J.M.W. Turner e l’Italia

Francesco Boco

Tra i grandi pittori Romantici del 1800 l’inglese Joseph Mallord William Turner (1775-1851) occupa un ruolo di meritato rilievo. Molto apprezzato dal critico John Ruskin, il celebre pittore nato a Covent Garden ha anticipato i tempi nella sua opera matura, introducendo i canoni pittorici che saranno propri dell’Impressionismo.

Dal 16 novembre 2008 al 22 febbraio 2009 Palazzo dei Diamanti a Ferrara ha ospitato una bella mostra intitolata Turner e l’Italia, che raccoglie un gran numero di quadri e schizzi ispirati ai paesaggi visitati durante i numerosi viaggi nel nostro paese.

jmw_turner_fondo-magazineIl primo contatto con l’Italia avviene nel 1802, di cui ci restano pittoresche vallate alpine e straordinari scenari montuosi ritratti lungo il tragitto che lo portò fino in Valle d’Aosta. Ritornato in Inghilterra, il ricordo dei paesaggi e della luminosità del panorama gli ispirarono opere sia d’immaginazione che realistiche di grande efficacia. Del 1804 è il quadro Passo del San Gottardo, che s’inserisce a pieno diritto nella pittura paesaggistica più evocativa.

La mostra poi dedica uno spazio particolare al viaggio in Italia del 1819-1820 che lo portò a Venezia, Roma e Napoli. Si possono osservare acquerelli in cui si esprime tutta l’incantevole luce abbagliante del Sud assieme alla cura delle architetture classiche. A partire da questo periodo l’influenza del nostro paese sull’arte dell’artista inglese si fece sempre più forte, basti pensare al dipinto Roma vista dal Vaticano. Ma è con il soggiorno romano del 1828-1829 che l’arte di Turner raggiunge l’apogeo. Nei dipinti degli anni Trenta si fanno più presenti temi storici e mitici (L’Odissea di Omero, Regolo), ispirati anche ai fasti di Roma antica. Lo stile si fa più maturo e i tratti pittorici diventano quasi astratti dando vita a dipinti in cui paesaggio e luce sembrano fondersi assieme.

D’altronde, come sottolinea il critico Bockemühl (Turner, Taschen), l’autore con l’andare del tempo si curò sempre meno dell’immediata comprensibilità figurativa tralasciando di definire i contorni delle figure nel tentativo di trasmettere emozioni e la forza luminosa del panorama rappresentato pur nella sua fuggevolezza.  In questa tecnica d’altronde si intravedono i canoni stilistici della pittura degli anni a venire, oltre a una particolare tensione interiore.

Nelle sue osservazione sull’arte Goethe ha detto cose che ben si adattano alla concezione turneriana della raffigurazione su tela: «che cos’altro è l’esterno di una natura organica, se non la manifestazione eternamente mutevole dell’interno? Questo esterno, questa superficie è adattata con tale precisione a una struttura interna, variegata, complessa e delicata, da divenire essa stessa qualcosa di interno» (Scritti sull’arte e la letteratura, Bollati Boringhieri). Con l’andare degli anni la complessità dell’opera turneriana aumenta, rendendosi quasi incomprensibile ai suoi colleghi accademici. Le numerose scene veneziane degli anni Quaranta, così come i tramonti e le vedute di porti e distese d’acqua confermano la tensione verso la lontananza e uno stile pittorico che nei suoi tratti principali anticiperà di qualche anno l’Impressionismo.

turner-tramonto-sul-lago_fondo-magazineLungo il percorso di maturazione tracciato dalle opere esposte alla mostra di Ferrara salta facilmente all’occhio ciò che già i critici d’arte avevano sottolineato, cioè il sensibile aprirsi degli spazi verso lontananze indefinite, la piccolezza dell’uomo al cospetto della natura e, soprattutto, il graduale prevalere di una sola tonalità di colore che finisce col rendere pressoché indistinguibili e impercettibili le figure del dipinto. L’opera di Turner diventa sempre più la rappresentazione di stati d’animo in linea con la teoria dei colori goethiana, secondo cui a ogni colore corrisponde un sentimento. La luminosità fortissima dei dipinti degli ultimi anni la si può cogliere nel quadro Luce e colore (teoria di Goethe) o anche in Tramonto sul lago. Tanto è complessa e personale la rappresentazione paesaggistica turneriana, che gli organizzatori della mostra ne sottolineano la pressoché impossibile riproducibilità dell’opera.

Sin dai dipinti del 1800 fino a quelli della maturità (smetterà di dipingere nel 1845 circa) l’artista inglese ritrasse panorami ricchi di colori e di profondità prospettica, caratteristica che secondo Oswald Spengler appartiene peculiarmente all’arte che chiama “faustiana”, cioè aderente allo spirito euro-occidentale di scoperta storica. Così scriveva in merito all’arte Romantica: «in questa natura che si sviluppa verso una lontananza si riflette infatti un destino. In quest’arte si trovano paesaggi tragici, demoniaci, ridenti, lugubri, tutte cose di cui l’uomo di altre civiltà non ha idea» (Spengler, Il Tramonto dell’Occidente, Longanesi).

Questo autore schivo e poco incline alla vita mondana non si curò mai delle critiche che gli venivano dagli addetti ai lavori: fu a suo modo un innovatore e in contro tendenza. Preferì dunque dare sfogo alla sua personale percezione delle cose. Amava dire: «non l’ho dipinto perché la gente capisse, bensì per immortalare la scena in sé», secondo un gusto tutto aristocratico dell’arte e dell’opera. Viaggiò molto e l’Italia gli trasmise grande ispirazione, che riversò anche nei dipinti dedicati alla campagna inglese. In opere come Roma moderna del 1839 è facile intuire l’avanzare della nuova architettura cittadina al fianco dell’accumularsi storico delle rovine. Fu un pittore in anticipo sui tempi che non perse mai di vista l’antico e il mito.

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