Fini. Nuovo patto laico tra destra e sinistra

Angela Azzaro

Laicità dello Stato, dignità della persona umana, diritti di cittadinanza per i migranti. Il presidente della Camera Gianfranco Fini ne aveva parlato una settimana fa al congresso di scioglimento di Alleanza nazionale. Ma al congresso che ha sancito la nascita del partito unico del Popolo della libertà la sua replica è stata ancora più netta. Più coraggiosa. Sicuramente capace di tracciare una linea politica avversa a quella di Silvio Berlusconi, che infatti lo ha applaudito sul momento – salendo sul palco per abbracciarlo (l’abbraccio di Giuda?) – ma non gli ha dato ragione su nulla, neanche sul tema tanto caro delle riforme su cui i due leader si trovano su fronti opposti. Nessuna replica soprattutto sul punto più spinoso, quello che ha fatto sobbalzare sulla sedia molti delegati e molte delegate: la dura critica alla legge sul testamento biologico approvata dal Senato giovedì. «Quando si impone per legge un precetto religioso – ha incalzato il presidente della Camera alla fine del suo discorso – si è più vicini a una concezione da Stato etico che da Stato laico».

laico_fondo-magazineL’interesse di molti commentatori si è concentrato sul perché della strategia di Fini. Le ipotesi in campo sono diverse. Due le prevalenti. Fini che vuole contrastare la leadership di Berlusconi. Oppure Fini, che d’accordo con Berlusconi, vuole conquistare nuovo elettorato laico e un po’ di sinistra per superare il 51% dei consensi. Ce ne è anche un’altra, che domenica non si è letta, ma che circola molto: Fini che punta al Quirinale in quanto garante delle istituzioni che piace anche a sinistra.

Sia che quel sia, l’attuale presidente della Camera quelle parole le ha dette. Ha parlato di laicità, ha parlato di dignità della persona umana. Ma soprattutto ha preso parola contro la legge sul testamento biologico, che se dovesse essere confermata così come è anche alla Camera, costituirebbe un passaggio buio, forse uno dei più bui, della storia repubblicana. Le dichiarazioni di Fini sulla laicità dello Stato, non a caso, sono state accolte da alcuni commentatori  come l’occasione, anche per l’Italia, di dare vita a una destra laica.

Destra o sinistra è  forse davvero l’ora di capire se in Italia è ancora possibile dare vita a una Paese laico, cioè capace, di rispettare le libertà individuali quando si parla di vita o di morte. Il caso del testamento biologico è emblematico. Nato sulla scorta dell’onda emotiva creata dopo le speculazioni politiche e giornalistiche sul caso di Eluana Englaro, è diventato l’ennesimo caso, in poco tempo, in cui la legge diventa dogma, obbligo, imposizione di un punto di vista su gli altri. Anche in questo caso a prevalere è l’idea di un certo cattolicesimo che vuol decidere anche per noi che cosa è vita e che cosa non lo è. Il voto di giovedì al Senato ha di fatto affossato il testamento biologico perché lo ha dichiarato non vincolante per il medico. L’emendamento peggiorativo, proposto dall’Udc, si aggiunge all’altra norma, molto discussa, che stabilisce che il testamento biologico, poi comunque svuotato di senso, non può disporre l’interruzione della nutrizione e dell’idratazione né di altre terapie mediche già intraprese se queste possono provocare la morte del paziente.

Partiamo da questo esempio e proviamo a capire che cosa si intende per laicità. Laicità non è, come pure alcuni commentatori e politici hanno voluto furbescamente far credere, che la legge dovrebbe obbligare chiunque a interrompere l’idratazione e la nutrizione. Oppure stabilire per legge che chi è sofferente deve, per obbligo, morire senza decidere di tentare tutto il possibile. Questa è una menzogna. Questa non è laicità. Laicità è altra cosa. E’ un insieme di diritti che garantisce a chiunque, quando si tratta del proprio corpo, della propria vita o della propria morte, di decidere in base al suo volere, alla sua ideologia, alla sua fede. Un altro esempio: l’interruzione di gravidanza. Cioè la legge 194, che non dimentichiamolo fu frutto di una mediazione tra forze moderate e cattoliche e forze comuniste e di movimento (in questo caso quello femminista e radicale). La legge non dice che la donna è obbligata ad abortire o che l’aborto è giusto o sbagliato. Dice che se una donna ritiene che l’ovulo fecondato è vita deve essere messa nelle condizioni di portare avanti la gravidanza. Ma se c’è un’altra donna che pensa che l’ovulo fecondato non è ancora vita e non se la sente di portare avanti la gravidanza abbia questa possibilità. Negli anni questa concezione è stata messa in un angolo. La legge 40 sulla fecondazione assistita è stata un passaggio chiave perché ha stabilito la supremazia di una visione: quella secondo cui l’embrione è persona e quindi soggetto di diritto. Anche qui vale lo stesso ragionamento. Nessuno vuole convincere gli altri che l’embrione non è persona. Ma, allo stesso tempo, chi lo pensa non può pretendere che la sua idea di vita, la sua religione, fede o ideologia diventino il dogma che guida le scelte di vita o di morte di tutti. La bioetica è disciplina che nasce per questo: nel tentativo di mediare tra diverse concezioni etiche, cioè tra diverse idee della vita. Una idea non deve prevalere sull’altra: io non devo obbligare i cattolici ad assumere la mia posizione, ma viceversa loro non devono obbligare me ad assumere la loro. Così invece è stato. Ieri la legge  40 sulla fecondazione medicalmente assistita, oggi la legge sul testamento biologico obbligano tutti a sottostare all’idea di vita e di morte di una parte dei cattolici: i cattolici integralisti.

La parole di Fini, al di là delle ricadute sugli assetti interni al neonato Pdl, interessano per questo. Perché offrono la possibilità di ragionare su un nuovo patto laico che rispetti le libertà di scelta individuali e il diritto a essere curati, già peraltro garantiti dalla Costituzione. Il riferimento alla Carta non è secondario. Un vero patto oggi non si può costruire senza una moratoria della volontà di legiferare. Oggi quando si legifera sui soggetti, sui corpi, sulle libertà il rischio, confermato dai fatti, è di normare, creare dogmi, costruire le basi per uno Stato etico. Serviamoci del diritto che già esiste, a partire dalla Costituzione, e proviamo a ragionare per rilanciare una cultura del rispetto delle diverse concezioni etiche. Per raggiungere tale obiettivo, alto e centrale per un Paese che si voglia definire civile, le parole di Fini non possono, non devono cadere nel vuoto.

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