Berlusconi come Olivetti? Colpi di sole…

miro renzaglia

Il metodo è semplice e ultra collaudato. Si prende l’opera omnia di due autori, o scrittori, o pensatori, o politici, o etc., si estrapolano citazioni dal contesto dei loro scritti, le si mettono in giusta posizione secondo criterio di accomodamento a una ipotesi fittizia costituita a monte del ragionamento… e il gioco è fatto: li faremo magicamente trovare d’accordo fino a una loro quasi assimilazione verosomigliante. Il giochetto è talmente facile che c’è perfino chi è riuscito a mettere d’accordo geni antitetici del calibro di Nietzsche e Platone, senza far caso che il primo aggettiva esplicitamente il secondo di  – testuale –  “cialtroneria”. Volete che non fosse possibile farlo con Adriano Olivetti e Silvio Berlusconi? A tanto ultimo, è riuscito Sandro Bondi con il suo Il sole in tasca (Mondadori, 2009).  Il metodo – va detto – può essere variamente puntellato con escamotage tecnici, tipo:  il richiamo a un terzo fattore d’accordo. Volete un esempio? Eccovi serviti. Ad un certo punto del libro viene evocato Rudolf Steiner. Ora, che si sappia, né Olivetti né Berlusconi hanno mai fatto cenno al pensatore  antroposofo del secolo scorso, tanto meno come loro antesignano e/o maestro… Ma che importanza ha? Basta collegare una citazione di Geminello Alvi (pag. 53) che afferma riconoscere in Olivetti alcuni tratti di quella filosofia esoterica, al fatto che i figli di Berlusconi, per volontà della moglie, Veronica Lario, abbiano frequentato una scuola steineriana (stessa pagina 53) et voilà: ecco trovato il vertice alto (uno fra i tanti, beninteso: il libro ne è zeppo…) della possibile congiunzione culturale… E fin qui abbiamo detto del metodo. Ma ora entriamo nel merito…

Adriano Olivetti e Silvio Berlusconi: due imprenditori con la passione per la politica e con investimenti realizzati nell’edilizia. Stop: le somiglianze dovevano e potevano finire qui. Macché!!! Il Nostro, putacaso attuale ministro in auge del Governo quater del suo mentore, si spertica nella maniacale ricerca delle affinità quasi a fare dell’uno la reincarnazione dell’altro; dell’uno in potenza politica locale, il  due in atto su scala nazionale ed ultra… Tutto è lecito, per carità: soprattutto se chi si getta in un’impresa è animato dal sacro fuoco dell’amore. «Ama e fai quello che vuoi», diceva Sant’Agostino. E Nietzsche replicava: «Quel che si fa per amore, è al di là del bene e del male». Ed è fuor di dubbio che Bondi ami Silvio Berlusconi più di se stesso: basta osservare il suo sguardo adorante ogni volta il Capo di gabinetto gli si appalesi come rivelazione rivelata di ogni verità acquisita e mai più discutibile.  Di fronte a tanto amore, verrebbe quasi voglia di gettare le armi di razionalità critica ed arrendersi alla fede. Ma il titillìo della ragione solletica troppo…

il-sole-in-tasca_-fondo-magazineDue imprenditori, si diceva. Gli imprenditori sono quei soggetti economici che investono capitale in una azienda produttiva, creano posti di lavoro e traggono dall’impresa il loro giusto (quando è giusto…) profitto. Perfetto: in questa ottica, Olivetti e Berlusconi sono a pieno titolo due grandi imprenditori. E’ risaputo che i lavoratori delle aziende personali dell’attuale Capo di governo non conoscono licenziamenti e godono di tutte le vigenti norme di tutela del loro lavoro. Per aggiunta: credo che pochi altri imprenditori italiani possano vantare lo stesso favore di cui gode Berlusconi presso i propri, o per altrui prestanome, dipendenti. Va detto, altresì, che i dipendenti della “Olivetti” godevano di benefici eccezionali per la loro epoca: i salari erano superiori del 20% alla base contrattuale e beneficiavano di servizi sociali direttamente collegati all’azienda; le donne avevano nove mesi di maternità retribuita (quasi il doppio di quanti ne hanno oggi, per intenderci…) e il sabato, prima ancora di ogni contrattazione sindacale, veniva lasciato libero;  l’orario di lavoro venne ridotto da 48 a 45 ore settimanali, a parità di salario, in anticipo sui contratti nazionali di lavoro. E fin qui il paragone regge. Certo, ci sarebbe pure da dire che, addirittura nel 1948, negli stabilimenti di Ivrea venne costituito il Consiglio di gestione, con poteri consultivi di ordine generale sulla destinazione dei finanziamenti per i servizi sociali e l’assistenza. Resta, però, da domandarsi: se Adriano Olivetti fosse diventato Capo di un governo dell’attuale repubblica, avrebbe mai potuto non dico promuovere ma anche solo concepire una legge  come la 30/2003 (governo Berlusconi bis) che ha per titolo: “Delega al Governo in materia di occupazione e mercato del lavoro” la quale, in buona sostanza, ha introdotto nella giurisdizione  quell’obbrobrio che va sotto il nome di lavoro flessibile o interinale? Quel lavoro, cioè, che non offre alcuna garanzia altra al prestatore d’opera che di essere sfruttato a salari da fame per un tempo determinato? Io dubito. Chi non dubita nemmeno, e infatti sull’argomento glissa alla grande, è Sandro Bondi

E passiamo alla comune passione politica. Una passione che sembra essere segnata in entrambi da un qual certo fastidio e ripulsa nei confronti della logica partitocratica che ,dal dopoguerra ultima mondiale, è stata incessantemente esercitata nelle istituzioni italiane, centrali e periferiche. Il che è anche vero: Olivetti sempre e il Berlusconi delle origini non hanno mancato di vedere in questo cancro una delle ragioni  della paralisi italiana.  Ma mentre Olivetti coglieva nella reale partecipazione popolare alle dinamiche di socialità comunitaria l’andidoto, l’altro ha fatto del “lasciatemi lavorare ché lo faccio per voi” il suo credo di gestione di potere. Un esempio per tutti? Vi sovviene il fatto che in quelle dispute democratiche che si chiamano elezioni, l’elettore non ha neanche più la facoltà di scegliere con il voto di preferenza chi dovrebbe rappresentarlo in parlamento? E che dire della recente sortita del Cavaliere (per fortuna rientrata… per ora…) circa la necessità che, sempre in parlamento, a votare debbano essere solo i capogruppo di partito, scavalcando così anche il più piccolo pericolo di vedersi contestare una proposta di legge, magari ad personam,  da un peones in odor di libera coscienza?  Non sono forse questi i segnali chiari di una visione eminentemente partitica che  esautora l’individuo dell’anche benché più minuscola facoltà di decisione partecipante? E che relazione c’è fra questa concezione e quella di Olivetti che afferma: «Molte coscienze inquiete sono oggi in crisi, una crisi dolorosa, perché per esse i partiti non hanno rispettato la verità, non hanno avuto tolleranza e hanno in qualche modo tradito gli stessi ideali da cui erano nati»? Io credo che se relazione c’è, sia di contrapposizioni alle prassi di cui Berlusconi si fa santo benedicente. Solo Bondi, oltre ai menestrelli di corte, trova maniera di farle coincidere, in armonia, a pagina 73 del suo libro…

Ultima coincidenza. Berlusconi ed Olivetti, imprenditori con la passione per la politica, sono entrambi edificatori di quartieri di edilizia residenziale: a Ivrea, il secondo e a Milano 2-Segrate, il primo. Chi lo nega? Bel quartiere, Milano 2, per carità: ben costruito, spazioso, areale, verde, pieno delle sedi di importanti imprese… Peccato che siano esclusivamente sedi di rappresentanza di aziende produttive dislocate altrove. Il quartiere di Ivrea batte, invece, intorno alla comunità  costruita sul lavoro fisico e di mente di chi partecipava all’impresa lavorativa in loco. Il quartiere olivettiano, insomma, nasce come servizio sociale in favore dei dipendenti della impresa lavorativa; mentre Milano 2 è un agglomerato edilizio, di indubbio buon gusto, ad uso e consumo di una residenza di pregio, se non privilegiata, che non ha col territorio altro rapporto che quello della dimora notturna o dello svago: non a caso fra le sue attività viene segnalata con evidenza un importante sporting club… Del resto, il quartiere di Ivrea è ispirato a quel concetto Settecentesco di massimalismo comunitario che ha in Fourier, Cabet, Owen i suoi numi, e in urbanisti del ‘900 come, in prima fila, Figini e Pollini e, a immediato seguire, Nizzoli, Ridolfi, Gabetti e Isola, i suoi progettisti e realizzatori… A quale cultura umanistica si ispira, invece, l’edilizia berlusconiana è di ben più difficile decifrazione. Tant’è che la differenza balza, prima che agli occhi, al sentimento di una comunità (quella di Ivrea…) che si riconosce all’interno della propria storia sedimentata secolo dopo secolo: non una new city priva di memoria, tipo quella che sul modello Milano 2, Silvio Berlusconi promette (o minaccia?)  di voler costruire nelle zone recentemente terremotate dell’Abruzzo. Non voglio, proprio io che sono un estimatore assoluto delle città nuove fasciste: da Littoria a Sabaudia, da Segezia a Carbonia etc., farmi avverso a una tale ipotesi… Mi premuro segnalare che  le nuove città fasciste nascevano dove prima c’erano paludi, e nascevano, anche lì, come a Ivrea, intorno a un progetto di lavoro: la terra nell’agro pontino, le macchine da scrivere o da computo nel Canavese…  Fare un’Aquila 2 sul modello di Milano 2, con edifici che non tengano conto della storia e della cultura millenaria di quella città, sarebbe un disastro sul disastro del terremoto che l’ha devastata…

Berlusconi ed Olivetti, al di là di alcune parvenze nominative, usate per di più in maniera meramente strumentale, hanno nulla o ben poco in comune.  Ma l’intento del libro, molto probabilmente, va a collocarsi in quella necessità di costruire intorno alla “nuova cultura” egemone di massa “che avanza” – e che ha in “X Factor”, nel “Grande Fratello”, ne “L’isola dei Famosi”, in “Amici”  i suoi avamposti – un apparato di referenzialità alta che, per esempio, a fronte delle 111 paginette in corpo 12 del testo qui in oggetto, vanta un indice dei nomi forte di 119 citazioni: da Alvi Geminello a Zambrano Maria…   Un libro, quello di Bondi, che prosegue il solco, per la verità assai poco fertile presso le masse, di illustri argomentatori, come: Giulio Tremonti (dio, patria e famiglia), Roberto Formigoni (bellezza gratuità e dignità della politica), Gianni Alemanno (identità e comunità…). Mah!?! A dirvela tutta, ho netta l’impressione che un’ora di trasmissione televisiva, secondo palinsesto poco sopra citato, sia in grado di annichilire un’intera biblioteca, oltreché le dotte dissertazioni cartacee dei suddetti porta bandiera. Ci vorrebbe ben altro per fare di un deserto culturale disconnesso dalla realtà, come è quello indotto dai reality e dalle fiction televisive, un territorio fertile di colture condivise. Che so? Una  fondazione che riprenda e ribalti il modello della “Fondazione Gramsci”, a cui per decenni il defunto Pci delegò la promozione e il radicamento della sua egemonia culturale.  Allo stato attuale,  il massimo degli auspici sarebbe che la visionarietà di Bondi e degli altri apparatori di note a fondo pagina, trovi corrispondenza con la realtà prossima a venire… Per il momento, la loro missione, più che di un sole in tasca, mi sembra effetto di un colpo di sole…

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