccesso perdonato della nazionale italiana. Perdonato perchè lo dopo lo “sfortunato” mondiale del 2002 non viene silurato, ma riconfermato fino allo “sfortunato” europeo del 2004. Donadoni ha pagato per molto meno. Lippi e Trpattoni, a sentire i giornalisti, sembrano anche gli unici due ad avere allenato e vinto con la Juventus, con buona pace di Vycpalec, Picchi, Parola, Carcano, Heriberto Herrera e tanti altri.

Nell’attesa di questa sfida – rimpatriata, i mezzi di comunicazione ricordano con affetto e generosità Trapattoni. Anche Minoli, ossia la TV colta, gli tributa un bello speciale in seconda serata. Il commissario tecnico viene presentato come uno stratega, un vincente, un comunicatore. L’omone (Gigi Maifredi all’anagrafe) lo definiva “un disastro”, e da ciò inizierei a parlare di Giovanni Trapattoni, contro il quale, premetto, non o niente di personale, anzi, la simpatia di cui tutti parlano la ispira anche a me. Ma lo stratega, calcisticamente parlando, non lo vedo proprio.

giovanni-trapattoni_fondo-magazineComunicatore forse sì, perchè al di là delle interviste che hanno fatto ridere mezza Italia grazie anche alla Gialappa’s Band (ala quale nel 1993 rispondeva infastidito), a spiegare il suo calcio ai giocatori non ci vuole un grande sforzo. Basta far memorizzare a ciascuno a che numero di maglia deve correre dietro per novanta minuti più recupero. É la lezione appresa dal suo maestro Nereo Rocco, il cui calcio era la manifestazione migliore dell’antisportività (dato che insegnava prima a menare e poi a giocare). Ma agli italiani (sempre a quelli del De Maistre) questo calcio piaceva e piace, e le celebrazioni del pallone gonfiato e razzista Gianni Brera chiudevano il cerchio.

Nel calcio, infatti, conta sempre e solo chi vince. É una concezione irreale per chi ha una cultura sportiva di ampio respiro, ma nel calcio è (quasi) sempre così. In genere ai tifosi vincere basta e come. Ma questo è un problema, perchè paradossalmente lo sport più seguito di tutti è anche quello di cui chi se ne occupa è destinato a non capire nulla. Lo sport è cultura dello sforzo, nella quale conta il punto di partenza, non il punto di arrivo. Conta cioè quanto più ci si è riusciti ad allontanare dal punto di partenza. In questo senso i secondi posti del Napoli di Vinicio e del Perugia di Castagner contano molto di più degli scudetti di Helenio Herrera e Nereo Rocco.

Tornando al calcio di Trapattoni, la sua carriera di tecnico è legata per tutta la prima parte alla Juventus, trionfante e piena di campioni, ma nello stesso tempo passatista ed ultranoiosa, tranne per chi si diverte solo quando vince. Soprassediamo sulle presunte, per quanto fondate, irregolarità di quel decennio (la Juventus esce miracolosamente indenne dall’inchiesta del calcio scommesse del 1980, malgrado ci siano le prove di più di una partita truccata, vince il campionato l’anno dopo grazie all’annullamento di una rete regolare ad opera dell’arbitro Paolo Bergamo, futuro corrotto designatore arbitrale venti anni dopo – a proposito, se il folle proposito biscardiano della moviola in campo diventasse realtà, quel campionato lo revochiamo retroattivamente? -, vince il campionato anche l’anno successivo con più di un sospetto, vince la Coppa dei Campioni nel 1985 con un rigore inesistente, ma soprattutto ne elimina successivamente il Verona dopo un indegno arbitraggio a porte chiuse, celebre la battuta di Bagnoli che indicò alle guardie lo spogliatoio bianconero dicendo che i ladri erano lì dentro, ma siccome non voglio parlare male solo della Juventus, ricorderò anche l’invincibile Inter di Trapattoni, campione d’Italia nel 1989 con solo due gare perse, una delle quali, quella con il Torino retrocedente di Sergio Vatta, pare fosse proprio combinata: se il Torino si fosse salvato Cravero sarebbe andato all’Inter).

Il calcio giocato dell’attuale tecnico dell’Irlanda è nel tempo diventato il paradigma del calcio italiano, che internazionalmente è difensivista e sparagnino, ancorchè molto concreto. Solo che nel tempo, quando sono mancate le vittorie, perchè qualche sbandata la prendono pure quelli che hanno la così detta “mentalità vincente”, le critiche sono state più pesanti che mai. E questo non solo perchè il tifoso che vuole vincere non è ovviamente contento quando ciò non succede, ma anche perchè se al calcio di Trapattoni togli le vittorie, da raccontare resta veramente poco. La storia dei campionati del mondo e dei campionati europei, per esempio, è piena di bellissimi perdenti, ossia di rappresentative che non hanno magari vinto, ma il cui gioco è rimasto impresso nella mente di tutti per innovazione e spettacolarità, tanto da offuscare i vincitori effettivi: l’Ungheria del 1954, senza il libero, con tre difensori in linea e due mediani, un regista e quattro attaccanti, l’Olanda del 1974 con il suo calcio totale fondato sul possesso di palla (terribilmente lento se rivisto al giorno d’oggi), oppure l’Unione Sovietica dell’impassibile Lobanowsky del 1986 e 1988, con il gioco corto (tipo Corrado Viciani, quello della Ternana) e la rotazione totale dei ruoli. Tutte squadre bellissime che non vinsero nulla (alle quali io aggiungerei anche l’Italia di Vicini del 1988 e del 1990, in modo che non si pensi che la voglia buttare solo sulla disputa zona / uomo). L’Italia di Trapattoni, sconfitta al mondiale dalla Corea del Sud di Hiddings (che avrà pure corrotto l’arbitro, ma correva e aveva un suo perchè) e inesistente all’europeo successivo, non se la ricorderà nessuno, per fortuna, a parte gli italiani. Nessuno ricorderà quella squadraccia fatta solo di difensori e mediani con una punta lontana e irraggiungibile, tanto da far rimpiangere la nazionale allenata da Zoff. In quelle occasioni il difensivismo di Trapattoni risultava insopportabile anche a chi non si interessa di calcio, proprio perchè la nazionale (e questo è un vero e proprio mistero) la guardano tutti.

Dunque è questa miseria il calcio all’italiana? Per fortuna no. Ci sono stati allenatori che hanno insegnato anche qualcos’altro, pur raccogliendo molto poco ed essendo meno noti, ma vale la pena ricordarli, e magari anche ringraziarli, anziché fare lo speciale su Trapattoni. Vale la pena parlare di Vinicio, Liedholm, Eriksson, Marchioro, Bagnoli, Castagner, Orrico e di tanti altri. Ma anche degli estremisti come Sacchi, Zeman e Galeone. Anzi vale la pena soffermarsi su questi ultimi tre, visto che apparentemente sono tutti da tempo fuori dal giro e la stampa sportive li fa passare come prigionieri delle rispettive utopie, descrivendo Sacchi come uno fortunato, Zeman come un invidioso e Galeone come un pazzo che passava di lì per caso. E tutti sono soddisfatti di esserseli tolti dai piedi. In realtà, tutti e tre hanno lasciato qualcosa al di là delle rispettive carriere, del bel gioco e dei campionati vinti: hanno insegnato calcio e i loro allievi sono quasi tutti allenatori di successo. Ancelotti, Tassotti, Rijjkard, Van Basten, Donadoni, Del Neri per Sacchi, Modica, Rambaudi, Delio Rossi e Marino per Zeman, Camplone, Allegri e Gasperini per Galeone. Sono quasi tutta la serie A di oggi. E dove sono gli allievi di Trapattoni? Ad allenare ci hanno provato anche loro, anzi, visto che erano dei vincenti sono partiti con credenziali migliori, non hanno dovuto sgomitare, ma nessuno si ricorderà delle squadre allenate da Tardelli, Cabrini e Gentile. E Prandelli e Mandorlini fanno eccezione, perchè il loro calcio è sacchiano. Forse sul lungo periodo, anche il mito di Trapattoni e del suo gioco non gioco verrà ridimensionato.

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