Giampiero Mughini. La collezione…

Mario Grossi

A guardarlo in televisione è di quei tizi che ti lasciano interdetto. Io, che in TV i programmi sportivi non li seguo mai, specie se parlano di calcio, il personaggio televisivo non lo amo affatto. Calato nella rappresentazione di un se stesso che sta a cavallo tra la macchietta e la maschera da commedia dell’arte, ha un aspetto mediatico che io giudico sgradevole. Sto parlando di Giampiero Mughini [nella foto sotto], noto ai più per le sue esternazioni calcistiche.

mughini_fondo-magazineInsomma quel suo modo un po’ stravaccato di adagiarsi su una poltrona, quel suo inarcare in maniera supponente il sopracciglio, quegli occhiali eccessivi sostenuti dai riccioli bianchi non mi piacciono per niente. Se poi ci aggiungete che il personaggio si nutre anche dei siparietti della trasmissione facendosi lo strenuo paladino della Juventus e di Moggi, sottoponendosi, andandoseli a cercare voluttuosamente come trofeo della sua alterità, ai fischi smodati della platea di comparse che da contratto e pavlovianamente reagisce ululando al solo sentire il nome del giornalista, allora capirete il mio disgusto. Così mi ero fatto un’idea del tutto irreale di Giampiero Mughini, di cui, lo confesso, non avevo letto, fino a ieri, alcuno scritto se si eccettua qualche sporadico articolo che saltuariamente compare su Libero (che io leggo saltuariamente). Così, come talvolta mi succede, devo prima fare ammenda di questo mio pregiudizio, chiedere scusa al giornalista (che se ne fregherà riccamente, come è giusto che sia). Chiedo scusa perché nel mio giudizio ho scambiato la rappresentazione un po’ triviale che scorre, credo settimanalmente in TV, con Mughini stesso. Poi mi è capitato di acquistare, perché incuriosito ogni volta che qualcuno parla di libri, il suo La collezione edito da Einaudi in cui si narra una passione che lo divora da decenni: la Bibliofilia. Una passione smodata che spesso corre a fianco e si trasforma in “Bibliofollia”. Malattia degenerativa che non può essere curata se non mettendo mano al portafoglio per spendere sempre più ingenti quantità di denaro nel tentativo di far proprio qualche volume di cui ci si è innamorati. Saggio/romanzo/diario/confessione, non so come definirlo, visto che è tutto questo messo insieme in una armoniosa ed omogenea miscela che lascia un sapore persistente sul palato dopo che le narici si sono appagate dei profumi intensi che emanano dai vari capitoli. Se non temessi di essere sbeffeggiato da chi leggerà queste righe griderei al capolavoro, ma cresciuto in temperanza nel corso degli anni lascio perdere queste valutazioni forse un po’ eccessive e dichiaro che La collezione è “soltanto” un libro assoluto, totale. Forse meglio definirlo universale, nel senso che parlando di libri parla di tutto e parlando di tutto si rivolge a tutti. È un libro di quelli ispirati. Quando un autore ha la fortuna, la capacità e la sagacia di intingere la penna, non nell’inchiostro del calamaio, ma nel sangue delle sue stesse vene il risultato si palesa chiaro di fronte agli occhi dello stupefatto lettore. Universale perché la passione che lo spinge è una passione che tutto sovrasta e che tutto comprende, inestinguibile sete che si sublima nell’oggetto libresco e che lo definisce come un universo conchiuso e completo, che dà senso a tutto il resto. Da questa considerazione nasce una narrazione che ti avvolge e che ti fa capire come il libro può diventare il centro di gravità permanente di tutte le realtà che in esso si fondono. Diventa oggetto sacro e di culto, quintessenza della rappresentazione della verità nel suo complesso. Mughini nella sua cavalcata dentro il Novecento sottolinea molte cose diverse. La prima è che il bibliofilo si innamora di un oggetto che è un complesso di cose, non solo il suo contenuto intellettuale. Insomma in un libro conta tutto. O meglio il libro è un tutto, un universo di sensi che si presenta a noi nella sua completezza. E dunque fondamentali sono le sue dimensioni, la copertina, la fascetta editoriale (sempre indispensabile), la carta utilizzata, i caratteri che ne impressionano le pagine, l’edizione, le macchie, le note dei proprietari, l’eventuale dedica vergata, le mutilazioni, i segni del tempo e della storia. Insomma quello che conta in un libro, come in una persona è la sua vita. E questo è il motivo per cui Mughini si scaglia con così potente virulenza contro coloro che rilegano i libri, perché ne snaturano la storia falsificandoli, come quando ci si decide a farsi il lifting che, se è vero che cancella le tue rughe, fa sparire con esse i tratti ed i segni, veramente significativi per caratterizzare il resto. Ma leggendo questo volume ci si rende conto come al di là di qualsiasi cosa all’interno di un oggetto fatto di carta, colla, cuoio, legacci, inchiostro, colori e caratteri tipografici sia condensato un percorso che è affascinante ricostruire e ripercorrere in tutti gli infiniti anfratti che genera. Esistono esempi memorabili di questo nei capitoli del libro.

la-collezione_fondo-magazineA parte quello iniziale dedicato al Futurismo con una ampia ed accurata descrizione della Litolatta, un libercolo che si può vedere anche nelle fotografie inserite al centro del libro, in cui sono evidenziate le bellezze di queste lamine di alluminio con sovraimpresse  poesie parolibere, cito il capitolo in cui ha spazio “un libro fatto per essere bruciato” in cui sono narrate tutte le peripezie dei Canti Orfici di Dino Campana la cui prima edizione del 1914 editata sembrerebbe in non più di tre-quattrocento copie si assottigliarà a non più di ottanta in virtù del fatto che alcune centinaia custodite nella soffitta della casa dei genitori, furono bruciate dalla soldataglia per scaldarsi. Una di queste copie residue è dedicata da Campana a Sibilla Aleramo ed oggi è conservata dal fondo a lei intestato. È una copia che lo stesso Campana ha corretto a mano e a cui ha aggiunto 4 liriche non contemplate nel testo stampato vergate di suo pugno. I Canti Orfici erano dedicati a Guglielmo II di Germania.

Allo scoppio della guerra Campana tentò di riacciuffare le copie in circolazione e strappò il frontespizio con dedica. Mughini ci fa sapere che la copia in suo possesso costituisce un originale compromesso in cui sulla dedica è apposto a matita, di pugno di Campana, un segnaccio a mò di croce a indicare che la dedica era cassata. La pagina del frontespizio però è rimasta e la sua copia è intatta. Il manoscritto del testo prima della pubblicazione era andato perso. Campana lo aveva consegnato a Papini e a Soffici che nel caos della redazione di Lacerba non lo ritrovarono. Narra la leggenda, che il poeta lo riscrisse a memoria per poi pubblicarlo. Il manoscritto saltò fuori negli anni Settanta. Insomma come potete ben comprendere non solo un libro, ma l’intera storia del Novecento. La guerra, la letteratura, i grandi scrittori, le riviste, l’amore breve e travagliato per Sibilla Aleramo, la pazzia di Campana, il ritrovamento. In un solo libro l’intero universo.

Ma così è per tutti gli altri. Fantastica è la storia della prima edizione del libro di poesie di Ungaretti Il porto sepolto pubblicato nel 1916 in ottanta copie. Liriche scritte in trincea e lette dal tenente Serra appassionato estimatore del giovanissimo Ungaretti di cui aveva letto alcuni versi pubblicati su Lacerba. La copia di Mughini è dedicata al poeta futurista Luciano Folgore. Serra di quelle liriche scritte su pezzi di giornale, ne ricava un libro squisito, perché, come ci ricorda Mughini: «lui amava la tipografia limpida, essenziale, le pagine in cui il testo fosse assediato dal bianco della carta. Quanto al carattere tipografico, volle usare il corpo 10 del Bodoni, il carattere classico per eccellenza. L’edizione di Udine de Il porto sepolto combacerà perfettamente con il contenuto ruvido e terso di quelle poesie. E siccome Serra amava l’editoria alla maniera francese, ebbe l’idea di numerarle copia per copia». «Null’altro che un soldato, null’altro che un poeta ne scrisse subito e in modo fulminante Prezzolini». Questa potente descrizione, al di là dei miei bla, bla, fa capire l’unione intima che esiste (e così dovrebbe essere sempre) tra testo, carta, inchiostro, carattere tipografico fusi insieme in quella splendida sintesi che è il corpo di un libro. Che naturalmente si legge, ma soprattutto si sfoglia, si tocca, si annusa. Solo così quella carne e quel sangue hanno la possibilità di irrorare il cervello ed il pensiero che è il testo stesso. Ma la storia che Mughini ci racconta della nuova edizione del libro di Ungaretti è ancora più bella e strabiliante. Siamo ormai nel primo dopoguerra «Mussolini è asceso a capo politico del Paese. Ungaretti ci teneva che fosse proprio Mussolini ad apporre una prefazione a questo suo nuovo libro. A fare da tramite ci si mette Soffici. Una mattina non so bene se di fine 1922 o dei primi giorni del 1923, sono in tre a presentarsi a Palazzo Chigi dove il Duce li attende: Soffici, Ungaretti e Serra. Un personaggio vestito di nero annuncia con gravità: ‘Il Duce riceve i tre poeti, ogni altra udienza è rimandata a data da destinare’». Prosegue Mughini: «Mussolini accetta senza esitazioni di scrivere la prefazione alle poesie di Ungaretti, di cui è amico e che ammira molto. Leonardo Sciascia lo scrisse già negli anni Settanta, non ricordo più se su La Stampa e sul Corriere della Sera. E cioè che se Mussolini aveva scritto una prefazione al più grande poeta italiano dell’epoca, allora voleva dire che le nostre idee sui rapporti tra Fascismo e cultura andavano aggiornata». Questa edizione anch’essa titolata Il porto sepolto, edito nella stamperia Apuana di Ettore Serra con la prefazione di Mussolini esce nel 1923 con una tiratura di cinquecento copie. È un libro in formato grande, stampato su una lussuosa carta fatta a mano, stracarico dei fregi xilografici di Francesco Gamba. Di queste storie, di questi racconti, aneddoti vivi e vivificanti è pieno il libro, così come non mancano capitoli dedicati ai piccoli editori con affettuosi affreschi sulla loro talvolta strampalata, magnifica mania di stampare libri anche certi del loro insuccesso. Su tutti quel Vanni Scheiwiller che tanto ha dato a tutti noi appassionati di libri. Non mancano capitoli dedicati alle riviste che hanno punteggiato tutto il Novecento, così come lo spazio per i “novissimi” che chiudono il libro.

Potrei andare avanti all’infinito, ma l’unico consiglio che posso dare è quello di acquistare il libro e leggerlo una prima volta con voracità, con voluttà, facendosene rapire ed ammaliare, per poi tornarci sopra con calma e per capitoli, uno alla volta leggendo e rileggendo per far ardere compiutamente tutta l’enorme quantità di legna che ivi alberga e per comprendere come un libro non è solo un libro ma un compagno di viaggio che dura un’intera vita, anche quando viene riposto in uno scaffale. La collezione porta infine una dedica a Roberto Palazzi, libraio, bibliofilo ed amico di Mughini, morto suicida. Ricorda l’autore che poco prima di togliersi la vita, Palazzi, che per anni non aveva voluto vendergli i sedicesimi sciolti delle Note azzurre di Dossi, lo chiamò e gli disse che era pronto a farlo. Mughini se li comprò seduta stante. Scrive poi nel suo libro: «Eppure lo avrei dovuto capire che se Roberto dava via il libro di Dossi cui teneva così tanto, voleva dire che qualcosa di grave s’era rotto in lui, che in un certo senso era cominciata la sua morte. Non lo capii, preso com’ero dalla furia di avere finalmente quel libro. Me ne vergogno». Ecco, in queste poche righe sta tutto il fascino talvolta anche drammatico dell’amore per i libri. Mughini ce lo racconta con una passione che annichilisce l’immagine che avevo di lui e me lo restituisce per quello che credo in realtà sia. Un grande, sensibile, paranoico interprete di questa passione per il libro, oggetto vivo nelle nostre mani che ci permette di guardare sempre con ottimismo verso il futuro, anche quando la carta stampata la vediamo minacciata dal moloch informatico. Ancora un pregio voglio dire di questo testo. Dopo tanti libri che parlano di libri, ma che onestamente fanno odiare la lettura ed i volumi, uno su tutti il best seller Firmino, che a me è sembrato una noiosa schifezza, ecco finalmente un libro che parla di libri, di passione per i libri, della malattia della bibliofila, ma in modo fresco, naturale, sentito, sintomo di un’anima che si abbevera a questa passione senza tanti infingimenti o filtri. Rendo dunque omaggio a questo bizzarro e fantastico autore che fa piazza pulita dei tanti pregiudizi attuali sulla lettura, restituendogli quel senso pieno che ha e che si traduce in una sola parola: vita. Chiedo venia per il mio precedente giudizio, auguro a Mughini ogni bene che gli possa capitare e invito tutti voi a questa lettura che sarà fonte di godimento oltre misura. Prosit!

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