Carlo Romagnolo. Porti nelle nebbie

Carlo Fabrizio Carli

La città costituisce il contesto privilegiato della pittura di Carlo Romagnolo. E’ difatti la città – intendo qui la grande città – a porsi come quotidiano scenario su cui si svolge l’esistenza di gran parte dell’umanità contemporanea, cosicché risulta del tutto naturale che molti dei pittori d’immagine, in particolare giovani, ne facciano il tema di elezione delle loro opere.

Romagnolo, tuttavia, affronta questo argomento con accenti molto personali. All’artista piemontese non interessa la città storica, a seconda dei casi aulica o pittoresca, dove varie civiltà e culture sono andate stratificando le loro tracce.

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E neppure sono nelle sue corde le architetture novecentesche che ambientano atmosfere silenziose e sospese, quasi si trovassero in attesa di un qualche avvenimento, presentito e forse temuto, che stia per accadere; atmosfere che è ormai invalso definire metafisiche. Come pure ad intrigarne l’immaginario non è davvero la città high-tech, esatta e fredda come un congegno meccanico, con i grattacieli trasformati in altrettanti simboli di potenza economica, che esibiscono pareti di cristallo specchiante e torri di acciaio, coronate da antenne e parabole.

Al contrario, Romagnolo predilige la città ordinaria, alle prese con la sua esistenza prosastica e faticosa di tutti i giorni. E, assieme a quello metropolitano, ama il tema della strada, degli svincoli, dei piazzali di sosta, delle soprelevate, inquadrati in particolare nelle ore notturne, con tanto di tracce e scorie della vita che su di esse va consumandosi: vecchie lattine schiacciate, foto di giornali pornografici, profilattici. Talvolta l’artista raccoglie qualcuno di questi disseccati lacerti e li inserisce nella grumosità materica del colore ad olio; fatto che – se si vuole – può pure essere interpretato, in un contesto culturale ormai del tutto mutato, come una sorta di rivisitazione di poetiche da nouveau réalisme.

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Ma soprattutto a Romagnolo sta a cuore la città portuale: le navi ormeggiate e in manovra, la vita brulicante delle banchine e dei docks; l’andare e venire degli autocarri, le manovre delle gru, le cataste ordinate e spettrali dei containers, le scolature di nafta e di ruggine.

D’altro canto, per il nostro artista, piemontese del Monferrato, dire porto significa pensare a Genova. Sarà forse per ragioni storiche, o per la suggestione indotta dalle parole di una canzone famosa di Paolo Conte, che in Romagnolo deve suscitare un’adesione quasi autobiografica: “Genova per noi che abitiamo in fondo alle campagne…” (e a cercare un’altra affinità musicale per i quadri di Romagnolo, occorrerà citare le canzoni di Vinicio Capossela, borbottate a voce bassa e arrochita, ad evocare personaggi ai margini sociali e ambientazioni da night club).

Certo agisce qui il perenne fascino del mare e del porto; il fascino della partenza, dell’evasione, del viaggio e del ritorno, che dà senso ad ogni partenza e a ogni viaggio.

Non si tratta di parole di circostanza: la pittura di Romagnolo sa caricarsi di un sapore fortemente romantico nelle sue accese valenze espressionistiche: si vedano, ad esempio, opere come Bidone e vecchi bancali, Bidone su piattaforma oppure Porto Petroli, tele incendiate cromaticamente dalle macchie rosso fuoco dei barili di nafta o dalla sagoma arancio-rugginosa della petroliera attraccata.

La sua è una pittura forte, gestuale, materica: questa insopprimibile carica espressionistica si impone altrettanto nei marcati contrasti chiaroscurali prescelti dal pittore, oppure nell’impiego di inquadrature diagonali e fortemente dinamicizzate (Binari, Globe Trotter), grazie anche all’espediente di moltiplicare i punti di fuga.

L’adozione di una pasta cromatica grumosa e materica, induce anche a scorgervi l’eredità della lezione dell’Informale, in particolare nell’accezione arcangeliana, vale a dire estranea nell’intimo alle istanze astrattiste e comunque legata ad una pur problematica fedeltà al vero di natura.

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E” dunque pienamente coerente l’affermazione del pittore che individua i propri referenti privilegiati, dal punto di vista storico, nei grandi nomi di un Turner e di un Van Gogh. A questo proposito, occorre dire che non si tratta di un omaggio banalmente rituale, come avviene spesso relativamente a questi colossi della pittura, ma realmente avvertito e indirizzato da Romagnolo ad istanze espressive proprie dell’attualità. Mentre, nell’ambito contemporaneo, è negli esponenti più matericamente coinvolti dell’Officina Milanese: un Frangi, un Velasco, che egli si riconosce. Anzi, proprio quest’ultimo può essere inteso come un referente di particolare significato per il nostro artista, con la differenza che Velasco ama ormai dipingere soprattutto la luce e le atmosfere solari di un sud tutto mediterraneo, mentre Romagnolo predilige i climi nebbiosi e un po’ cupi delle ambientazioni cisalpine, che tuttavia il nostro artista trova molto vitali e stimolanti.

In effetti la luce, in particolare la luce notturna dei fanali stradali o dei fari dei Tir assume una importanza fondamentale nella pittura di Romagnolo: luce di barbagli e di accensioni perentorie, che si frantuma in grumi di colore. Dipinti come Tir all’imbarco, Cantiere di notte, Rimessaggio notturno, Colonna di containers, risultano a tale riguardo davvero esemplari.

Verrebbe insomma spontaneo affermare che quella di Romagnolo sia una scelta di sapore testoriano: in questa mostra, che propone una ventina di tele, tutte realizzate nel corso del 2005, non ci si imbatterà infatti in ammiccamenti ironici o in giochi intellettuali: e questo, visto quanto propone attualmente il sistema dell’arte contemporanea, è già di per sé una circostanza degna di nota. Piuttosto si toccherà con mano un realismo viscerale e tormentato, assai attento alle impronte del vissuto esistenziale.

Non è certo inutile, a questo punto, accennare alla questione della formazione artistica di Romagnolo. Il suo è il caso insolito di un artista autodidatta, che ha cominciato a dipingere, ma privatamente, dalla età di dodici anni, facendo invece studi regolari in ambito di graphic design e tenendosi costantemente aggiornato con scrupolo su quanto andava via via accadendo nel mondo dell’arte: la pittura è stata per lui l’esito di una prepotente esigenza interiore, la passione dell’intera esistenza.

Per quanto attiene al procedimento pittorico impiegato da Romagnolo, l’impressione diretta del vero, il dato emozionale, assumono per lui un rilievo fondamentale e non surrogabile. Subentra poi il medium, il filtro fotografico: la fotografia digitale offre al proposito degli strumenti preziosi per approfondire la cattura di una determinata inquadratura, di un particolare soggetto. Romagnolo sparpaglia sempre fedele al vero negli elementi essenziali della composizione, per poi semmai intervenire a semplificare i particolari accessori, meramente accidentali.

romagnolo-3_fondo-magazineRomagnolo non si serve del disegno, inteso come esercizio grafico (beninteso, non ove si intenda il disegno nell’accezione traslata relativa all’ideazione complessiva e controllata della composizione: questa davvero ineliminabile nell’ambito dell’operazione pittorica). Spetta, dunque, al colore definire nelle tele di Romagnolo le presenze offerte dalla realtà fenomenica, con un risultato di vibrazione e di robusto sintetismo, che si addice particolarmente alle atmosfere preferite dall’artista piemontese. Terminal, Angolo del porto, Ciminiere al tramonto, Petroliera possono assurgere a valenza paradigmatica.

Il nostro artista, dunque, non impiega la matita per approntare schizzi ma affronta la tela con spatolate larghe e grumose, procedimento molto efficace anche quando serve a individuare, invece che delle masse cromatiche, delle linee che attraversano impavide il colore, come i correnti metallici dei tralicci dell’elettricità.

E” comunque, la sua, una pittura che interpreta grandi spazi e, coerentemente, predilige per le composizioni ampie superfici, in cui il gesto può dispiegarsi senza intralci.

Perentoria è la scelta di Romagnolo a favore del colore ad olio (certo non a caso eletto da secoli quale materiale per antonomasia della pittura), davvero insostituibile, grazie ad una ineguagliabile duttilità, che può trascorrere dalle trasparenze più lievi ad una matericità grumosa, capace di includere e fissare sulla tela – si è già accennato – perfino presenze oggettuali.

Pittura, solo pittura – come si vede – quella di Romagnolo; una scelta esplicita, ribadita dall’artista con fierezza, in un’età come l’attuale, in cui sono di moda contaminazioni di linguaggi e di tecniche, e in cui molti convertiti alle mode vorrebbero relegare la tradizionale espressione della pittura – il quadro – nel repertorio delle cose segnate dalle rughe di un irrimediabile invecchiamento. Ma, fortunatamente, la pittura dimostra una vitalità e una freschezza più forti dell’ostilità dei detrattori. Questa mostra, frutto di una creatività sorgiva, felicemente estranea ad ogni matrice accademica, ne offre una testimonianza eloquente.


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