Storia della fisiognomica

Luca Leonello Rimbotti

La fisiognomica è qualcosa più di una scienza: è il dominio della realtà, che si esprime con tratti visibili. È la mistica dell’apparenza. La possibilità di conoscere l’anima attraverso i segni esteriori del volto e del corpo. Che non sono forma, ma sostanza. Non sono intercambiabili, ma fissi. Ad ogni tipo umano corrispondono dei tratti esteriori, fisiognomici appunto. E ad ogni sistema di cultura corrispondono tratti comuni, un tipo, un profilo, alla fine una stirpe particolare. Con un’apparenza fisica e una natura psichica. E solo quelle. Dice la fisiognomica che la nostra faccia non appartiene soltanto a noi, ma al tipo umano a cui noi stessi apparteniamo. Tutti quelli come noi si somigliano e ognuno somiglia nel fisico a chi gli è simile nell’anima, nel carattere, nell’indole. La natura ha creato tipi omogenei, e i tipi sono segnati dallo stigma: un marchio d’identità, anzi un marchio di qualità che si mostra all’occhio con sintomi inconfondibili. La scienza dei segni fissi è inalienabile come la natura dell’uomo. È dall’antichità che l’uomo ha imparato a verificare l’attinenza tra conformazione esteriore e qualità dell’anima, E che quindi studia le identità che accomunano e quelle che differenziano.

I filosofi greci erano incuriositi dalle varietà dei volti umani e dei relativi caratteri. Il viso come specchio dell’anima. E spesso apparentavano i caratteri umani alle specie animali: c’erano l’uomo leonino, quello volpino, quello rapace. Chi ha il naso di coniglio vorrà dire che è codardo; chi ce l’ha d’aquila sarà d’animo grande; chi camuso è lussurioso come i cervi; chi ha il labbro superiore che sporge su quello inferiore è stupido come gli asini; chi ha le gengive sporgenti è litigioso come i cani…e così via. Troviamo queste similitudini elencate nel testo straordinario intitolato Fisiognomica, opera dagli antichi attribuita ad Aristotele in persona, dai moderni invece ritenuta di mano di qualche suo allievo. Fronti alte e basse, complessioni grossolane o esili, occhi piccoli o sgranati, labbra sottili o tumide, corpi gentili e ben proporzionati oppure tozzi e sgraziati: tutto partecipa di un vero e proprio sistema in cui, alla maniera greca, ciò che è bello è anche buono e ciò che è brutto è anche cattivo. E non si tratta di pregiudizi o di sciocchi paragoni.

Al contrario, si tratta di giudizi espressi solo dopo l’osservazione e l’analisi comparativa dei tipi. Dietro c’era un’intera visione del mondo. Lo pseudo-Aristotele costruisce una vera scienza della forma umana. Della fisionomia, i Greci fecero una techne, un sapere: e il fisiognomo è colui che dallo sguardo comprende il pensiero, dalla conformazione fisica, dagli occhi, dalla fronte, dal naso trae gli elementi per capire la sostanza morale di chi gli sta dinanzi. Secondo questi parametri, Socrate, che era notoriamente bruttissimo, avrebbe dovuto essere anche stupido… e difatti non fu Nietzsche a scrivere che la «bruttezza di Socrate è di per sé una confutazione», intendendo dire che la sua bruttezza aveva generato pensieri brutti e pericolosi, da rifiutare senz’altro? Il Greco fa della tipologia fisica un’estetica e dell’estetica un’ideologia. E l’ideologia è la seguente: i caratteri umani sono differenziati nel corpo e nell’anima, da individuo a individuo ma, ancor più, da gruppo a gruppo, dato che si hanno i tipi dominanti che decidono il tipo fisico di un popolo e, con esso, il tipo psichico, culturale, morale. Come si vede, nulla a che fare con l’egualitarismo universale o con la globalizzazione multietnica…

Questi primi antropologi della nostra civiltà avevano un criterio: “a un determinato corpo è connesso un determinato comportamento“. Alcuni millenni prima dei “comportamentisti” americani, quei geniali pionieri avevano dunque ben chiara la connessione tra caratteristiche fisiche, ambiente e caratteri innati, ciò che è il nocciolo del differenzialismo antico. Ad esempio, la Fisiognomica dello pseudo-Aristotele studiava anche la gestualità, sia umana che animale, e ne traeva conclusioni generali sui tipi e sulle razze, anticipando di parecchio gli studi di David Efron su Razza, gesto e cultura, risalenti agli anni settanta del Novecento. Nel Trattato di fisiognomica di un anonimo latino che alcuni credono sia Apuleio, ma altri fanno invece risalire a un autore pagano del IV secolo d.C., noi leggiamo sorprendenti anticipazioni di Jung. Quando, ad esempio, si dice che i sessi, pur nella loro differenziazione, mostrano alcuni lati presenti sia nelle donne che negli uomini: «non c’è un’indole buona se non accoglie in sé il valore del maschio e la saggezza della femmina». Oppure quando si dimostra l’evidenza della psicologia collettiva, che riconduce gli individui alla somiglianza con il proprio popolo: «Questo è simile a un Egizio, e gli Egizi sono scaltri, ma cedevoli, incostanti, sfrontati, dediti ai piaceri del sesso. Questo assomiglia a un Celta o, se si vuole, a un Germano, e i Celti sono indomiti, forti e fieri; questo a un Trace e i Traci sono malvagi, pigri e amanti del vino». È insomma la scienza del dettaglio, che attribuisce importanza sostanziale a un particolare, piccolo o grande. È una scienza dei segni, ma solo quelli costanti e naturali, non quelli occasionali o momentanei. Spesso rifacendosi ad Aristotele, che trattò di fisiognomica, o al medico Losso, che stabiliva nel sangue la sede dell’anima, questi antichi batterono una strada oggi politicamente scorrettissima, ma che – quando i popoli non avevano ancora tra i piedi anabattisti o liberali a insegnar loro cosa dovessero pensare – è sempre stata percorsa dalla nostra cultura.

fisiognomica_fondo-magazineFu infatti Leonardo, nel suo Trattato sulla pittura,  a scrivere: «Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo: altrimenti la tua arte non sarà laudabile». Era l’idea che tra apparenza e sostanza, tra corpo e spirito, corre un nesso essenziale. E l’occhio diventerà allora “finestra dell’anima“. Leggendo la Storia della fisiognomica. Arte e psicologia da Leonardo a Freud di Flavio Caroli, noi comprendiamo quanto, lungo tutto l’arco della cultura europea, la fisionomia dell’uomo sia stata considerata una vera e propria filosofia. E l’arte, nella sua rappresentazione dei tipi, ne è stata la più evidente dimostrazione. Corpo e psiche, secondo lo stile greco, sono stati sempre considerati un’unità inscindibile. Nel Cinquecento umanista, nel Seicento scientista, nel Settecento razionalista, nell’Ottocento romantico o nel primo Novecento sperimentalista, noi ritroviamo la medesima attitudine aristotelica di sogguardare l’uomo nella sua totalità: un essere il cui corpo ci parla di lui prima ancora che apra bocca. Dagli schizzi di Rubens sugli uomini leonini ai profili fisiognomici di Lavater; dagli studi sull’angolo facciale (dal perfetto profilo di Apollo si degrada a quello piatto del rettile) fino alle moderne ricerche antropometriche e agli studi di Lombroso sul legame tra criminalità ereditaria e depravazione fisiologica: si è detto che vi fosse, in tutto questo, una sorta di lotta culturale tra l’intuito e la ragione. Tra chi riconosce valore psicologico e concreto alla forma e chi invece – dapprima pochi, poi sempre di più – nega l’assonanza che corre tra il proporzionato e il nobile, e giunge a vedere nello scarabocchio umano o in quello artistico un vertice culturale da affiancare alla Venere di Milo.

L’ideologia della bruttezza e della mescolanza degradante di tutte le forme umane ha così finito col produrre la ben nota attitudine contemporanea all’informe: che oggi domina le menti tanto nell’arte quanto nella politica, nella letteratura come nel comune immaginario. Fu Spengler a scrivere di questa lotta tra la fisiognomica e la sistematica: tra l’onore che è nella bellezza (sia quella reale sia quella ideale) e l’involuzione che è nel corrodersi con i concetti, trascurando le evidenze. Diceva Spengler che la fisiognomica è storia: «la più profonda, la più naturale, la più antica immagine del mondo, è quella che ci offre la fisiognomica. Mentre l’altra, quella sistematica, è artificiale e transeunte». L’istinto dei nostri antenati faceva loro rappresentare la realtà per come era: e chiamava brutto il brutto e deforme il deforme. L’istinto conosce la forza e la rispetta, ne capisce il segreto di energia di natura, comprende che quella è la vita. E l’istinto tende a rappresentare l’anima per come essa è, non le sue degradazioni imposte dal pregiudizio. Quella presente è invece l’epoca del trionfo dell‘uomo informale: informe egli stesso nell’animo come nel corpo, questo tipo d’uomo tardo e ottuso è afflitto da pregiudizi inumani legati all’indifferenza per ciò che è sano e ciò che è malato, per ciò che è chiaro e ciò che è scuro, il bello parendogli – per la prima volta nella storia – esattamente equivalente al brutto.

«In questo momento – ha scritto Carolil’uomo contemporaneo ha perso anche il residuo orgoglio umanistico che lo portava a interrogare – fuori – gli spazi della natura e – dentro – i mostri della psiche. Ha un’opinione disperata di sé, l’uomo informale». Questa disperazione è il frutto maturo di quelle ideologie contronatura che da qualche secolo, martellando la mente dell’uomo, vanno compiendo un’inaudita catastrofe antropologica. Oggi non è più l’uomo che osserva se stesso e che si giudica e rappresenta, come tranquillamente ha fatto per millenni. Oggi l’occhio cieco della scimmia egualitaria vede attorno a sé soltanto un universo di miliardi di altre scimmie, tutte uguali e tutte egualmente incapaci di avere un’anima.

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