R.W. Emerson. Alle origini di Nietzsche

Emanuele Liut

Pare un segno del destino il rapporto di Nietzsche con il pensatore americano Ralph Waldo Emerson [nella foto sotto]. Innanzitutto per una biografia che li unisce in alcuni tratti fondamentali:  entrambi figli di un pastore, persero il padre in età giovanissima; presero quindi inevitabilmente le mosse dal pensiero morale, in una chiave critico-positiva. Entrambi coltivano fin da giovane età una vocazione poetica che muove poi libera nei loro scritti filosofico morali. Entrambi, pur in maniera diversa, incalzano la necessità di un contrasto, forte, genuino, vitale, all’era della decàdence. Il tema dell’energia vitale insomma, della forza morale, che si ritroverà transvalutato in Nietzsche, è già presente in Emerson, la lettura del quale divenne una costante a fasi alterne per il filosofo prussiano.

emerson1_fondo-magazineNon è però di un semplice parallelismo biografico ciò di cui si deve parlare, tantomeno per vedere quali siano i debiti di Nietzsche verso il suo maestro. Non voglio certo ridurre a così poco la questione come è stato fatto in questo articolo del “Corriere” del settembre scorso, in occasione della ristampa di Condotta di vita, uno dei capolavori finalmente tradotto e ristampato, dopo una assenza risalente addirittura al 1926.

Se pur si mettono in luce delle giuste  – ma troppo rigide e schematiche differenze (“reazionario” uno, “progressista” l’altro) e similitudini (il disprezzo dell’individualismo delle masse, i valori vitali,…), allo stesso tempo viene banalizzato il rapporto quasi a dei semplici, ingenui, intellettualismi, o ancor peggio, perfettamente delineato nel finale dell’articolo, idealismi incompiuti alla don Chisciotte. Ma già dal titolo si capiscono le idee di fondo della scrittrice: con tutte le buone intenzioni, cosa si può intendere parlando di ombra e influenza, parole che indubbiamente non fanno il caso ne dell’uno dell’altro? In verità, ancor più di una semplice influenza intellettuale, il rapporto tra i due, per noi lettori, origina un confronto, una rielaborazione che ha il pregio di aprire un pertugio verso quei principi che Evola ha definito come appartenenti alla Tradizione senza tempo della sapienza originaria. In Emerson, l’amore immanente per il creato di un cristianesimo evoluto, sottratto al peso della croce, e trascendente, si uniscono agli echi delle muse, in una rivalutazione ‘pagana’ del senso – e non a caso fu condannato per eresia teologica dal clero del tempo.

La ricerca di una spiritualità originaria – di una moralità riscoperta nel miracolo di una nuova a-letheia, vuole trasferirsi nella pragmaticità del corpo: non considerato alla stregua positivista come unico dato della conoscenza ma nuovamente riconciliato con la vita nella sua sacralità, carnale e non. Con ciò il suo pensiero è ben lungi dal finire in quell’ascetismo del prete-scienziato giustamente vivisezionato da Nietzsche. Anzi: in Emerson la spiritualità diventa vitalismo, diventa dominio e superamento dell’ego, fiducia nell’energia vitale come unico strumento di realizzazione della vita; e a volte pare quasi un preludio al futurismo: “Nuovi continenti sorgono dalle rovine di un antico pianeta, nuove razze si nutrono della decomposizione di razze trapassate, nuove arti distruggono le antiche”.

Ma “Il mondo è degli energici” è una delle sue frasi più celebri e risolutrici. Non contemplazione fine a se stessa o fuga dalla realtà ma spiritualità avvolgente la vita partendo dai rapporti interpersonali. E’ nota perciò la sua attività di conferenziere: egli amava la discussione, la socialità, e considerava la saggezza come interna a tutti gli uomini. Da qualunque uomo (e da nessuno…) c’è da imparare, non solo, ad esempio, dall’artista: quest’ultimo è anzi colui che, più che la saggezza, ha gli strumenti per esprimerla, in un quadro, in una poesia, in una musica. L’artista è colui che sa attingere dalla saggezza originaria trasformando ciò in materia comprensibile all’uomo, rendendola universale, oltrepassando i confini dell’io.

emerson_fondo-magazineQuesta e altre idee in costante evoluzione, con una prosa che rivela una avvolgente tensione estatica, è presente in Cerchi, un breve saggio, ottimo per avvicinarsi allo scrittore di Boston. Vediamo l’incipit della prima parte, intitolata proprio Cerchi e a cui seguono le altre tre parti chiamate Amicizia, Amore, Intelletto: «L’occhio è il primo cerchio, l’orizzonte che esso forma il secondo, e attraverso la natura questa figura primaria è ripetuta all’infinito». L’occhio quindi, esperienza sensibile come punto di partenza del conoscere, del vivere, ma allo stesso tempo nullificata in confronto alla natura di Dio, che Sant’Agostino descrisse come «un cerchio il cui centro è ovunque, e la circonferenza in nessun luogo».

L’accettazione dell’istanza paradossale che coinvolge la vita nei suoi aspetti cruciali, l’accettazione del divenire, appare in tutta la sua candidità poetica, senza ressentiment, senza alcolici ed oppiacei di vario genere, nella sua purezza naturale: «Non c’è fissità in natura. L’universo è fluido e volatile»  e «ogni azione ammette di essere superata». Continuamente la saggezza, il ‘grande sentire’, un sano prospettivismo, danno luogo a un realismo pragmatico che, accettando il divenire, supera la compassione: altro tema presente in maniera ancor più forte in Nietzsche, amor fati, nel grande e incondizionato Sì alla vita, nella sua tragicità, nella sua bellezza.

Certo, volendo proprio fare i critici, indubbiamente egli è anche parte di quel progressismo american style, che non ha portato a niente di buono… Ma criticare Emerson per questo sarebbe come criticare il saggio invece che lo stolto che fraintende le sue parole in impulsi sbagliati. Non è certo una preistoria dell’ottimismo cieco alla hollywood ciò che ci trasmettono i suoi scritti poderosi e tanto meno l’egualitarismo («il buon senso è raro quanto il genio», infatti…). Ma bensì l’esatto contrario: la sapienza, intesa in un senso nuovo e antitetico all’accumulazione abnorme e insensata di “conoscenze” (ma anche di ricchezze, di effimero prestigio), non solo non è più un possesso dei dotti di quanto lo possa essere di un uomo di umili origini, ma diventa patrimonio impersonale da rivalutare costantemente. E a ben notare troviamo qui un precedente del razzismo spirituale di evoliana memoria.

L’idea non può essere il simulacro sterile del pensatore astratto, tumefatto, influenzato, stordito nella polvere di una biblioteca e accumulatore di grandi conoscenze solo in senso quantitativo, ma dev’essere il motore vitale che sempre ripropone, come in un cerchio, la stessa medesima storia: e pure, allo stesso tempo, ogni giorno è nuovo il sole che sorge, e anche noi siamo diversi, e mutiamo continuamente… Non si inventa niente però, e anzi, il conoscere di millenni volge al  nulla se confrontato alla semplicità dell’essere. Il sapere diventa cosa comune, si spegne la nevrosi di una ‘originarietà’ o di una ‘completezza’, ricercate nei termini sbagliati dall’ego narcisistico del filosofo: «pereat mundus, fiat philosophia, fiat philosophus» come ebbe a dire Nietzsche ne La genealogia.

Ancora una volta abbiamo di fronte due visioni della realtà, che pur condividendo lo stesso tempo e lo stesso spazio, hanno ben poco da spartire. In questa fondamentale distinzione, si aprono due strade, che dividono in altezza dall’uomo al mondo: quella di Emerson, in cui lo spirito, non solo è il motore volitivo del corpo, ma diventa la materia immanente che unisce e differenzia gli uomini e il creato; e quella dell’oggi tutta intrisa di sentimentalismi sterili, concentrati e dispersi in un ego fine a se stesso. Da un lato il pessimismo ascetico e moraleggiante (o stolto ottimismo che è in fondo la stessa cosa), dall’altro, “il mondo degli energici”.

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