Emanuele Liut
«Nella misura in cui la “difesa della personalità” abbia una qualsiasi base individualistica, essa appare insignificante e assurda.» Il sentimento decisivo con cui si impone questa frase di Cavalcare la tigre, nell’ottica più generale dei ‘processi di dissoluzione’ che inesorabilmente stanno (S)coinvolgendo la nostra “società”, par calzare a pennello nell’indicare – pur col pudore di descrivere il meno possibile, ciò che oggi sta avvenendo nell’ambito della ginnastica, o meglio nelle espressioni del corpo ginnico; e già Platone ne La Repubblica l’ebbe ad annoverare tra le fondamentali discipline, che il filosofo-legislatore da lui evocato, doveva compiere nel suo progresso vitale di formazione. Partendo dal tema politico (grandiosamente politico!) proprio de La Repubblica possiamo scendere lievemente: fino all’estasi amorosa alla visione del bel corpo, qual si anima in uno dei temi fondanti del Fedro.
Tutto molto bello e non solo in una realtà immaginata, ma come prospettiva reale per l’uomo differenziato. Come immagine da anteporre solidamente, (tornando al “reale”) rispetto a ciò che oggi vien chiamato, con la stolta semplicità di quattro lettere, sport. Evola, quasi con noncuranza, mette quelli di gruppo che dominano l’odierno, come tra i più diseducativi, e annoverandoli, un po’ alla Marx – un po’ alla Emerson, tra gli oppiacei di massa.
Eh sì… direte voi quasi sconcertati, che bel paragone: da un lato Platone… e dall’altro, in un distacco eufemisticamente tendente a infinito, lo sport… e proviamo pure a pronunciarlo con la “noncuranza esistenziale”, quasi arrogante, che vediamo nei barrìfici-leggitori-di-Gazzetta – che, in realtà, neanche più ci credono, manco loro, e spendono a calcio una ipnosi quasi nevrotica (ma con fair play, che tanto adesso è tutto un buiseness).
E giusto per riderci su dopo questa abulica immagine, a qualcuno verrà forse in mente l’esilerante farsa di Monty Piton in cui alla “finale di filosofia” tradotta “quasi-calcisticamente”, la Germania di Hegel e Schopenauer (con Beckenbauer vanamente a spronare la compagine) sfida appunto la squadra greca di Pitagora e soci. Un’immagine assurda sovviene, dopo l’iniziale, pur sana, ilarità: un abisso differenziale di grazia che scompone in due universi – molto più che antitetici – le due immagini di ‘cura del corpo’ che ci si presentano unite solo come letterale bestemmia.
A dire il vero, l’idea di cura ha però quell’aspetto, difensivista e tattico, che è essenzialmente quella risibile difesa dal demone del tempo, che i molti assumono attraverso la tanto proclamata, ma invero poco e mal attuata, attività fisica: ossessione e spettro di un oggi che allo stesso tempo vede l’ozio con la maschera del peccato.
Ma il fatto è che per Platone, ed è qui la sostanziale differenza, dobbiamo parlare di ‘espressione del corpo’ più che di ‘cura’, di rigogliosa affermazione, di scansione religiosa della sua superficie dall’eterno dell’idea, delle giuste proporzioni, di superfici solide (ma non rigide) e ben levigate dei bei corpi. E’ li che nasce l‘amore, ma appunto, non quello “platonico”: squallida ingiustizia del “sapere popolare”! L’Amore Platonico, nella idealità da lui espressa, è invece ben più vicino alla carne di quel che si creda comunemente, carne ben intesa nella sua sacralità, viva, congenita ma non necessariamente espressa nella sua pienezza: e cosa c’è al fondo di più sfuggente della carne, che non inavvertitamente, nel suo dimenarsi così esatto di cellule, si da allo spirito del divenire? Cosa c’è quindi, di più spirituale che la carne?
Ma torniamo ad Evola, la cui citazione nell’incipit così prosegue: «Non ha senso prender posizione contro il mondo delle masse e della quantità, e non rendersi conto che proprio l’individualismo ha condotto ad esso – nel corso di uno di quei processi di “liberazione” dell’uomo di cui si è detto, e che storicamente hanno finito per capovolgersi nella direzione opposta. [...]». Emancipazione dall’Idea che ha condotto, in maniera quasi biblica, all’adorazione del Vitello Grasso Del Mercato Massificato, in assenza di quel Mosè che cercava solitario le tavole sul Sinai, invece che guidare il proprio popolo, la propria squadra… E per finir così a oggi, senza scherzo: fate sport ragazzi, che fa bene!
L’agonismo esasperato alla ricerca (mentale e non) dell’immagine – del campione, del vincere soldi, della “bella figura”, cade con ciò sotto la lieve e pur ferrea imagine platonica, così come, in un modo quasi parallelo, sull’essoterico si impone l’esoterico, e non solo per una semplice deconsonantizzazione.
L’Idea torna ad essere motore immoto nel vispo, e sì nuovo!, fulgere dei corpi, (invece che inconsistente simulacro, non luogo, ch’ombran di dentro la caverna), proprio Laddòve i veri sogni son sol quelli che si realizzano.







